mercoledì 25 ottobre 2017

Il Rosatellum e i mille pezzi

Lo so, di leggi elettorali non avete alcuna voglia di sentir parlare. Ne avete fin sopra ai capelli, vi provocano ormai un moto di disgusto. Oltretutto questi latinismi spuri, dal vago sapore vinicolo, non aiutano di certo. E pure quelli che vi appaiono come tecnicismi, formalismi, non bastano affatto a convincervi che valga la pena di sfidarlo questo moto di disgusto, fare uno sforzo. La fiducia, la legge truffa, il  golpe numero 27 dico 27 della legislatura denunciato in piazza dalle truppe del neo capo politico Di Maio. Lo so bene. Così come so bene che non ve ne rendete conto, ma ve lo voglio dire lo stesso. Ve lo voglio dire che il segno della farsa che volge in dannatissima tragedia è proprio qui. Nella stanchezza sconsolata che sfocia in disgusto e che ti convince che non vale più la pena interessarsene, che non se ne puo più manco a sentirne parlare. Perché a quel punto, che facciano come vogliono. Ecco, vedete, se siamo al punto che facciano come vogliono, la tragedia è già compiuta. Se non ci riguarda più, appunto se perdiamo pure la voglia e l'impulso a partecipare, perdiamo pure la libertà, e allora davvero non abbiamo più senso. Noi stessi non abbiamo senso e neanche il mondo.
Lo so, non è una legge elettorale a poter cambiare le sorti di un Paese e figuriamoci del mondo. So pure questo. Come so benissimo che una legge elettorale diversa dal Rosatellum (una qualsiasi perché peggio di questa è difficile) non risolverebbe il problema. Lo so, tuttavia dobbiamo parlarne. Vale la pena parlarne, comunque.
Vale la pena parlarne partendo proprio dalla questione della fiducia. Che non è affatto una questione di mera tecnicalità. E non è nemmeno un fatto procedurale, un problema di bon ton istituzionale. Bisogna andare a fondo delle questioni. Bisogna capire perché. La scelta di porre la fiducia su questa legge elettorale ha una motivazione precisa. Il cosiddetto Rosatellum ha una maggioranza parlamentare sulla carta granitica e imbattibile, e allora perché? Si mette la fiducia perchè si ha paura che quegli stessi rappresentati delle forze politiche che l'hanno proposto e l'appoggiano, protetti dall'ombra del voto segreto, lo seghino. Senza che nessuno li veda. E perché dovrebbero segarla? Semplice. Perchè privi delle necessarie garanzie di tornare a sedere su quegli scranni. Perchè al loro posto, in posizione di privilegio nell'ordine della lista stilata dal proprio capo-partito ci finirà un altro e, in alternativa, essi non sono stati assegnati neanche ad uno di quei collegi uninonimali blindati che verranno appositamente predisposti. Vi pare un formalismo? Vi pare un formalismo che i nostri rappresentati rappresentino ormai essenzialmente la propria indennità parlamentare, la propria diaria, e che vengano catapultati in Parlamento essenzialmente per la loro fedeltà subalterna e accondoscendente neanche più verso un partito, ma verso un capo-politico o presunto tale, che a sua volta risulta il più delle volte, con molta probabilità, pure lui subalterno a chissà quale tipo di potere più o meno oscuro, più o meno nell'ombra. Tutta colpa del Rosatellum? Ovviamente no. I prossimi parlamentari in taluni casi saranno persone diverse da questi attuali, ma comunque nella stragrande maggioranza, siano le stesse persone o altre, essi si assomiglieranno perfettamente. Il processo che ci ha portato qui è stato più o meno lungo e più o meno rintracciabile, ma il Rosatellum è il modo migliore per continuare a garantirlo, per sublimarlo oserei dire.
Ora possiamo pure entrare nel merito, perché poi non è neanche un discorso lungo. Basta semplicemente dire che questa è una legge che prescrive alle forze politiche di presentarsi in singole liste per concorrere al 64% dei seggi su base proporzionale, e poi consiglia vivamente di raggrupparsi in coalizioni per accaparrarsi il restante 36% dei seggi con criterio maggioritario in collegi uninominali di cui ancora non è dato sapere la forma e la composizione. La schizofrenia politica è ben evidente di per sé, senza neanche doverla spiegare. In più ci hanno messo la porcellinata, a serio rischio costituzionale, di non consentire il voto disgiunto. Per cui ci daranno una sola scheda e se uno piazza la croce su un simbolo, automaticamente si becca pure il candidato al collegio uninominale della pseudo coalizione di cui quel simbolo farà parte.  Ora, spiegatemi voi qual è il senso politico di presunte coalizioni formate magari da Berlusconi, Salvini, Meloni e chissà cosa altro, tenendo presente le posizioni su un tema politico a vostra scelta che costoro hanno espresso in questi anni. Butto lì qualche titolo, Europa, moneta unica, federalismo, autonomie regionali, credo possa pure fermarmi. Ci siamo già capiti. E da quell'altra (presunta) parte? Già, chi ci sarà da quell'altra parte? Boh. Che diavolo c'entrerebbe Renzi, le politiche del suo governo, Alfano, Verdini, con la sinistra? Su che basi si dovrebbe fare e che senso avrebbe una coalizione da quell'altra parte? Poi, con tutto quello che ha detto Renzi fino a ieri sul concetto di coalizione di per sé. Che senso ha? Ecco, appunto, un senso non ce l'ha. Lo scopo è semplicemente mettere insieme qualche coalizione di facciata che sia in grado di raccattare qualche seggio nei collegi uninominali, togliendoli essenzialmente ai 5 stelle. Per andare a formare un Parlamento in cui una maggioranza formata da una di queste presunte coalizioni non ci sarà, e i "volenterosi" della situazione magari potranno "salvare la Patria". Che poi, funzionerà davvero? Perché vedete, questi nuovi riformatori sono pure maldestri. Il loro nemico giurato dicono sia il populismo, il loro avversario indomito sarebbe il M5S. Eppure, che fanno? C'è una forza che ha preso 9 milioni di voti quasi 5 anni orsono senza che si sia ancora minimamente capito per farne cosa, senza che sia ancora capito questa forza politica, che loro preferiscono chiamare Movimento, cosa sia, cosa voglia, chi e cosa rappresenti e, soprattutto, cosa diavolo voglia fare, e lorsignori che fanno? Gli danno l'unico salvagente a cui aggrapparsi per tornare a prendere quei 9 milioni di voti e magari pure qualcuno in più. Quello cioè di poter continuare a dire: vedete questi cosa sono, vedete cosa fanno tutti insieme? Sono il potere sozzo. Non ne potete più di loro? Bene, siamo noi l'antipotere. Siamo noi i loro nemici. 
Andate avanti così. Continuate a dare, nella migliore delle ipotesi, semplicemente l'impressione di difendere un sistema. Un sistema che, però, fa acqua da tutte le parti, che non sistema proprio niente, che ne garantisce sempre più pochi e essi non sono certo i migliori. Soprattutto un sistema che ormai ha il consenso solo di quelli che garantisce, e pochi pochi altri. I restanti, ormai, non ci credono proprio più. Andate avanti così, che tutto si rompe in mille pezzi.

