martedì 6 dicembre 2016

E l'analisi della sconfitta?

Un prevedibile rigurgito di sarcasmo, nelle pieghe della tanto composita quanto scomposta schiera di professionisti e aficionados del commento politico, aveva individuato nell' inopinata  scelta di campo, operata im extremis da Gianni Cuperlo, un intrinseco e auspicato effetto benefico nelle schiere del renzismo tranvato al Referendum. Almeno, si era detto, la presenza di Cuperlo sarebbe potuta risultare preziosa nell'analisi della sconfitta.
La madre di tutte le battaglie, avevano detto loro. Quella in cui o si cambiava l'Italia o si moriva. Alla fine nessuno è morto, per fortuna. Una schiacciante maggioranza del popolo italiano ha ritenuto di rigettare questa Riforma. Si sprecano, ovviamente, le analisi del voto. Altrettanto ovviamente il voto non è riducibile  ad essere incasellato in comparti rigidi e definiti. Non è che puoi trovare una, due e nemmeno tre spiegazioni. Sono milioni di voti, circa 35 milioni per avvicinarsi meglio alla precisione. A voler essere pignoli, quindi, si potrebbero trovare milioni di spiegazioni. Ognuno vota mosso da motivazioni personali. Certo,talvolta, assimilabili tra loro, ma non è certo il caso di ridurle troppo all'osso (neanche quello che voleva succhiare Prodi).
Io, per esempio, ho trovato ridicolo che si volessero spiegare le difficoltà e, talvolta, le nefandezze della politica dell'ultimo ventennio (e anche ben oltre, tra l'altro) con il sistema del bicameralismo perfetto. Ho trovato raccapriccianti i manifesti in giro per le città che invitano a votare sì per diminuire il numero dei politici. Ho trovato deprimente lo slogan con cui s'invitava i cittadini a porre il proprio consenso alla Riforma, ammonendoli che bastava un sì, un po' come nelle televendite delle pentole si dice che "basta una telefonata". Per ridare, invece, dignità alla politica e forza alla democrazia non basta affatto che i cittadini si limitano a dover mettere una croce, sul sì o sul no che sia. C'è bisogno di partecipazione, di condivisione. Perché, davvero, la dignità della politica e la forza della democrazia rischiano di ridursi ai minimi termini. E non sono cose trascurabili, sono cose fondamentali. Per essere liberi non basta un sì (o un no), bisogna poter partecipare davvero. In fondo a queste motivazioni di forma e di sostanza, che erano rafforzate anche dal principio secondo cui la Costituzione non si cambia a semplice maggioranza parlamentare, perchè a quel punto si giungerebbe all'assurdo che ogni maggioranza potrebbe volersi fare la propria Costituzione, c'erano poi le motivazioni solo di sostanza. Sulle quali non intendo tediarvi a lungo, ora che il pericolo è scampato. Mi basta solo ribadire che non mi pare una buona cosa pensare di superare il bicameralismo perfetto creando una sorta di bicameralismo "arravugliato". E mi basta aggiungere che quando s'intende risolvere la conflittualità tra livelli governativi, armonizzandoli, prima si dovrebbe decidere bene come farlo. Evitando il paradosso di voler risolvere i conflitti, con altri conflitti, magari ancor più irriducibili.
Ma tanto è tutto finito, finalmente. Il popolo ha votato e i giochi sono fatti. Per chi ha perso, sarebbe il momento dell'analisi della sconfitta. Gianni Cuperlo, però, non ha funzionato neanche nella versione che i commentatori ritengono essere a lui più congeniale. O forse, semplicemente, non è stato ascoltato.
Renzi si è dimesso, ha fatto il suo discorso, molti hanno apprezzato. Mattarella l'ha richiamato al suo dovere istituzionale, invitandolo a rimanere lì fino all'approvazione della Legge di Bilancio. Fin qui, tutto regolare. Un attimo dopo, tuttavia, i nodi sono venuti al pettine. Questa benedetta analisi della sconfitta o non è stata fatta proprio o, nella migliore delle ipotesi, è stata fatta a cazzo di cane. Colui che, in una mia definizione recente, avevo individuato come il Mourinho di Rignano sull'Arno, per il tramite del sempre fidato Lotti, si è preso i voti del sì e se li è messi in tasca. Tutti. Pronto ad usarli come una clava, per continuare a battere sulla testa della minoranza del suo partito e per tenere in ostaggio un Paese intero sotto la minaccia del terrore di Grillo.
