mercoledì 25 gennaio 2017

Stan, Grigor e l'ombra di Obdulio Varela su Roger e Rafa

Potrei scommetterci tutti i soldi che ho perso in questo Australian Open, e pure quelli di tutti e quattro i tornei dello Slam dello scorso anno, sul fatto che nè Grigor Dimitrov nè Stanislas Wawrinka sanno chi diavolo fosse Obdulio Varela. D'altronde perché mai due campioni del tennis, uno ancora in cerca dell'autore giusto, l'altro che le sue pagine di storia scritta ce l'ha già in tasca, insieme a 3 titoli dello Slam, dovrebbero avere idea di quello che successe il 16 luglio del 1950, al Maracana di Rio De Janeiro?
Il bulgaro Grigor vorrebbe finalmente veder scritta la sua pagina, quella cui sembrava predestinato da tempo, ma che poi sembrava essere volata via, soffiata dal vento di una crisi chissà quanto interiore e dai turbini chissà quanto alimentati dalla storia d'amore con Maria la siberiana, la più desiderata del circuito.
Lo svizzero Stan, invece, quando le rotelline del suo ingranaggio chissà quanto mentale non s'inceppano, serve palle infuocate e martella imperterrito il suo violento tennis da fondocampo, con quel rovescio a una mano che sembra la più tremenda delle scudisciate. Le sue palle sono il terrore di ogni avversario, compresi quelli che paiono invincibili e che, invece, con lui sanno di poter perdere. E infatti a volte ci perdono. Stan ha vinto un Australian Open, un Roland Garros e un Us Open. Eppure il suo destino l'ha sempre confinato all'ombra di qualcuno. Prima di tutto e di tutti a quella di un suo connazionale, solo di qualche anno più vecchio di lui, accidente storico che l'ha costretto a condividerne il tempo della sua carriera agonistica. Accidente storico che è diventato per Stan una condanna da scontare, perché il fato ha voluto che questo suo connazionale fosse leggenda, e che s'interstadisse a prolungare l'aura della sua sacralità ben oltre i tempi mediamente consentiti. Insomma, Stan è stato condannato a non poter essere mai il numero 1, e anche quando la leggenda pareva potesse imboccare la via del declino, egli ha trovato sulla sua strada un serbo di nome Novak e poi addirittura uno scozzese di nome Andy. 
Il tennis è uno sport strano. Il tennis è una questione di un uomo contro un uomo. O di una donna contro una donna. Di mezzo c'è una rete e per tirarsi contro le palline serve un attrezzo. Sì, d'accordo, quell'attrezzo non è una cosa di poco conto, la racchetta ha il suo peso, la tecnologia conta. La tecnologia ha creato le nuove racchette, le ha forgiate alle sue esigenze, in un certo senso, ha forgiato questo sport rispetto ad essa. Ora il tennis è quasi un altro sport confontato a quello che era solo 30 anni fa. Figuriamoci prima. 
Epperò questa tecnologia, in campo, in questo momento, è a disposizione di tutti. La stessa. E allora il senso rimane quello. Un uomo contro un uomo, una donna contro una donna. Certo, ci sono pure i doppi, ma non perdiamoci nei dettagli. La verità è che quando vai in campo ci porti te stesso, solo e tutto intero. Le tue paure, le tue aspirazioni, i tuoi sogni, la tua voglia di vincere, il limite oltre il quale sei disposto ad arrenderti. E lo stesso vale per il tuo avversario. Devi vincere prima contro te stesso e quindi, solo di conseguenza, contro di lui.
In questo Australian Open il tennis è apparso ancora più strano del solito. Il dominatore più recente ha perso al secondo turno contro un trentenne uzbeko che si chiama Denis Istomin e che risultava al numero 117 della classifica mondiale. Il dominatore attuale è inciampato negli ottavi di finale in Misha Zverev, un talentuoso russo di nascita e geni, cresciuto in Germania e diventato tedesco, ormai famoso soprattutto per essere il fratello più vecchio di un ragazzo che gli addetti ai lavori profetizzano come il dominatore del futuro. E allora, fuori Djokovic e Murray, magari ti aspetteresti che questo futuro potesse emettere i primi vagiti. Ti aspettavi magari Raonic, magari proprio Alexander Zverev, chissà forse Thiem. Vien fuori, invece, che il tennis non sembra affatto essere più una cosa per giovani. 