mercoledì 11 ottobre 2017

Bisogna che qualcuno lo dica

Arrivati ad un certo punto, bisogna che qualcuno lo dica. A quel punto esatto in cui si trovava il protagonista della marsina stretta, nonostante in questo momento io indossi jeans e maglietta pure piuttosto larga. Quando lo sforzo della compressione, provando a bloccare dentro, provando a sprofondare ciò che proprio non può fare a meno di uscire, rischia di non riuscire più neanche a farti respirare. Ecco, a quel punto preciso, non esiste forza, potere o divinità che possa impedire che qualcuno lo dica.
Puoi dirlo a margine, facendolo precedere da un tuttavia. Metti davanti la sacrosanta premessa, una Coppa del Mondo senza l'Argentina non avrebbe senso. Soprattutto, senza Messi non varrebbe manco la pena guardarla e io stesso non la guarderei, tuttavia...e a quel punto lo dici. Non puoi proprio non dirlo. Non puoi.
Puoi dirlo a complemento di un discorso, come un però. Tipo, Messi è un calciatore meraviglioso, incredibile soprattutto per la capacità di durare nel tempo, ai ritmi e agli sforzi atletici imposti dal calcio contemporaneo, lo ha dimostrato e lo dimostra da più di un decennio, su tutti i campi del mondo, però...poi lo dici. Come fai a non dirlo?
Devi dirlo. Inizi da un dato di fatto inconfutabile, senza che nessuno ne possa avere a male. Potrebbe suonare tipo così: l'Ecuador era già eliminato e per la compagine andina questa partita non aveva importanza ai fini della classifica. L'andamento della partita e il comportamento dei calciatori ecuadoregni è stato effettivamente tipico di una squadra che si sta giocando una partita senza importanza. Ecco. Tanto per cominciare. Perché non puoi mica fermarti lì? Di calcio ne capisci, magari sei stato pure un ex calciatore, devi commentare? E come fai, mentre commenti la pulizia e la bellezza del sinistro di Messi e la sua rapidità, come fai a non sottolineare l'abominio calcistico di cui si rende protagonista il difensore dell'Ecuador sul secondo gol? Già avresti dovuto dire, sul primo gol, come il diretto avversario di Messi, che in teoria avrebbe dovuto marcarlo (perlomeno nella circostanza, sebbene marcare gli avversari pare sia diventato ormai fuori moda), nel momento topico, quando la pulce entra in area, si pianta al limite dell'area, lasciando che un fuoriclasse del genere concluda indisturbato a pochi metri dalla porta. E vabbè. Un difensore preso da "una fase amnesiaca" la liquiderebbe Eziolino. Però, dopo, non puoi proprio tacerne. Su quel secondo gol l'avversario è in anticipo di un'eternità e che fa? Mette lì morbidamente un piattino interno verso il pallone, quasi scostandosi con il corpo, piuttosto che porlo da ostacolo all'avversario (come capisci sia opportuno fare già nei Pulcini) come a dire, prego, rubami il pallone e corri pure verso la porta, volevo solo fare finta ma non ne sono manco capace. Come fai a non dire niente? 
E il terzo gol? Campanile lento lento e il difensore che fa? Invece di accorciare su Messi, in quel quarto d'ora di tempo prima che il pallone scenda, si tiene ad una salomonica distanza di 5-6 metri. Dopodichè Messi mette il pallone indisturbato a terra e lui si avvicina trotterellando, parandoglisi davanti a copertura del lato destro. Come a dire: la sinistra è tutta per te, vai vai, che so che con il mancino tu non sei malaccio. E la pulce va e pianta un sinistro delizioso sotto la traversa, ci mancherebbe. Ma tu lo devi dire. Devi dire che il comportamento tecnico e tattico dei difensori dell'Ecuador è così smaccatamente inadeguato da non risultare credibile. Non hai le prove, d'accordo, ma devi pur raccontare quello che vedi. Quello che hai visto è un atteggiamento difensivo inaccettabile in una partita di calcetto tra amici, figuriamoci in una partita di qualificazione ai mondiali. Il sospetto che uno l'abbia fatto apposta, ti deve venire. E lo devi dire. Così come devi raccontare quello che è successo qualche sera prima in Colombia-Paraguay, nei minuti finali, con il risultato ribaltato in conseguenza di due inverosimili papere del portiere colombiano Ospina, con la collaborazione della propria difesa. Con quel risultato l'Argentina ha potuto avere la certezza di qualificarsi direttamente ai Mondiali con una vittoria contro l'eliminato Ecuador, mentre contemporaneamente Colombia e Perù pareggiavano, con tanto per cambiare Ospina che si buttava dentro la porta un pallone calciato su punizione da Guerrero. Se non l'avesse toccato il gol sarebbe stato annullato, perché trattavasi di calcio di punizione indiretto. Dopodichè le due squadre hanno apparecchiato a centrocampo e la Colombia ha festeggiato la qualificazione, il Perù si è garantito gli spareggi con la Nuova Zelanda. Insomma se ne sono viste di cose ben strane, la cui nuda cronaca deve per forza portarti a dire che il girone di qualificazione sud americano a Russia 2018 è stato tutto tranne che limpido. Come fai a non dirlo? In diretta tv, nel dopo partita, il giorno dopo sui giornali, in tutti quei salotti, sul web, sui social, attraverso tutti i benedetti canali dai quali il calcio straripa.  Capisco l'ansia di celebrare i campioni, di adoperare i toni entusiastici, di coinvolgere emotivamente pubblico televisivo e non, però, perlomeno a margine, dillo. Perché capisco ancora che bisogna vendere un prodotto, però pure il commercio ha le sue leggi. Mettiamo che il calcio sia diventato a tutti gli effetti un prodotto da supermercato, tecnica, tattica, atletismo, pubblico, passione, sentimento, fasi amnesiache pure, tutti confezionati insieme in un unico contenitore, che va pubblicizzato, esposto e venduto. Però atteniamoci alla legge. Sulla confezione vanno posti gli ingredienti. E allora, in questo caso, 30% classe purissima di Messi, 15% passione argentina, 10% difesa scarsa, 5% condizioni altimetrica, 40% fiction. E mi sono tenuto basso. Bisogna che qualcuno lo dica. Sennò è addirittura reato. Intanto io lo dico. Ecco, l'ho detto. Ora posso tornare a respirare.

