lunedì 3 ottobre 2016

A 3 anni e mezzo ho visto Maradona


Era una domenica pomeriggio di inizio primavera, illuminata delicatamente dal sole. Per come me la ricordo, perché sinceramente non è che ne abbia un ricordo particolarmente nitido. Doveva essere per forza una domenica pomeriggio, considerato che se non era domenica pomeriggio a quei tempi non esisteva partita di serie A che poteva avere vita. A meno che non si trattasse di caso particolare puramente eccezionale, come quello prodotto da maltempo o impedimenti di natura affine, aventi la straordinaria qualità di far rimandare la disputa della gara, tanto da costringere la Lega a fissare una data alternativa, idonea a recuperarla. Non era quello il caso.
L’avversario doveva essere per forza l’Ascoli, perché avevano la maglia a strisce bianconere e non erano la Juventus. Lo stadio doveva essere pieno, se non addirittura stracolmo, perché mio padre mi teneva stretto, nello spazio del gradone davanti alle sue gambe divaricate, e tutt’intorno erano una ressa tremenda e un casino esagerato. Tanto che finii praticamente per non vedere un cazzo. Questo lo ricordo perfettamente. Davanti a noi c’era una specie di balaustra. Eravamo finiti a sedere sul primo gradone dei distinti superiori, appunto appena dietro la balaustra. Ricordo, però, prima dell’inizio della partita, quando lo stadio fece il primo boato e mio padre mi prese in braccio per farmi vedere lui.
Maradona, durante il riscaldamento, era giunto a palleggiare proprio nella zona di campo più vicina ai distinti (che comunque, ad onor del vero, mi appariva piuttosto lontana) e a salutare i suoi adoratori. Ricordo una massa di ricci, ricordo la gente intorno a me che mi guardava e che mi sorrideva felice. Ricordo che partì quel coro.
Poi, della partita, non ricordo un cazzo. Solo che finì 1 a 1. I gol, chi li ha visti? O può darsi anche che li vidi, ma la mia mente non li possiede affatto. Ricordo però chi li fece. Per loro segnò Cantarutti, che mi rimase impresso perché pensai che questo tizio aveva un cognome ben strano. Che poi, tra l’altro, riguardo ai rutti mi avevano doviziosamente istruito che si trattava di una cosa sconveniente. Una di quelle cose proibite. Questo, oltre ad aver avuto la scostumatezza somma di aver segnato al Napoli, una crudeltà pura nel giorno che avevano portato allo stadio un bambino di 3 anni e mezzo, aveva pure un cognome che era un incitamento bello e buono alla trasgressione più bieca. Perché non è che dice “mi è scappato un rutto”, che può anche succedere. Questo addirittura pretendeva che uno i rutti li cantasse. Brutta storia, più o meno pensai in quel momento storico.
Destino volle che a mettere e cose a posto ci pensò ovviamente lui. Il gol del pareggio, a pochi minuti dalla fine, lo fece Maradona. E non me lo ricordo neanche questo. L’ho visto dopo.  Scatto sul filo del fuorigioco, pallone addomesticato col petto appena dentro l’area, ancora spalle alla porta, e girata repentina col destro che supera il portiere in disperata uscita. Ricordo solo che un casino del genere non pensavo potesse esistere nella realtà. Ricordo che mio padre mi sollevò in aria e nella mia mente rimane fissa ancora oggi l’immagine dei compagni di squadra che si buttano addosso a Diego, mentre lui faceva dei salti incredibili in aria, e lo abbracciano. E tutti insieme si abbracciano, mentre mio padre e zio Pasquale, suo fratello, abbracciano me. E io a un certo punto comincio ad avere paura, ma veramente e non per modo di dire, che lo stadio si spacchi e facciamo tutti la spaventosa fine delle botte a muro. Per fortuna la partita era quasi finita e in non più di 10 minuti ne uscimmo sani e salvi.
L’immagine, tuttavia, che misteriosamente ricordo meglio di qualunque altra è quella di una giovane donna, con gli occhi azzurri, che sembrava interessarsi molto più al caso di quel bambino così piccolo e così sovrastato dal casino di uno stadio che alla partita in sé. Guardò me molto più di quanto guardò Maradona e a un certo punto mi offrì pure un biscotto. Che io presi. Loacker.
Questo è ciò che un bambino di 3 anni e mezzo ricorda di una partita di calcio allo stadio San Paolo. Prendetelo come fosse il risultato di un esperimento scientifico, sebbene si tratti di me, che pareva non interessarmi nient’altro che il pallone e che Maradona era l’unico supereroe che conoscevo e a cui volevo bene profondamente.
Quella canzoncina, tuttavia, mi rimase nella testa. O mamma, mamma, mamma, o mamma, mamma, mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona. We mammà, innamorato so. La cantavo in macchina, tornando a casa, sul sedile di dietro della 127 rossa di mio padre e lui e suo fratello ridevano e cantavano con me. La cantai a mia mamma, appena tornato a casa e lei mi disse, nel suo dialetto capaccese: “Uhhh. Cu’ stu Maradona!”. Non bastò certo a smorzare il mio entusiasmo. A lei il calcio non interessava per niente e credo proprio che Maradona gli andasse ben poco a genio. E a me, tra l’altro, sembrava pure che fosse giusto proprio così.

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