Il passato è arrivato come un treno, nel suo inatteso e leggendario viaggio di ritorno. E allora ti rendi conto che se sei sorpreso, in fondo, eri tu ad aver fatto male i conti. Il tennis è uno sport strano, certo, ma tra gli sport forse è quello più onesto di tutti. Se giochi meglio del tuo avversario, vinci. Non ci sono pali nè traverse, non ci sono rigori non dati, non ci sono fuorigioco non visti, accidenti del caso e capricci del destino. Uomo contro uomo, donna contro donna, se sei più forte del tuo avversario e riesci davvero ad esserlo in campo, a dimostrarlo al momento decisivo, sei tu che vinci. 
Roger contro Rafa, la leggenda che va per i 36 contro la sua nemesi ormai 30enne, alle prese con la calvizie. Due reduci, praticamente. I due, sicuramente, che hanno saputo conquistare il mondo come nessun altro nel tennis moderno.
Sono tornati a vincere prima di tutto contro se stessi, perché quando sei stato in grado di battere i tuoi limiti e quindi tutti i tuoi avversari, poi ti accorgi che non è ancora finita. Devi lottare contro altri limiti, te li trovi sulla tua strada senza che essi dipendano affatto da te.
Federer lotta contro i limiti del tempo, e a 35 anni suonati sta riuscendo a battere anche quelli. Nadal lotta contro i suoi problemi al ginocchio e a chissà quale altra articolazione e giuntura di un corpo ormai, varcata la soglia dei 30 anni, portato quasi allo stremo. Ha perso i capelli, ma ha ritrovato la forza. Rafa è tornato.
Ora non gli resta altro che sfidarsi di nuovo, giocare uno contro l'altro. In finale. Uomo contro uomo. Tutto il mondo lo vuole, in ogni angolo del Pianeta qualcuno vuole e aspetta che accada. Di mezzo ci sono loro, Grigor e Stanislas. Domattina Stanislas sfiderà il suo connazionale, venerdì il bulgaro sfiderà Nadal. Hanno tutto il mondo contro e loro lo sanno. Quando scenderanno in campo, il peso lo sentiranno, potete giurarci. Per loro non sarà solo uomo contro uomo, come sempre, ma sarà loro, soli, contro un po' tutto il mondo. 
Proprio come capitò ad Obdulio Varela e il suo Uruguay, il 16 luglio 1950 al Maracanà. Di fronte avevano il Brasile e il Maracanà pieno. Centomila persone. Certo, il calcio è uno sport di squadra, la faccenda è un po' diversa, ma in siffatti momenti ti senti comunque solo. Se leggessero Osvaldo Soriano, i nostri due sfidanti capirebbero bene le parole di Varela: Quando siamo arrivati in finale, nessuno dubitava che ci avrebbero fatto a pezzettini. Avevano una formazione tremenda, giocavano in casa e il mondo intero s'aspettava che vincessero il Mondiale. Diciamo pure che noi giocavamo contro il mondo.
Quella volta andò a finire che il Brasile andò in vantaggio e il destino pareva doversi compiere inesorabilmente, insieme al tripudio, alla gioia e alla festa che vi erano sottesi, come il più implacabile dei sillogismi. Invece Obdulio Varela, centromediano metodista e capitano dell'Uruguay, prese il pallone dal fondo della rete e si diresse, con tutta la lentezza di cui era capace, a centrocampo. Quando vi giunse, non lo posò a terra, ma si piantò quasi petto contro petto all'arbitro per reclamare un presunto fuorigioco. Passò ancora almeno un altro minuto, in cui gli 11 avversari e i 100mila spettatori transitarono gradualmente dall'esaltazione alla sorpresa, allo sbigottimento e infine allo sdegno. Il gol fu ritenuto valido, ma da quando il pallone fu rimesso in gioco cominciò un'altra partita. Vinse l'Uruguay, il mondo sprofondò nell'incredulità e il Brasile nelle lacrime. Più tardi, passeggiando per Rio de Janeiro, Obdulio si accorse improvvisamente della portata dell'evento di cui si era reso protagonista e, secondo Soriano, pensò: Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?
 

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