venerdì 6 ottobre 2017

Gli strani, imponderabili e imperscrutabili effetti del(la) Var

La palla si librò in aria al rinvio sbilenco di Marco, il nostro stopper degno di un calcio antico, che però quando colpiva il pallone, codesto tendeva essenzialmente a impadronirsi di vita propria. Prendeva direzioni a cazzo, per dirla così come la dicevamo in spogliatoio, tendenzialmente proiettandosi verso l'alto, finchè a un certo punto prendeva a scendere a candela, e allora per metterlo giù e renderlo domo ci voleva un piede morbido, tipo il mio sinistro. Così approfittai dell'attimo d'incertezza degli avversari, che guardavano in aria un po' stralunati, e presi a correre verso un punto del campo ipotetico, che per ragioni un po' istintive e un po' oscure mi parve poter essere quello che in fisica pare si definisca punto di caduta. Circa una decina di metri oltre la metacampo avversaria, poco prima dell'out destro. Il pallone veniva effettivamente verso di me, solo dovetti piazzare un breve scatto verso il centro, poi esso cadde e si ammorbidì placidamente sul mio mancino. Fausto, il nostro centravanti, mosso da gratificante fiducia nelle mie capacità, anticipò il movimento del difensore avversario e provò a gettarsi nello spazio libero tra le terga di costui e la porta. Io lo vidi con la coda dell'occhio, scostai lievemente la palla di mezzo esterno facendola passare sotto le gambe di un avversario, che si era fiondato con un certo ritardo verso di me con la palese intenzione di braccarmi, e diedi subito un colpetto sotto alla palla, scodellandola oltre la testa di quello stesso difensore. Il mio assist gli arrivò perfettamente assecondando la sua corsa, lui stoppò di petto al primo rimbalzo del pallone e scagliò un fendente di destro sotto la traversa, che freddò il portiere, proteso in un vano tentativo di uscita. Sarebbe stata una cosa meravigliosa, se solo quel fesso del guardalinee non avesse alzato la bandierina e l'arbitro non avesse fischiato con condiscendenza. Il mister se la prese con me, che avevo perso tempo con quel tunnel, ma per me il fuorigioco non c'era. Ne ero certo. Tanto più che, avremmo poi saputo, le immagini mi davano ragione. Non era fuorigioco. Il problema era che il Var non potè intervenire. Avevano fermato il gioco, quei maledetti. Non si poteva più tornare indietro. Neanche il mister tornò indietro dalla sua posizione. 
Dieci minuti dopo partii in serpentina, animato da spirito di vendetta, ma di fronte a due avversari persi palla e parastinco. Mi arrivò un calcione dritto sulla tibia, mentre quell'altro mi portava via il pallone. In questi casi non c'è Var che tenga. Non eravamo mica in area? C'erano mica gli estremi dell'espulsione? No. E allora vaffanculo Raffaele, passalo sto cazzo di pallone, disse il mister. Dopodichè mi sostituì. Vaffanculo al Var, dissi io. E poi vaffanculo pure al mister. Che non la prese tanto bene.
La prese ancora peggio quando un loro attaccante filò verso la porta, in posizione di netto fuorigioco, senza che nessuno si degnasse di accorgersene. Il nostro portiere Nicola fu eroico, oltre che assolutamente deleterio, con il senno di poi. Si gettò ai piedi del loro attaccante e prese il suo destro in faccia, salvando il gol e deviando il pallone in calcio d'angolo. In quel momento il mister ne fu entusiasta, e mi guardò con un misto di disprezzo e rabbia negli occhi, come a dire hai visto cosa significa sacrificarsi per la squadra, prendersi le pallonate in faccia, altro che tunnel e ghirigori. In realtà, non aveva per niente compreso ciò che il destino aveva in serbo per lui e per la nostra squadra. In pochi secondi avrebbe maledetto e sacramentato amaramente proprio ciò che un momento prima aveva benedetto e glorificato. Avesse avuto meno sprezzo del pericolo, il nostro portiere, e fosse uscito con minore efficacia, il pallone sarebbe finito in porta e la benedetta Var avrebbe fatto il suo dovere. Quei salami di arbitro e guardalinee sarebbero stati smentiti e il gol sarebbe stato annullato. Palla a Nicola, il tempo di sciaquarsi la faccia rossa per la pallonata, e via di rinvio. Invece, il tempo di sciaquarsi la faccia per la pallonata, e arrivò lo spiovente dal calcio d'angolo. Nicola abbrancò facilmente in presa, diede il tempo ai difensori di uscire dall'area e non ebbe però il tempo di battere la palla in terra prima del rinvio. Fischio sonoro dell'arbitro, quelle sue mani da batrace a mimare il rettangolo ed egli si avviò verso il monitor a bordo campo. Marco si mise preventivamente le mani in testa e tutti capimmo quello che stava per succedere. Il nostro energumeno di fiducia aveva placcato l'attaccante avversario e questi si era buttato a terra. Non se n'era accorto nessuno e nessuno aveva protestato, perchè quel tizio su quel pallone non ci sarebbe arrivato mai e poi mai. Manco quel fesso dell'arbitro aveva visto niente. La Var, invece, sì. Alla Var non sfugge niente. L'arbitro tornò e indicò il dischetto. D'altronde, il regolamento parla chiaro. Fallo in area mentre il pallone era in gioco. Rigore per loro. Nicola da una parte, pallone dall'altra. Finì così. Una tremenda sconfitta per 1 a 0 in casa nostra, contro una diretta concorrente per la salvezza. Eravamo quasi spacciati. Uscimmo dal campo con la testa bassa, sugli spalti neanche un coro contro l'arbitro, men che meno qualcuno che prese a rincorrerlo, come fece una volta Eziolino Capuano in tempi ormai andati.
Io, mentre camminavo a testa bassa, con un pesante giaccone addosso almeno due taglie oltre la mia misura pensavo alla Var. Che poi perché Var? L'avrei chiamata Liudmila, come quella ragazza che un tempo aveva il potere di decretare la mia fanciullesca felicità o la mia bambinesca disperazione con un gesto, una parola, una cosa qualunque che poteva fare o non fare, benchè frutto di una certa cretineria che l'ha sempre e comunque contraddistinta. Effettivamente con questa Var ella mi parve avere qualcosa in comune, se non altro l'incidenza sul mio umore e, in particolare, quella qual certa cretineria. Poi guardai il mio mister, pure lui a testa bassa, che sacramentava in aramaico contro la Var (altrimenti in italiano l'avrebbero squalificato) e mi spinsi a pensare, non privo di acrimonia: "non sarai meno cretino della Var e di quell'altra lì pure tu, che hai fatto il colpo di genio di tirarmi fuori dal campo." E, pensandolo, mi resi conto che alla fine ciò che conta veramente è che qualcuno ci scelga e che quello che desideravo davvero, e avrei continuato ugualmente a desiderare di lì a qualche ora, era semplicemente poter giocare ancora, di nuovo. Al calcio e all' amore. Solo che, ormai era chiaro, se avessi continuato a sperare che dalla Var o da Liudmila mi potesse essere riservato qualcosa di buono, avrei semplicemente dimostrato di essere contraddistinto io pure da quella qual certa cretineria. 
Conclusi addirittura che, in ogni caso, avrei continuato a voler giocare al calcio e all'amore ma, in definitiva, senza la Var e senza Liudmila per me era meglio.

domenica 1 ottobre 2017

La non partita

Una non partita si gioca senza pallone, senza calciatori, senza allenatori, senza pubblico.  Una non partita non esiste, non è calcio, è un funerale. Una non partita è una partita che è morta. 
Modena-Mestre 0-3. Alle 18.30 ne darà il triste annuncio Feliciani di Teramo.
Lontano dalle vostre televisioni, lontano dai vostri occhi, senza neanche potersene accorgere, tra qualche ora, a Modena, tra la via Emilia e il West,  alle 18:30 ci sarà una non partita che non potrà avere vita. In una domenica di calcio come tante, iniziata con il Napoli che ha strapazzato i rossoblu sardi, malcapitato avversario di turno, mentre l'Italia attende di scoprire se per una volta la Juve inciamperà o continuerà piuttosto a tenere il suo imperturbabile passo, i calciatori di due squadre, i loro allenatori, arbitro, guardalinee e addetti vari ed eventuali non potranno fare altro che stampare la propria faccia su un cancello chiuso. Nel frattempo la vostra attenzione e i riflettori saranno puntati su San Siro, i riflettori dello stadio Braglia, invece, rimarranno spenti, perchè una non partita può essere semplicemente coperta dal buio.  Mentre Montella con il suo Milan ancora in cerca d'autore sfiderà la Roma del suo fraterno amico Di Francesco, mentre dunque il ragazzino che un tempo teneva seduto nella sua auto, sul sedile accanto a lui, sarà in panchina a giocarsi una partita che può valere il suo futuro, per Eziolino Capuano non ci sarà alcuna panchina, non ci sarà proprio niente da potersi giocare, men che meno il futuro. 
A Modena un futuro per la propria squadra non riesce a vederlo più quasi nessuno, si mastica ormai la rabbia di chi si vede sottrarre una passione, un amore. Davanti al cancello chiuso rimbalzerà l'eco di un grido di dolore. "Caliendo vattene", risuonerà più o meno così, gonfio di esaperazione. Non basterà ad aprirlo quel cancello, ma quel grido, quell'amore meritano che arrivi qualcun altro, che si trovi una soluzione. Meritano una squadra. Mentre, davanti a quel cancello chiuso, Eziolino Capuano proverà a resistere al destino che lo spinge a sentirsi un allenatore di una non squadra, sprofondato nell'assurdo non senso di una non partita.  Se c'è una cosa che non puoi sceglierti, è il destino. Sceglie lui per te, e se non lo fa come piace a te, devi solo sperare di avere la forza per ribellarti. Il destino può scegliere la tua fortuna, ma non devi permettergli di scegliere la tua vita, è scritto nel libro "Il mondo di Eziolino." Stavolta il destino a cui gli tocca ribellarsi è quello di allenare una non squadra. Resistere per il suo Modena, perchè sia una squadra che possa scendere in campo a giocare le proprie partite. Lottando perlomeno fino all'ultimo, come solo le squadre vere sanno fare.