I soliti retroscena che non sono retroscena, raccontano che il segretario del Pd avrebbe deciso di regolare i conti in Primarie lampo nel suo partito e poi riandare di corsa alle urne, senza affatto cambiare l'Italicum alla Camera e senza fare alcuna legge elettorale al Senato. Come a dire, vi siete voluti tenerlo sto Senato? E io ve lo buco. Mandandovi a votare con una legge che, nella migliore delle ipotesi, non consentirà che in quella Camera si configuri alcuna maggioranza. E chi c'è con lui? Non certo la minoranza del suo partito, ma Alfano in prima linea e, ovviamente, si prevede lo siano anche Verdini e i suoi. E io mi chiedo, che senso ha dire che ci si dimette "perché non si vuole vivacchiare" e un attimo dopo andare a votare con l'aspirazione massima di raggiungere alla Camera la stessa identica maggioranza che c'è ora, per essere poi costretti al Senato a raccattare, chissà in quale pozzo, i voti che servirebbero a configurare una maggioranza anche lì. Se ora si è dovuti ricorrere a Verdini etc., stavolta fin verso dove ci si spingerà?
Se questa è una strategia politica degna di questo nome, io sono Diego Armando Maradona. In conclusione, lasciatemi dire che questa storia del "ripartiamo dal 40%" di Lotti è una mastodontica fesseria. Non sono, in ogni caso, voti del Pd. Al limite rappresentano la massima aspirazione cui si può arrivare, neanche un voto oltre. Imbarcando Casini, Alfano, Verdini, Confindustria, pezzi di centrismo raccattati qua e là e grumi di potere incrostati per benino. Oltre non è possibile andare, neanche un voto in più. Almeno il 60 per cento del Paese non è solo contro di te, ma è disposto a tenersi il Cnel, Razzi e Scilipoti pur di liberarsi di te. Fermo restando che quel 20% (nell'ipotesi a Renzi più gradita) del tuo stesso partito che già questa volta ha deciso di abbandonarti, fregandosene di qualsiasi ricatto e conseguenza,  a queste condizioni sarebbe tendenzialmente destinato ad ingrossarsi, non certo a restringersi.  E quindi, facciamoli bene i conti con il tuo Lotti, caro Renzi. Ricordando anche che, alle Politiche del 2008, Veltroni si presentò solo insieme all'Italia dei Valori, e prese 14 milioni di voti. Erano un milione in più dei sì al Referendum e fu la sconfitta più clamorosa del centro-sinistra in questo ventennio.
Perchè vedi, caro Renzi, effettivamente risulta statisticamente molto probabile che quella soglia del 40 per cento è difficilmente sfondabile per il partito che tu dirigi. Qualsiasi sia la coalizione che possa sostenerlo.
Se, però, il Pd sceglie di compattarsi su una forma, un'identità di centrosinistra, ancora meglio direi se riesce davvero a darsi un'anima, allora a quel punto potrebbe tornare a comprendere quei voti che sono scappati via già da dopo le famose Europee, quelli che sono scappati ora, quelli che scapperebbero tra poco. E potrebbe far convergere, in un'alleanza politica, quelle forze che erano nel No e che sono di sinistra, come Possibile, Sinistra Italiana, Fassina etc. Insomma si perderebbero per strada  Alfano, Verdini, Casini, Marchionne, Rondolini e Chicchi Testa vari, ma si recuperebbe qualcosa che ora non può esserci. Alla fine, probabilmente, la somma numerica non si discosterebbe di molto. Probabilmente. Questo Referendum e le Elezioni più recenti, tuttavia,  dimostrano chiaramente che non si perderebbe niente. Con questa configurazione  a te cara, con queste alleanze, non esiste possibilità di sfondare questo muro. Non un voto di più. Veltroni ne prese, invece, un milione in più, e ce li facemmo fritti.
Ecco, questo è quello che un'analisi della sconfitta dovrebbe suggerirti, caro segretario. Perchè questi sono i fatti. Se poi tu vuoi interpretarli a modo tuo, perché ti conviene dire che ad allearti con Alfano, Verdini, etc. sei costretto, mentre la verità che vuoi andar celando è che tu con questi ti ci vuoi proprio alleare perché così ti piace, così ti conviene e così vuoi che sia il tuo partito, allora non continuare a contare sulla nostra ingenuità. Questo è un momento in cui, volente o nolente, un politico è costretto a gettare la maschera. E gli elettori sono costretti a guardarlo in faccia, scegliendo loro qual è il partito che vogliono, scegliendo loro qual è l'anima politica che hanno, scegliendo loro, infine, a quale segretario affidarla.

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