mercoledì 20 luglio 2016

Una scritta su un muro di Arezzo


Ho imboccato a piedi un sottopassaggio in una via centrale, via Veneto, e sul muro opposto mi è apparsa la scritta: “sei bella come la rovesciata di Menchino Neri”. La ragazza in questione doveva essere proprio bella, e chi l’aveva scritto doveva senza dubbio provare un amore per il calcio piuttosto simile a quello che avevo provato io fin da bambino, dai miei 9 anni.

Conoscevo la storia di quella rovesciata. Era il calcio degli anni’80, proprio quello che avevo cominciato ad amare io. Menchino Neri è stato quella che un tempo si definiva una bandiera. Nato ad Arezzo, aveva cominciato da centrocampista proprio nella squadra della sua città. Dopo un breve peregrinare sui campi del nord Italia, era tornato al punto di partenza, all'amaranto che amava. Divenne presto l’uomo simbolo di quella squadra e anche il capitano.

Era l’inizio di giugno del 1985 e al Comunale di Arezzo, gli amaranto si giocavano la permanenza in serie B contro il Campobasso. Menchino era agli ultimi atti della sua carriera e stava spendendo le sue ultime energie per evitare l’onta della retrocessione alla sua squadra. L'Arezzo doveva vincere. Malgrado gli incessanti sforzi suoi e dei suoi compagni il risultato, però, non ne voleva sapere di sbloccarsi. Finché a pochi minuti dal termine, giunse l’occasione irripetibile. Calcio di rigore per l’Arezzo. Sul dischetto andò proprio il capitano Neri. Il destino dell’Arezzo nel piede destro del suo capitano. Menchino, non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore? Con il peso del destino amaranto ad inarcargli la schiena, Menchino partì, indirizzò il pallone a mezz’altezza sul palo sinistro, il portiere del Campobasso parò. 
Una partita di calcio si trasformò in un film drammatico. Neri crollò sull’erba, in preda a una crisi di pianto. I compagni lo tirarono su dall'erba, rimettendolo in piedi a fatica. Il gioco riprese, ma Menchino era in preda al suo dolore che, inconsolabile, vagava per il campo insieme a lui. Il film, tuttavia, non era finito. A volte c’è ancora il tempo per un capovolgimento di fronte, in un campo di calcio, per cambiare il finale. Arrivò un improvviso cross dalla destra, Menchino Neri era posizionato a centro area, in un rigurgito di coscienza, il pallone procedeva in sua direzione, il capitano in un impeto incontrollabile, saltò e mulinò le sue gambe in aria, colpendo il pallone in una rovesciata che appariva più simile alla poesia che alla prosa. Palla nel sette, imparabile. 
Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia.
Le lacrime rimasero lacrime, l’Arezzo rimase in serie B, il dolore inconsolabile si trasformò in irrefrenabile felicità. La perfezione del gesto tecnico e la potenza della sceneggiatura furono tali da catturare anche gli avversari, che finirono anch’essi per abbracciare Menchino, capendo che quel pomeriggio gli era toccato partecipare alla storia, loro malgrado dalla parte sbagliata.  

*A questo link c'è il video con gli ultimi minuti di quella partita, compresa la spettacolare rovesciata: https://www.youtube.com/watch?v=3Tr86VUvd8o

1 commento:

  1. COMUNICATO STAMPA

    Il procuratore Alessio Sundas punta il dito contro i calciatori:
    “Sono privi di attaccamento alla maglia, con la loro insensibilità
    stanno mandando al fallimento società storiche di Serie C”


    Un atto di accusa forte e chiaro. Contro l’atteggiamento dei calciatori che, soprattutto nel Campionato di Serie C, a colpi di messa in mora e richieste di fallimento, hanno mandato in cenere storiche società, costrette a ripartire dai Dilettanti, tra lo sgomento dei tifosi.
    “La recente vicenda dell’Unione Sportiva Arezzo – spiega il manager Sundas, responsabile della Sport Man Procuratori Sportivi – finito sotto l’esercizio provvisorio dei curatori fallimentari, ma ancora prima il fallimento del Modena e del Vicenza, sono la triste conferma che l’attaccamento alla maglia da parte dei giocatori è soltanto un pallido ricordo. E lo dico da procuratore sportivo, dunque da professionista abituato ad operare a stretto contatto con centinaia di giocatori ogni anno. E’ legittimo che un atleta debba percepire lo stipendio, molta colpa è da attribuire ai troppi dirigenti avventurieri che da tempo entrano nei club calcistici per altri scopi e poi fuggono a gambe levate quando si tratta di aprire il portafoglio ed assumersi le responsabilità economiche. Quello che manca attualmente è il senso di responsabilità, molti giocatori se ne infischiano di affossare società che hanno un secolo di storia, con una semplice firma per la messa in mora, cancellano la passione e l’amore dei tifosi. Un malcostume che chiaramente dilaga in Serie C dove non ci sono i riflettori dei network nazionali, dove non girano troppi soldi, dove appaiono e scompaiono personaggi inquietanti alla guida delle società. La Sport Man ha deciso di denunciare pubblicamente questa situazione, abbiamo pagato sulla nostra pelle in questi mesi cosa significhi tentare di favorire l’acquisto del pacchetto di maggioranza di vari club da parte di imprenditori intenzionati ad investire capitali freschi nel calcio italiano e trovare sempre le porte sbarrate. Abbiamo la pessima sensazione che in alcuni casi la proprietà di una società sia soltanto propedeutica ad altre situazioni, a giri di soldi incomprensibili. Scenari che poi si palesano sovente in tutta la loro inquietante realtà ed arrivano fallimenti, radiazioni, cancellazioni, squadre costrette a ripartire dai Campionati Dilettanti. Un puzzle composito in cui anche i giocatori, spesso per paura di non ricevere il becco di un quattrino, scelgono la strada dei tribunali, quando esisterebbero altre ipotesi, come ad esempio il concordato, per evitare di uccidere le società. La Sport Man continuerà la sua battaglia, non può esistere solo il Dio denaro per i calciatori italiani, la bandiera e la maglia di un club debbono essere sempre rispettati. Altrimenti poi non ci lamentiamo se nelle nostre squadre ci sono sempre meno italiani e sempre più stranieri”.

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