martedì 19 settembre 2017

Io non ho le prove, non so, ma scrivo

Io non ho le prove, e non solo. Si dà pure il caso che io non sappia. Sono uno che prova ad usare il proprio cervello, prova a connettere, legare, pensare, a tirare pure delle conclusioni. Non lo nego, però non so. Non so perchè non sono addentro, non sono un addetto ai lavori, non ho i collegamenti giusti. Insomma sono fuori e, per definizione, quelli che sanno è luogo comune della contemporaneità ritener essere coloro che ci stanno dentro. Dunque, io che ne sono fuori, non so. 
Io non ho le prove, non so, ma scrivo. Scrivo così come mi riesce, provando usare il mio cervello, contando su quello che esso connette, lega, pensa, e affidandogli pure le conclusioni. 
Scrivo non avendo paura, talvolta, di partire da una banalità. Come in questo caso, partendo dal banale dato di fatto che nei campi di calcio moderni si segnano molti più gol rispetto a quelli un po' meno moderni. Non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, perché qui, prima, si segnava proprio poco. Non dipende certo dai materiali con cui i campi sono costruiti, nè dalle dimensioni del terreno da gioco o delle porte (quelle fortunatamente sono rimaste più o meno uguali). Non dipende manco dal fatto che i campi di calcio moderni in Italia sono decisamente più vuoti rispetto a quelli un po' meno moderni. Di persone intendo, sempre banalmente. Eppure si è sempre detto che il pubblico vuole vedere i gol, ora se ne vedono così tanti di più, ma diserta. Strano.
Quelli che sono addentro, e di conseguenza sanno, dicono che è questione di evoluzione tattica del gioco, di una diversa velocità dello stesso, dell'evoluzione fisica e tecnica dei calciatori. Poi vi è anche l'allargamento della serie a 20 squadre, la B a 22, il dislivello economico, etc. Circostanze che tendono ad aumentare le diseguaglianze e le disparità tra le contendenti, come tristemente avviene pure tra gli esseri umani nostri e loro contemporanei. Non fa una piega. Non lo nego affatto manco io, che non so. Anzi, lo penso e lo scrivo, tuttavia non concludo qui e così. 
Io continuo a riflettere, provando ad usare il mio cervello. Il fatto è che io ne ho visti di recenti scoppiettanti 5 a 4 sui nostri campi, di imponderabili 3 a 3, di dilaganti 5 a 0, 5 a 1, 6 a 0 e chi più ne ha, più ne metta. Li ho visti inquadrati da diverse prospettive, spostandomi da diversi lati, variando punto di osservazione. Cocciutamente quello che attraverso la retina finisce per essere trasmesso al mio cervello sono papere dei portieri, difensori che lisciano goffamente la palla o mantengono un'inquietante distanza di sicurezza dagli attaccanti che dovrebbero invece marcare. Inopinati  e disarmanti ruzzoloni per terra proprio quando si stava per raggiungere quella maledetta palla e spazzarla, intravedo vuoti di memoria, "fasi amnesiache" direbbe il nostro Eziolino Capuano. Sarà forse un problema mio? E, nel caso, attiene alla retina o al cervello?
Io scrivo e se scrivo è perchè penso che non sia un problema mio. Perchè penso anche che la teoria secondo cui i difensori moderni siano così tanto più scarsi di quelli un po' meno moderni non regge, logicamente ed empiricamente. E pure perché penso ancora che sì, Dybala è fortissimo, decidano quelli che sono addentro se paragonarlo o no a Messi. Tuttavia se Maradona in un anno vinceva il titolo di capocannoniere segnando 16 gol e questo va a finire che a novembre avrà fatto già più gol di  Maradona, i conti proprio non tornano. Con tutta la buona volontà.
A questo punto, cosa concludere? Vi confesso che è difficile, non avendo io le prove e perdipiù non sapendo. Non mi resta che guardare gli higlights (si chiamano così) dell'ultima giornata di campionato. Quando non si sa, meglio lasciare da parte le opinioni e fare parlare i fatti. Affidarsi alla cronaca. C'è questo ragazzino, 16 anni, entra a partita in corso e fa doppietta in serie A. Guardo il suo primo gol. Egli attacca la profondità, Taarabt verticalizza in sua direzione, De Vrij entra in scivolata fa sbattere la palla sul viso del suo compagno Radu e la palla arriva al giovin virgulto. Costui, Pellegri per chi non ancora non lo sapesse, ciabatta di prima intenzione di destro un tiretto innocuo, Radu ci mette lo zampone e spiazza il proprio portiere. Poi guardo il suo secondo gol. Zukanovic avanza indisturbato sulla sinistra, con l'avversario più vicino a 10 metri, egli ha tempo e modo per far girare un cross alle spalle di Leiva, piuttosto disinteressato alla vicenda, sulla palla piomba appunto il ragazzino Pellegri, che l'arpiona in spaccata con un gesto atletico di gran vigoria, spedendola di piatto verso il centro della porta. Il portiere laziale Strakosha si sdraia sgraziatamente a terra e se la fa sfliare sotto i guantoni. Doppietta del ragazzino Pellegri, nuova stella del firmamento calcistico italiano, valore di mercato immediato un bel tot (per me incalcolabile) di milioni di euro. Dall'altra parte passano 10 minuti e Gentiletti, ex della Lazio, manovra indisturbato un pallone in disimpegno nella propria metà campo, passaggio in orizzontale (Eziolino ai tempi dei Pulcini ti ci avrebbe fatto fare 27 giri di campo pietroso a piedi nudi) che finisce per servire l'avversario Immobile. Costui indisturbato si avvia verso la porta e sigla il 2 a 3 finale. 
Così è, se vi pare.

domenica 13 agosto 2017

Scrivere è

Scrivere è un'irriducibile professione di speranza. Scrivere è un audace atto di resistenza, compiuto dall'animo indomito di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi, di chi ha voglia di lottare fino all'ultimo, fino alla fine. Scrivere è lottare, combattere. Ci vuole il fegato, ci vuole l'anima, ci vuole il coraggio. Ci vuole presunzione, a voler essere onesti. Scrivere è un'azione temeraria, spericolata, eroica. Scrivere è illudersi anche un po', però per scrivere bisogna crederci davvero.
Bisogna credere incrollabilmente nel genere umano, bisogna convincersi che ne valga la pena. Bisogna credere che un senso ci sia o, perlomeno, che valga la pena di cercarlo. Bisogna credere nella possibilità di un mondo migliore, che valga la pena di lottare per esso. 
Scrivere è sperare che ci sia qualcuno che possa capire, che ci sia qualcosa da capire, che ci sia qualcosa da spiegare. Scrivere è credere di essere depositari di un qualche pezzo di mondo, che è patrimonio degli uomini e che gli altri devono poter conoscere, attraverso di noi, attraverso parole che abbiamo solo il compito di cercare e di trovare, perché al mondo ci sono già. Bisogna inflarsi nel buio, buttarsi a testa in giù, non aver paura di perdersi e farsi male per trovarle. Quindi tesserle una con l'altra con cura e precisione tali da farle diventare le nostre parole. Le nostre parole che gli altri devono assolutamente leggere. Qualcuno capirà.

sabato 1 luglio 2017

La truffa del futuro in politica

I nuovi politici non si guardano indietro. Hanno lo sguardo puntato in avanti, in direzione del futuro. Lo guardano e lo vedono. E vedendolo loro, riescono a mostrarlo anche a noi. Attraverso il loro sguardo, fisso in avanti, un mondo nuovo ci si aprirà davanti. Incerto, ma pulito dagli inganni avrebbe continuato Pierangelo Bertoli. ( Voglia di libertà 1985
A differenza di quello cantato da Bertoli, il mondo nuovo dei nuovi politici è sì incerto, obiettivamente, ma pulito dagli inganni...be'...non esattamente. Se non altro, dipende dagli occhi di guarda. Qualcuno pur ci crede ai nuovi politici, qualcuno di essi, oltralpe, vince persino le elezioni. Qui in Italia è più complicato, ma perlomeno a vincere le Primarie ci si arriva. Che poi non è neanche vero che i nuovi politici parlino proprio tutti uguale uguale, dicano esattamente le stesse identiche cose. Guardano nella stessa direzione, pensano sempre al futuro, fanno o vogliono fare le stesse politiche (qualcuno con minore riuscita, qualcuno con una maggiore) ma delle percepibili differenze nei concetti e nella esposizione di essi pur esiste. Ammettiamolo, per quello che conta. Perché conta poco. Quello che davvero conta, in sostanza, non è se Macron magari sia un politico più raffinato e avveduto e se Renzi, magari, sia una mezza pippa (sempre in termini di raffinatezza e avvedutezza politica parlando). La sostanza è che coloro che dissentono, coloro che effettivamente si oppongono o semplicemente ne hanno in animo, coloro che non vi credono, tendenzialmente sono da essi destinati ad essere liquidati come scorie del passato, negazionisti del mondo nuovo, negatori e sottrattori del futuro. Nostalgici, per rimanere alla stretta attualità e ad una definizione obiettivamente più docile.
Come se, in politica, futuro e nostalgia fossero categorie che avessero un senso qualsiasi. Fosse così, ma invece non ce l'hanno. Invece è una truffa. Tanto per cominciare, il passato, in politica come dappertutto, è necessario per interpretare il presente e provare a programmare il futuro. E, tanto per finire, il futuro, in politica, è un guscio vuoto. Va riempito di contenuti, di progetti, di idee, di ideali innazitutto. Senza questo blaterare di futuro vuol dire blaterare di nulla, proclamarsi apostoli del futuro significa essere degli impostori. 
Perché, per esempio, quando io nacqui, un politico che avesse visto il mondo nuovo che mi si apriva davanti, avesse visto il futuro, avrebbe dovuto vedere che poco più di 30 anni dopo esso sarebbe stato un mondo in cui le disuguaglianze economiche nella popolazione sarebbero aumentate e incruditesi tristemente. In cui le opportunità di occupazione e di realizzazione professionale sarebbero diventate sicuramente più complesse. In cui la mobilità sociale sarebbe drammaticamente diminuita. In cui la partecipazione politica e l'effettiva rappresentanza dei cittadini da parte della classe politica si sarebbe ulteriormente incrinata. E mi fermo qui, si potrebbe pure continuare, ma mi pare già abbastanza. Poi, certo, qualcosa è migliorata, in qualcosa sono stati fatti dei passi avanti. Quindi, cosa avrebbe significato 30 anni fa parlare di futuro? Niente. Al contrario, avrebbe significato parlare di diseguaglianza, di giustizia sociale, di politiche di investimenti e di ricerca per sostenere una perequata crescita economica, di stato sociale. Per esempio. E cosa significa, oggi, parlare di futuro? Lo stesso identico niente. Il futuro è un guscio vuoto che proprio la politica deve riempire di contenuti, idee e ideali. Che continuano ad essere e continuano a riguardare diseguaglianza, giustizia sociale e le altre cose di cui sopra. Soprattutto se si è di sinistra. E, soprattutto, se si è di sinistra, parlandone e affrontandole in un certo modo. 
Allora, cari nuovi politici, chiunque voi siate, lasciate perdere il futuro, il passato, la nostalgia. Il tempo corre in avanti da solo, non va all'indietro, non c'è bisogno per questo del vostro intervento. Il mondo va avanti da solo, fidatevi. Voi pensate piuttosto a che tipo di mondo volete costruire. Non prendeteci per il culo.

