giovedì 27 ottobre 2016

Quando Arrigo arriva al Milan


Arrigo aveva dovuto rinunciare presto all’idea di diventare un grande calciatore. Eppure ci aveva provato proprio come ci poteva provare uno come lui, mica per scherzo. Ancora non l’aveva tirata fuori, quella parola che è diventata un approdo sicuro per tutti i contemporanei teorici del pallone, dispensatori di saggezza e di purezza applicate al pensiero calcistico, quando il loro tenace impegno speculativo si avventura in mare aperto, ingarbugliandosi in complicati grafici di linee, di diagonali, di triangoli, infilandosi in ambiziose rappresentazioni numeriche di moduli, nella faticosa ricerca di una fonte di significato, di un’unità concettuale da cui tutto derivi e a cui tutto possa essere ricondotto. Ed allora, in un puro slancio fideistico, dicono intensità. L’intensità è ciò che tutto fa nascere, ciò che tutto trasforma, e ciò verso cui tutto si muove. Il motore immobile del calcio secondo loro. Eppure quando, circa trent’anni prima, proprio Arrigo la tirò fuori per applicarla in un contesto che ad essa risultava sconosciuto, sembrava una pezza messa lì per caso, in mancanza del pezzo originale.
Ecco, quando da giovinotto di ricca famiglia, Arrigo calcava i campi dilettantistici romagnoli l’intensità non gli mancava affatto. Pur non contemplandola ancora da un punto di vista teoretico, ce la mise tutta. Mancavano i piedi adeguati e, pur con tutta la buona volontà e la massima tenacia speculativa applicabile, questo dettaglio risultava un problema insolubile.
Eppure mordeva le caviglie avversarie, il giovane Arrigo. Rincorreva il proprio avversario senza tregua. Rispondeva al più classico modello di terzino marcatore, proprio uno dei bersagli preferiti della sua furia da Savonarola, che si abbatterà sul calcio italiano nella sua vita futura. Non mollerà nessun attaccante e neanche il Fusignano, squadra della città in cui era nato. Inizierà a giocare a 18 anni, circa due anni prima di iniziare a guidare la sua Porsche, e continuerà fino a 33, fin quando ne aveva in corpo. Poi si convinse che era il caso di spostare in un’altra direzione la sua fervente energia. E così, lavorava per la fabbrica di scarpe del papà, girava il mondo e studiava il calcio, con la stessa intensità che sempre e ovunque lo contraddistingue, non mollandolo per un attimo, proprio come aveva provato a fare con gli attaccanti avversari. In particolare si appassionò al calcio olandese, all’Ajax, all’Olanda di Rinus Michels una delle più affascinanti squadre di tutti i tempi. Soprattutto una di quelle squadre che avevano fatto parlare il mondo, prestando il fianco al furore teoretico di tutti quegli innamorati del pallone, cui era tendenzialmente sottratto il piacere di sublimare nella pratica il loro amore e, quindi, cercavano nella teoria quel surrogato che potesse essere atto a soddisfarli.
Il riferimento che lo stesso Sacchi ammette e che cita personalmente, è l’Ajax di Stefan Kovacs, squadra che vinse due coppe dei Campioni nel 1972     e nel 1973. L’allenatore rumeno raccolse l’eredità proprio di Rinus Michels e, contando su una generazione di calciatori straordinari, perfezionò un meccanismo di gioco effettivamente rivoluzionario per l’epoca. Pressing, difesa alta, sincronismi consolidati, una squadra che consisteva in una pura entità collettiva, piuttosto che la banale composizione della sommatoria delle proprie singole parti. Lo chiamarono calcio totale proprio perché si fondava sull’idea che tutti i calciatori fossero messi nelle condizioni di partecipare ad entrambe le fasi di gioco. Tutti dovevano partecipare all’azione di attacco, tutti dovevano collaborare alla fase difensiva. Per rendere possibile ciò, ovviamente, c’era bisogno di una preparazione fisica e di una condizione atletica curata nei minimi dettagli. Prima Rinus Michels, poi Kovacs, grazie a calciatori straordinari come Krol, Neskeens, Haan, Rep e al fuoriclasse Cruijff, diedero vita a questa fantastica idea di squadra.
Quando, dieci anni dopo aver terminato la sua carriera di calciatore dilettante, arriverà l’occasione della sua vita, per Arrigo essa sarà soprattutto l’occasione di essere lui a poter creare una squadra come quella. Fossati l’avrebbe definita la costruzione di un amore. Assoluto al punto da divenire lacerante, frustrato in gioventù da un problema tecnico, senza possibilità di raggiungere l’appagamento per insuperabili, invincibili limiti personali. Un amore che più sfugge e più ti condanna a vivere nella sua ricerca, nel perenne e ossessivo desiderio del suo appagamento. L’occasione della sua vita, l’occasione per creare una squadra come l’Ajax erano soprattutto l’occasione per continuare a rincorrere un amore e il suo impossibile appagamento.