lunedì 10 aprile 2017

Nel blu dipinto di blu

A un certo punto devono essersi convinti che il metodo più efficace per calmierare il dissenso è sabotarlo per sfinimento dei potenziali dissenzienti. Cospargere di una melassa uniforme e perpetua ogni centimetro di spazio possibile entro cui è opportunamente confinato e imprigionato qualsiasi alito di dibattito pubblico, affinchè qualsiasi parola, qualsiasi voce finisce per perdere consistenza e convinzione. A ripetere sempre le stesse cose, i primi che si stancano sono quelli che ci credono davvero. Quelli che non credono davvero a quello che dicono, non si stancano mai di ripetere. Essi ripetono per contratto, in un certo senso, direi meglio di mestiere.
Così, risulta possibile dimettersi da Presidente del Consiglio, affinché si possa partire da una posizione di vantaggio per ricandidarsi appunto a Presidente del Consiglio. Dimettersi da segretario di un partito, per poter farsi incoronare il più presto possibile a capo di quello stesso partito, sperando di tacitare definitivamente i propri avversari interni. Ripetere, ripetere, ripetere. Dire le stesse cose prive di qualsiasi sostanza politica, non cambiando neanche il modo, cambiando al massimo il colore del vestito. Blu. Come blu deve essere lo sfondo contro cui stagliare la propria figura. Se non si ha niente di diverso da dire, perché non pensare di evitare il rischio di sembrare troppo uguali cambiando colore? Sedurre il popolo con il blu, la nuova frontiera della comunicazione politica.
Ti sentiresti, allora, quasi costretto anche tu a ripetere le stesse cose, a dire quello che hai già detto riguardo all'esperienza politica di Renzi e riguardo all'essenza stessa del renzismo. Però ti sei stancato, e soprattutto ti sei convinto che se c'è qualcuno che non ha capito ancora, non potrà essere certo colui che capirà adesso. Perché ora, a differenza di quattro anni fa, c'è la Storia che ci parla. Più di mille giorni di governo sono lì a fornire sicura testimonianza. 
Lo avrebbe certamente evitato, se avesse potuto, ma è costretto a farci i conti anche lui. Lui quindi, ora, diventerebbe colui che "ha fatto". Gli altri sono quelli che sanno dire solo no. La fantasmagorica stagione delle cosidette Riforme, cui il suo avvento avrebbe dovuto aprire le porte, compare ormai sullo sfondo, nelle pieghe di quel blu dipinto di blu alle sue spalle. Non può apparire più in primo piano, come ai tempi delle vecchie Leopolde, prima che la Storia parlasse con i fatti e con i Referendum. Cosa rimane delle sue fantasmagoriche Riforme? La Buona Scuola, che è tutto dire, il jobs act, attraverso cui prova disperatamente ad aggrapparsi a ipotetici decimali, interpretandoli a proprio uso e consumo, come gli ubriachi si aggrapperebbero a qualche lampione per strada, in una notte scura. E poi gli 80 euro. I famosi 80 euro. Quanto gli basta, secondo lui, per poter dire, "io ho fatto", "gli altri sanno dire solo no". Perché, sia chiaro, effettivamente il M5S tutto rappresenta tranne che un'alternativa politica credibile. Tocca ripetersi anche in questo caso, sempre più stancamente. Come ritengo superfluo, addirittura ridondante esprimermi sulla credibilità politica di Salvini, con quell'altra robaccia che aspira a posizionarsi a destra. Ciò però non rende il jobs act più accettabile, la Buona Scuola meno urticante. Soprattutto non rende un'esperienza politica meno dannosa, pur nella relativa brevità che l'ha contraddistinta. E non rende migliori una concezione che definirei culturale, un'operazione che definirei strategica per impadronirsi del potere, svilendo e mortificando aspirazioni ideali e identità politica attraverso le quali e in direzione delle quali un popolo di sinistra dovrebbe riconoscersi, agire e lottare.
Magari gli basta per riprendersi la sua corona di cartone a capo del Pd blu, triste caricatura di un partito mai nato. Magari gli basterà pure per riciclarsi a capo di una rinnovata ammucchiata di coalizione (per non usare accozzaglia, il cui copyright è a suo appannaggio). Per costringerci a continuare a ripeterci, per continuare a provare a prenderci per sfinimento.


lunedì 27 febbraio 2017

Dubbio interno al calcio moderno



Le partite non sono mai durate solo 90 minuti più recupero. Sono sempre cominciate prima del fischio d’inizio, specie quelle più importanti. Una partita la vivevi per parecchi giorni, prima che si giocasse, come accadeva a me da bambino, attraverso il riflesso del mondo dei grandi che mi circondava. E non finivano certo al triplice fischio dell’arbitro. Continuavano ad essere raccontate, spiegate, ad essere vissute. Quei 90 minuti più recupero potevano contenere una gioia, un’esaltazione, o una delusione e una frustrazione, che si prolungavano ben oltre il loro puro spazio cronologico. Da sempre. Il calcio è un fenomeno popolare, innanzitutto. Ha le sue liturgie, le sue congregazioni, i suoi dogmi, i suoi luoghi di culto, le sue divinità. È una religione, a suo modo. Un oppio dei popoli alternativo, direbbe Marx. Ora, semplicemente, si tenta di ricavarne il massimo possibile, di sfruttarlo al pieno delle sue potenzialità commerciali. Come, d’altronde, avviene per ogni umana attività contemporanea. Le domande non prevedono una risposta, probabilmente neanche l’attendono più. Ad ogni domanda, qualsiasi, deve corrispondere un’offerta. Le cose, ormai, devono funzionare così. Il calcio è un fenomeno popolare, a suo modo una religione, e quindi una domanda. Le pay tv, le pay per view, i canali satellitari, l’alluvione di calcio parlato in tv, sul web e su qualunque mezzo attualmente a disposizione, il rutilante mercato delle scommesse, sono l’offerta. È diventato un’altra cosa, ovviamente. Dilatata, ingrossata, ingrassata. Quasi non lo riconosci più, tanto che fai quasi fatica a continuare ad amarlo. In quegli studi televisivi, in quel rumore di fondo incessante che ti accompagna ad ogni ora, in cui tutti hanno le loro verità, ognuna sinistramente troppo simile all’altra, senti che comincia a sfuggirtene il senso. Il pallone lo perdi, proprio come se un arcigno difensore te lo portasse via in scivolata. Non ti resta che provare a concentrarti sul campo, liberandoti dalle sovrastrutture, provare a rintracciarne l’essenza.

giovedì 16 febbraio 2017

Meno parole più calcio

Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Servono a poco persino quelle di Maradona prima di una partita, che lui il calcio praticamente l'ha inventato. Figuriamoci a cosa servono dopo una partita, quei fiumi di parole di questi altri, che esondano dappertutto, fino a sommergerci. Lasciateli parlare quanto vogliono, evitate di ascoltarli, se la scimmia dalla spalle riuscite a scrollarvela. 
Il senso di Real Madrid-Napoli è quasi tutto in una sequenza. Cristiano Ronaldo fa il doppio passo sul lato destro dell'area di rigore, Koulibaly gli annaspa dietro, il portoghese finta il cross, Kalidou si sdraia tutto su un fianco sull'erba del Bernabeu, con una goffaggine che induce sinceramente in compassione, poi quando si rialza quello ha già preso la linea di fondo, ha tempo per sistemarsi il pallone, guardare in mezzo e scegliere il destinatario preferito per il suo passaggio.
Non c'è nient'altro da capire. Vedere questo colosso, abituato a svettare fiero e sovrastante sugli attaccanti della nostra serie A, a giganteggiare imponendo la sua forza e la sua maestosa predominanza, arrancare spaurito e confuso, quasi disperato lasciarsi in scivolata dove presumeva avrebbe trovato il pallone e invece erano rimasti solo erba e vuoto, riesce a spiegare perfettamente il senso di una serata.
Insomma, ieri sera era un'altra cosa. Non era la serie A, non era il Bologna, non era il Cagliari, non era il Torino. Era il Real Madrid, al Bernabeu, e il Napoli, ieri sera, non è stato all'altezza.
E mi fanno ridere quelli che s'industriano ad argomentare "il Napoli non ha giocato da Napoli". Mi fanno venire in mente il Petisso, Bruno Pesaola, quando allenava il Bologna. Una domenica la sua squadra andò a giocare sul campo dell'Atalanta e lui, baldanzoso, nel prepartita profetizzò: "giocheremo una partita all'attacco. Aggrediremo l'Atalanta fin dall'inizio, imporremo il nostro gioco  dall'inizio alla fine, come sempre." Poi, sul campo, le cose andarono in maniera piuttosto diversa. L'Atalanta schiacciò i rossoblu del Petisso fin dal primo minuto, novanta minuti di difesa strenua, a strattoni, calci e pure qualche morso. Superando il centrocampo tra le 3 e le 4 volte in tutto l'arco della partita. Finì 0 a 0 e i cronisti dell'epoca lo accerchiarono, chiedendogli di rendere conto della clamorosa discordanza tra i fatti e le sue parole. Lui rispose: " e se vede che l'Eatalanta ci ha rubato la idea."
Ecco, il concetto è che nel calcio si possono avere tutte le idee brillanti, i buoni propositi e le impostazioni filosofiche che si vogliono, però c'è un dettaglio al quale proprio non si riesce a sfuggire in nessuna maniera. L'avversario. 
Se giochi contro il Bologna di Donadoni e sei il Napoli, allora è facile che il tuo calcio lo riesci a realizzare. Se sei sempre lo stesso Napoli, però giochi contro il Real Madrid, accade che non ci riesci.
E neanche perchè si sia trattato del Real Madrid nella versione più sfolgorante e spaventosa possibile. No. Semplicemente era il Real Madrid e il Napoli, almeno per ora, viaggia ad altezze decisamente diverse. 
Quindi lasciate perdere le chiacchiere, De Laurentiis contro Sarri, Sarri che analizza, Sacchi che spiega, tutti i gran ciarlieri di Sky. Lasciate perdere. Tanto più che gli stessi che ora prendono una parte nella gran commedia che si sta recitando in queste ore, e magari difendono Sarri, rendendosi solo ora conto della sproporzione di forze in campo, magari sono gli stessi che fino a una settimana fa andavano blaterando che il Napoli "giocava il miglior calcio d'Europa". Non dategli credito.
Insomma, è andata così. Poteva andare pure peggio e almeno su questo ha ragione De Laurentiis. Ora siamo diventati una squadra di brocchi? Assolutamente no. Semplicemente erano ridicoli coloro che prima parlavano di "miglior calcio d'Europa". 
E oltretutto non è neanche detto abbiamo perso ogni speranza. I valori, nel calcio, non necessariamente esprimono un risultato prima che la partita si giochi. Il Real è di un'altra dimensione, noi non vi apparteniamo, ma ciò non toglie che al San Paolo possa avvenire il miracolo. Altrimenti, se tutto fosse già scritto e già previsto, questo gioco non sarebbe bello come continua ancora ad essere. Malgrado ormai se ne parli troppo troppo troppo. Meno parole più calcio. In tempi di slogan, tiriamone fuori uno anche noi.