lunedì 3 ottobre 2016

A 3 anni e mezzo ho visto Maradona


Era una domenica pomeriggio di inizio primavera, illuminata delicatamente dal sole. Per come me la ricordo, perché sinceramente non è che ne abbia un ricordo particolarmente nitido. Doveva essere per forza una domenica pomeriggio, considerato che se non era domenica pomeriggio a quei tempi non esisteva partita di serie A che poteva avere vita. A meno che non si trattasse di caso particolare puramente eccezionale, come quello prodotto da maltempo o impedimenti di natura affine, aventi la straordinaria qualità di far rimandare la disputa della gara, tanto da costringere la Lega a fissare una data alternativa, idonea a recuperarla. Non era quello il caso.
L’avversario doveva essere per forza l’Ascoli, perché avevano la maglia a strisce bianconere e non erano la Juventus. Lo stadio doveva essere pieno, se non addirittura stracolmo, perché mio padre mi teneva stretto, nello spazio del gradone davanti alle sue gambe divaricate, e tutt’intorno erano una ressa tremenda e un casino esagerato. Tanto che finii praticamente per non vedere un cazzo. Questo lo ricordo perfettamente. Davanti a noi c’era una specie di balaustra. Eravamo finiti a sedere sul primo gradone dei distinti superiori, appunto appena dietro la balaustra. Ricordo, però, prima dell’inizio della partita, quando lo stadio fece il primo boato e mio padre mi prese in braccio per farmi vedere lui.
Maradona, durante il riscaldamento, era giunto a palleggiare proprio nella zona di campo più vicina ai distinti (che comunque, ad onor del vero, mi appariva piuttosto lontana) e a salutare i suoi adoratori. Ricordo una massa di ricci, ricordo la gente intorno a me che mi guardava e che mi sorrideva felice. Ricordo che partì quel coro.
Poi, della partita, non ricordo un cazzo. Solo che finì 1 a 1. I gol, chi li ha visti? O può darsi anche che li vidi, ma la mia mente non li possiede affatto. Ricordo però chi li fece. Per loro segnò Cantarutti, che mi rimase impresso perché pensai che questo tizio aveva un cognome ben strano. Che poi, tra l’altro, riguardo ai rutti mi avevano doviziosamente istruito che si trattava di una cosa sconveniente. Una di quelle cose proibite. Questo, oltre ad aver avuto la scostumatezza somma di aver segnato al Napoli, una crudeltà pura nel giorno che avevano portato allo stadio un bambino di 3 anni e mezzo, aveva pure un cognome che era un incitamento bello e buono alla trasgressione più bieca. Perché non è che dice “mi è scappato un rutto”, che può anche succedere. Questo addirittura pretendeva che uno i rutti li cantasse. Brutta storia, più o meno pensai in quel momento storico.
Destino volle che a mettere e cose a posto ci pensò ovviamente lui. Il gol del pareggio, a pochi minuti dalla fine, lo fece Maradona. E non me lo ricordo neanche questo. L’ho visto dopo.  Scatto sul filo del fuorigioco, pallone addomesticato col petto appena dentro l’area, ancora spalle alla porta, e girata repentina col destro che supera il portiere in disperata uscita. Ricordo solo che un casino del genere non pensavo potesse esistere nella realtà. Ricordo che mio padre mi sollevò in aria e nella mia mente rimane fissa ancora oggi l’immagine dei compagni di squadra che si buttano addosso a Diego, mentre lui faceva dei salti incredibili in aria, e lo abbracciano. E tutti insieme si abbracciano, mentre mio padre e zio Pasquale, suo fratello, abbracciano me. E io a un certo punto comincio ad avere paura, ma veramente e non per modo di dire, che lo stadio si spacchi e facciamo tutti la spaventosa fine delle botte a muro. Per fortuna la partita era quasi finita e in non più di 10 minuti ne uscimmo sani e salvi.
L’immagine, tuttavia, che misteriosamente ricordo meglio di qualunque altra è quella di una giovane donna, con gli occhi azzurri, che sembrava interessarsi molto più al caso di quel bambino così piccolo e così sovrastato dal casino di uno stadio che alla partita in sé. Guardò me molto più di quanto guardò Maradona e a un certo punto mi offrì pure un biscotto. Che io presi. Loacker.
Questo è ciò che un bambino di 3 anni e mezzo ricorda di una partita di calcio allo stadio San Paolo. Prendetelo come fosse il risultato di un esperimento scientifico, sebbene si tratti di me, che pareva non interessarmi nient’altro che il pallone e che Maradona era l’unico supereroe che conoscevo e a cui volevo bene profondamente.
Quella canzoncina, tuttavia, mi rimase nella testa. O mamma, mamma, mamma, o mamma, mamma, mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Maradona, ho visto Maradona. We mammà, innamorato so. La cantavo in macchina, tornando a casa, sul sedile di dietro della 127 rossa di mio padre e lui e suo fratello ridevano e cantavano con me. La cantai a mia mamma, appena tornato a casa e lei mi disse, nel suo dialetto capaccese: “Uhhh. Cu’ stu Maradona!”. Non bastò certo a smorzare il mio entusiasmo. A lei il calcio non interessava per niente e credo proprio che Maradona gli andasse ben poco a genio. E a me, tra l’altro, sembrava pure che fosse giusto proprio così.