martedì 7 febbraio 2017

Eravamo 4 amici al bar

Quando la cosa esplose, inglobando spaventosamente dal nulla quasi 9 milioni di voti alla Camera dei Deputati, io ne rimasi sinceramente turbato. La vicenda non mi aggradava per niente. Non ho alcuna intenzione di nascondere che, piuttosto, mi disturbava pesantemente. 
Non me lo aspettavo affatto, seppur avrei dovuto custodire una profonda abitudine all'inevitabile tendenza del mio prossimo a deludermi profondamente, che fossero elettori italiani, allenatori e dirigenti calcistici campani, direttori ed editori di giornali, studentesse Erasmus tedesche, ragazze russe nate in Tagikistan misteriosamente sbarcate in Campania, in giovane età. La delusione causata dal prossimo, insomma, è assidua compagna di viaggio, tanto che avrebbe già dovuto da tempo smettere di turbarmi. Tuttavia, l'entità numerica di quella delusione specifica, una delusione composta di quasi 9 milioni di unità, inevitabilmente ebbe un certo impatto. 
Essi avevano impedito il governo di Bersani e questa cosa m'intristitiva tremendamente. Eppure quasi 20 anni di insipide e insulse politiche di centro-sinistra mi avevano fatto già perdere gran parte del mio entusiasmo per determinate prospettive che esistevano, direi poco consapevolmente nella mia pur consapevole mente. L'appoggio al governo Monti era stata una scelta politica che rendeva ancor più dubbio il mio effettivo grado di consapevolezza, però io nel governo Bersani, pervicacemente, ci speravo. Un po' quell'ultima possibilità che ti dai, prima di arrenderti definitivamente alla delusione e arrivare a giustificare persino quella ragazza russa nata in Tagikistan, perché in fondo che colpa le vuoi dare che lei aveva comunque i suoi problemi e qua,in fondo, obiettivamente è tutto uno schifo? L'ultima carta, in pratica. Prima di abdicare definitivamente sia alle prospettive politiche che a quant'altro la mia mente fosse, più o meno consapevolmente, in grado di partorire. 
Invece, questa cosa che non aveva forma, non aveva storia, non aveva popolo, incamerò 9 milioni di voti e mi tolse la possibilità di arrivare fino in fondo, la possibilità di quest'ultima e definitiva delusione. Oppure, del suo contrario. A questo punto, a causa di essa e di quei 9 milioni non potremo mai saperlo.
E allora, in preda a questa nuova, ma inaspettata forma di delusione oltre che ad un quasi vorticoso giramento di palle, espressi nell'auto di un ex militante dei Ds, poi Pd, ormai politicamente sbandato, la mia frustrazione e direi anche il mio sdegno. Così potetti accorgermi che in macchina con noi c'era chi non la vedeva affatto come me. Enzo, mio compagno di scuola per circa un mese, dopodichè era stato più lucido di me nel capire che quello non era affatto il posto migliore dove spendere una così larga fetta di quei 5 anni di vita. Ebbene costui, che all'epoca stava per laurearsi in ingegneria, coltivava una neanche tanto segreta speranza, se non addirittura fiducia in questa cosa che lui chiamava Movimento. Non arrivò al punto di confessare di averla votato, se non sbaglio ammise una sorta di voto disgiunto. Tipo al Senato loro, alla Camera Sel. Una cosa del genere, una roba strana insomma, non è importante. All'epoca eravamo tutti un po' confusi, oggi forse pure di più. Il punto era che lui credeva effettivamente nella possibilità che questa cosa potesse trasformarsi in una nuova frontiera politica, in un nuovo modello di partecipazione e in una nuova modalità di attivismo politico. Che potesse essere pure sensato e oltretutto più efficace, e magari pure più giusto.
Ricordo che il mio turbamento aumentò, e pure il mio sdegno. Gli dicevo: " ma scusami, ma questa cosa che cosa cazzo è? Cosa vogliono? Chi rappresentano? Soprattutto e di nuovo, cosa cazzo sono?" Non era semplicemente una questione di sinitra o di destra, era proprio un problema d'identità. Come cazzo poteva succedere che 9 milioni di esseri umani vanno a votare una cosa che non si sa minimamente che sia? Io provavo a spiegargli che la mia non era un'impuntatura, ma era un' incrollabile posizione circa la natura e la concezione della politica. Gli dicevo: "su qualsiasi tema, da quelli macro a quelli contingenti, come faceva questa sterminata pletora di elettori a pensare di conoscere quale sarebbe potuta essere la posizione politica che gli chiedevano di rappresentare?"
Su qualsiasi questione economica, sull'immigrazione, sul lavoro, sui diritti civili, potenzialmente avrebbero potuto sostenere e perseguire di tutto. La qualunque. Senza un sistema di valori di riferimento, un sistema d'idee, una concezione del mondo comune e riconosciuta, una visione storica e una finalità ideale. "Non hanno storia e, soprattutto, non hanno identità, perdonami. Non sono nulla. E, per come la vedo io, una cosa che non è niente, non esiste."
Lui mi ribatteva che: " ti sbagli. La loro identità è proprio questa. Mettere tutto in discussione e in mano ai cittadini. Un'identità in progressiva e perenne costruzione. Le posizioni politiche non si decidono una volta per tutte, ma si espongono alla contesa popolare sistematicamente. Così ciascun cittadino ha il suo peso specifico su qualsiasi decisione politica. Si può fare, il web lo permette."
Insomma, aveva un'altra idea. Non la condividevo. A prescindere dal fatto che non la ritenevo poi così tanto possibile, malgrado il web. A prescindere ancora che dubitavo seriamente fosse quella la reale finalità cui quella cosa e la sua organizzazione fosse predisposta. Non capivo in base a quale criterio 9 milioni di persone erano giunti e sarebbero dovute giungere alla conclusione di congiungersi per poi affidare all'unione dei loro voti dissonanti e dissociati la posizione politica che sarebbe venuta, imprevedibilmente fuori.  E poi, una volta che questa fosse venuta fuori, quando questa fosse stata assolutamente in contraddizione e in contrasto con quella espressa nel proprio voto e nella propria mente, perché uno avrebbe dovuto continuare a far parte e votare un movimento che esprimeva posizioni politiche contrarie e in contrasto con le proprie? In attesa che qualcuno si redimesse e quindi cambiasse il risultato della prossima votazione? E non è cervellotico?
A parte che una visione del genere configura una subdola premessa di totalitarismo, perché presuppone l'assenza di avversari politici e anestetizza il confronto e la lotta tra posizione politiche contrastanti, premessa inevitabile oltre che irrinunciabile per il compiersi della democrazia.
Ad ogni modo era un'idea, diversa dalla mia, ma rispettabile in quanto tale.
Ora, a quasi 4 anni di distanza, con le mie idee che non sono cambiate, con le delusioni che sono aumentate, con quella delusione finale che non è potuta arrivare e quindi mi permette di aspettarne pervicacemente un'altra, io mi chiedo cosa resta di quell'idea?
Guardatelo ora questo M5S, guardatelo così com'è. Scevri da qualsiasi pregiudizio, lasciate perdere le vostre faziosità. Dov'è quell'idea, dov'è quell'identità speciale? Dove sono quei cittadini che hanno preso in mano il proprio destino, dov'è ognuno di quelli che vale uno, esattamente come gli altri?
Lo riconoscete, ora? Riconoscete il vostro voto? Dov'è? Quanto vale? 
Eravate 4 amici al bar, volevate cambiare il mondo. Il bar è ancora aperto, voi ci siete? Vi ci hanno fatto entrare in questo benedetto bar o questi 4 amici in realtà sono altri. Li conoscete? Avete capito chi sono?

mercoledì 25 gennaio 2017

Stan, Grigor e l'ombra di Obdulio Varela su Roger e Rafa

Potrei scommetterci tutti i soldi che ho perso in questo Australian Open, e pure quelli di tutti e quattro i tornei dello Slam dello scorso anno, sul fatto che nè Grigor Dimitrov nè Stanislas Wawrinka sanno chi diavolo fosse Obdulio Varela. D'altronde perché mai due campioni del tennis, uno ancora in cerca dell'autore giusto, l'altro che le sue pagine di storia scritta ce l'ha già in tasca, insieme a 3 titoli dello Slam, dovrebbero avere idea di quello che successe il 16 luglio del 1950, al Maracana di Rio De Janeiro?
Il bulgaro Grigor vorrebbe finalmente veder scritta la sua pagina, quella cui sembrava predestinato da tempo, ma che poi sembrava essere volata via, soffiata dal vento di una crisi chissà quanto interiore e dai turbini chissà quanto alimentati dalla storia d'amore con Maria la siberiana, la più desiderata del circuito.
Lo svizzero Stan, invece, quando le rotelline del suo ingranaggio chissà quanto mentale non s'inceppano, serve palle infuocate e martella imperterrito il suo violento tennis da fondocampo, con quel rovescio a una mano che sembra la più tremenda delle scudisciate. Le sue palle sono il terrore di ogni avversario, compresi quelli che paiono invincibili e che, invece, con lui sanno di poter perdere. E infatti a volte ci perdono. Stan ha vinto un Australian Open, un Roland Garros e un Us Open. Eppure il suo destino l'ha sempre confinato all'ombra di qualcuno. Prima di tutto e di tutti a quella di un suo connazionale, solo di qualche anno più vecchio di lui, accidente storico che l'ha costretto a condividerne il tempo della sua carriera agonistica. Accidente storico che è diventato per Stan una condanna da scontare, perché il fato ha voluto che questo suo connazionale fosse leggenda, e che s'interstadisse a prolungare l'aura della sua sacralità ben oltre i tempi mediamente consentiti. Insomma, Stan è stato condannato a non poter essere mai il numero 1, e anche quando la leggenda pareva potesse imboccare la via del declino, egli ha trovato sulla sua strada un serbo di nome Novak e poi addirittura uno scozzese di nome Andy. 
Il tennis è uno sport strano. Il tennis è una questione di un uomo contro un uomo. O di una donna contro una donna. Di mezzo c'è una rete e per tirarsi contro le palline serve un attrezzo. Sì, d'accordo, quell'attrezzo non è una cosa di poco conto, la racchetta ha il suo peso, la tecnologia conta. La tecnologia ha creato le nuove racchette, le ha forgiate alle sue esigenze, in un certo senso, ha forgiato questo sport rispetto ad essa. Ora il tennis è quasi un altro sport confontato a quello che era solo 30 anni fa. Figuriamoci prima. 
Epperò questa tecnologia, in campo, in questo momento, è a disposizione di tutti. La stessa. E allora il senso rimane quello. Un uomo contro un uomo, una donna contro una donna. Certo, ci sono pure i doppi, ma non perdiamoci nei dettagli. La verità è che quando vai in campo ci porti te stesso, solo e tutto intero. Le tue paure, le tue aspirazioni, i tuoi sogni, la tua voglia di vincere, il limite oltre il quale sei disposto ad arrenderti. E lo stesso vale per il tuo avversario. Devi vincere prima contro te stesso e quindi, solo di conseguenza, contro di lui.
In questo Australian Open il tennis è apparso ancora più strano del solito. Il dominatore più recente ha perso al secondo turno contro un trentenne uzbeko che si chiama Denis Istomin e che risultava al numero 117 della classifica mondiale. Il dominatore attuale è inciampato negli ottavi di finale in Misha Zverev, un talentuoso russo di nascita e geni, cresciuto in Germania e diventato tedesco, ormai famoso soprattutto per essere il fratello più vecchio di un ragazzo che gli addetti ai lavori profetizzano come il dominatore del futuro. E allora, fuori Djokovic e Murray, magari ti aspetteresti che questo futuro potesse emettere i primi vagiti. Ti aspettavi magari Raonic, magari proprio Alexander Zverev, chissà forse Thiem. Vien fuori, invece, che il tennis non sembra affatto essere più una cosa per giovani. 
Il passato è arrivato come un treno, nel suo inatteso e leggendario viaggio di ritorno. E allora ti rendi conto che se sei sorpreso, in fondo, eri tu ad aver fatto male i conti. Il tennis è uno sport strano, certo, ma tra gli sport forse è quello più onesto di tutti. Se giochi meglio del tuo avversario, vinci. Non ci sono pali nè traverse, non ci sono rigori non dati, non ci sono fuorigioco non visti, accidenti del caso e capricci del destino. Uomo contro uomo, donna contro donna, se sei più forte del tuo avversario e riesci davvero ad esserlo in campo, a dimostrarlo al momento decisivo, sei tu che vinci. 
Roger contro Rafa, la leggenda che va per i 36 contro la sua nemesi ormai 30enne, alle prese con la calvizie. Due reduci, praticamente. I due, sicuramente, che hanno saputo conquistare il mondo come nessun altro nel tennis moderno.
Sono tornati a vincere prima di tutto contro se stessi, perché quando sei stato in grado di battere i tuoi limiti e quindi tutti i tuoi avversari, poi ti accorgi che non è ancora finita. Devi lottare contro altri limiti, te li trovi sulla tua strada senza che essi dipendano affatto da te.
Federer lotta contro i limiti del tempo, e a 35 anni suonati sta riuscendo a battere anche quelli. Nadal lotta contro i suoi problemi al ginocchio e a chissà quale altra articolazione e giuntura di un corpo ormai, varcata la soglia dei 30 anni, portato quasi allo stremo. Ha perso i capelli, ma ha ritrovato la forza. Rafa è tornato.
Ora non gli resta altro che sfidarsi di nuovo, giocare uno contro l'altro. In finale. Uomo contro uomo. Tutto il mondo lo vuole, in ogni angolo del Pianeta qualcuno vuole e aspetta che accada. Di mezzo ci sono loro, Grigor e Stanislas. Domattina Stanislas sfiderà il suo connazionale, venerdì il bulgaro sfiderà Nadal. Hanno tutto il mondo contro e loro lo sanno. Quando scenderanno in campo, il peso lo sentiranno, potete giurarci. Per loro non sarà solo uomo contro uomo, come sempre, ma sarà loro, soli, contro un po' tutto il mondo. 
Proprio come capitò ad Obdulio Varela e il suo Uruguay, il 16 luglio 1950 al Maracanà. Di fronte avevano il Brasile e il Maracanà pieno. Centomila persone. Certo, il calcio è uno sport di squadra, la faccenda è un po' diversa, ma in siffatti momenti ti senti comunque solo. Se leggessero Osvaldo Soriano, i nostri due sfidanti capirebbero bene le parole di Varela: Quando siamo arrivati in finale, nessuno dubitava che ci avrebbero fatto a pezzettini. Avevano una formazione tremenda, giocavano in casa e il mondo intero s'aspettava che vincessero il Mondiale. Diciamo pure che noi giocavamo contro il mondo.
Quella volta andò a finire che il Brasile andò in vantaggio e il destino pareva doversi compiere inesorabilmente, insieme al tripudio, alla gioia e alla festa che vi erano sottesi, come il più implacabile dei sillogismi. Invece Obdulio Varela, centromediano metodista e capitano dell'Uruguay, prese il pallone dal fondo della rete e si diresse, con tutta la lentezza di cui era capace, a centrocampo. Quando vi giunse, non lo posò a terra, ma si piantò quasi petto contro petto all'arbitro per reclamare un presunto fuorigioco. Passò ancora almeno un altro minuto, in cui gli 11 avversari e i 100mila spettatori transitarono gradualmente dall'esaltazione alla sorpresa, allo sbigottimento e infine allo sdegno. Il gol fu ritenuto valido, ma da quando il pallone fu rimesso in gioco cominciò un'altra partita. Vinse l'Uruguay, il mondo sprofondò nell'incredulità e il Brasile nelle lacrime. Più tardi, passeggiando per Rio de Janeiro, Obdulio si accorse improvvisamente della portata dell'evento di cui si era reso protagonista e, secondo Soriano, pensò: Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?
 

venerdì 13 gennaio 2017

Il lavoro è un diritto

Comunità disfatta, società corrotta, democrazia infetta. Non sto scimmiottando un vecchio, glorioso titolo dell'Espresso, rievocandolo nei bassi tempi di Mafia Capitale. Sto riflettendo sulla piaga, ormai ridottasi in cancrena, della raccomandazione. Sto pesando il concetto di meritocrazia, ormai invocata come una divinità greca. Sto cercando la libertà, come spesso mi capita, come se fosse un'apocalisse. 
Sono in mezzo a noi, sono intorno a noi, in molti casi siamo noi e non a fare promesse, come sostiene il pezzo rap, ma ad essere raccomandati. Non facciamo quello che sappiamo fare, non sappiamo fare quello che facciamo e, soprattutto, non lo facciamo come si deve fare. La conseguenza è il disfacimento e la decomposizione del concetto di democrazia e il risultato finale è la privazione della libertà. 
La raccomandazione è il modo più efficace attraverso cui il Potere riproduce se stesso, all'infinito, annichilendo ogni possibilità di cambiamento, annientando ogni possibilità di opposizione. Si tratta del più bieco dei ricatti sociali. L'ingiustizia e l'umiliazione, patita da chi avrebbe diritto a svolgere alcune mansioni, a ricoprire alcuni ruoli, a fare il proprio lavoro e avrebbe davvero voglia e volontà di farlo come si deve, rappresentano un fatto drammatico, ma incidentale. C'è un disegno al di sopra, direbbe qualcuno. Non so quanto intelligente e quanto, invece, esso derivi semplicemente dalla sozza pratica. Con la raccomandazione si creano uomini sottoposti, subalterni, sottomessi, ubbidienti. Si toglie la libertà. Perché se c'è qualcuno che ha il potere di mettermi a fare il mio lavoro, ne deriva che costui possiede anche il potere di togliermelo. In qualsiasi momento. Dover ricambiare il favore, in qualche modo, rappresenta una conseguenza perversa e vergognosa, ma (anche in questo caso) solo incidentale. Egli custodisce la mia libertà. E io non potrò mai fare qualcosa, qualunque cosa, che possa scontentarlo. Non potrò mai correre il rischio di danneggiarlo o infastidirlo, nello svolgimento delle mie mansioni. Quindi non sarò mai pienamente libero di svolgerle nel modo giusto e corretto. Così il Potere cresce, si fortifica, si riproduce e diventa indistruttibile, inghiottendo tutto il resto. Attraverso la creazione di tanti soldatini ubbidienti e mai insubordinati e il loro posizionamento a partire dai ranghi secondari fino a sublimarsi nella loro collocazione nei gangli vitali del sistema. 
Sono decenni che la scena mediatica vomita il termine meritocrazia. Il fatto è che si tratta di una parola vuota. I meriti, per definizione, sono sempre relativi. La democrazia non è un campo di battaglia, dove sfidarsi un contro l'altro armati. Il termine meritocrazia tradisce la medesima, sotterranea volontà di continuare a produrre soldatini, schierati uno contro l'altro. Vogliono tenerci al guinzaglio, premiare con una caramella quello di noi che salta più in alto, e poi chiamare questo meritocrazia. Noi, invece, quel guinzaglio dovremmo slacciarcelo, sfilarcelo senza remore.
Chi lo decide cosa merita un premio e cosa no? E soprattutto, perchè? Maradona non avrebbe mai potuto saltare in alto quanto Sotomayor, Jimmy Hendrix non avrebbe saputo dirigere la Filarmonica di Vienna, Eugenio Montale non avrebbe saputo scrivere una canzone di successo come Bob Dylan. Eppure ognuno di questi qualche merito pur ce l'avrebbe, mi sembra. E così ognuno di noi non sarebbe assolutamente in grado di fare un mucchio di cose, però, qualcuna magari sì, e di farla anche bene, con passione e dedizione, tanto da meritarsi qualcosa. Se non altro di essere libero di farla, che gliene sia data la possibilità. La vostra rancida meritocrazia, invece, pretende che tutti facciano più o meno la stessa cosa, ringhiando uno contro l'altro intorno allo stesso osso. Non me la bevo, la vostra rancida meritocrazia. Tutti meritano qualcosa, ognuno merita di essere libero di poterlo dimostrare. L'aspirazione più elevata che la democrazia si porta con sè è la conquista di questo diritto.