giovedì 2 giugno 2016

La finale Nba

La finale Nba è lo spirito del basket che s'incarna ogni anno in piuttosto variegate figure umane (tendenzialmene alte di statura e tendenzialmente nere, ma non certo come valido postulato, soprattutto non simultaneamente) e che vive di vita vera in due quintetti uno contro l'altro. Quintetti che variano in forma, sostanza e figure umane che li compongono, mentre la finale Nba svolge se stessa. Una finale Nba, dunque, è essa stessa il basket.
Non può esservi per definizione una finale Nba deludente, come invece può avvenire (e spesso avviene) per una finale dei Mondiali di calcio, o una finale di Champions League (ne abbiamo avuto un plastico esempio meno di una settimana fa).
Lo spirito del basket, in una finale Nba, non prevede la possibilità di disertare alcuno di quei corpi che corrono, saltano, si urtano, si sfidano spasmodicamente sul parquet. Il contatto fisico è contemplato e incastonato in delle regole specifiche e dei limiti precisi,  allo stesso modo la libertà di movimento con il pallone in mano, la sincronia richiesta tra movimento dei piedi e della mano che guida il pallone, passi e palleggi. Tutto è scritto, previsto e va eseguito in un certo modo, e ogni volta ne viene fuori una cosa diversa. 
Forse è per questo che l'attesa di una grande partita di basket non sarà mai essa stessa la grande partita di basket, ma la grande partita di basket sarà comunque fedele alla sua attesa. Forse per la precisione, l'accuratezza delle regole, che riescono a risultare contemporanemente prescrittive, complesse e anche nette. E, si sa, la fantasia, la creatività e la sorpresa che da esse ne derivano, si esaltano proprio nel momento in cui si trovano costrette a confrontarsi con la secca rigidità dei regolamenti, delle prescrizioni.
O forse sarà, semplicemente, che le dimensioni del campo, il tempo di una gara e il conseguente torrenziale flusso di canestri che vi si possono realizzare al loro interno, rendono alfine vana e inerme l'esaperazione del tatticismo, limitano la paura e l'ansia del risultato, che può sfuggirti irrimediabilmente da un momento all'altro. Sono cose e sensazioni che chi gioca a calcio vive sulla propria pelle e che riescono a bloccarti, a imprigionarti e a rendere deludente una partita intera. Nel basket non avviene. Specie in una finale Nba. Al meglio delle 7 partite poi, che se anche una ne uscisse peggiore delle altre, la somma di tutte non potrà mai risultare deludente.
Stanotte comincia Golden State Warriors-Cleveland Cavaliers e, dopo tutto quello che ho scritto fino a qui, non potrei mai scrivere che essa sarà Stephen Curry contro LeBron James. Non posso scriverlo perché non è quello che sarà. Sono le due squadre migliori del mondo. Malgrado sia valida l'obiezione per cui la storica divisione dei play off in comparto dell'Est e comparto dell' Ovest, ha reso la strada di LeBron e dei suoi Cavaliers sicuramente meno impervia di quella di Curry e dei suoi Warriors. 
Sono comunque le due squadre migliori.
I Cavaliers che non sono solo di LeBron, ma anche di Irving, Smith e Love (tra gli altri). Una squadra zeppa d'individualità di pregio raffinatissimo, costruita per far vincere finalmente LeBron nella sua Cleveland, città che un titolo Nba non l'ha mai vinto. La tenuta difensiva in condizioni di estrema pressione, contro la macchina infernale che Steve Kerr ha consegnato chiavi in mano a Stephen Curry, rappresenta probabilmente la busta sigillata dentro cui è scritto il risultato della finale.
Già, la macchina infernale dei Warriors. 73 parite vinte e solo 9 perse, il miglior risultato di sempre in una regular season Nba. La squadra degli Splash Brothers, Curry e Thompson, le due autentiche stelle. Il  percorso dei Warriors dimostra contemporaneamente che essi sono ben altro oltre gli Splash Brothers e il suo contrario. Percorso che si è fatto tremendamente accidentato per gli ostacoli che la sorte ha posto, in maniera inquietante, sulla strada di Curry, attentando alla sua integrità fisica.
Il colpo più duro è stato inferto al suo ginocchio destro: distorsione mediale del collaterale. I suoi Warriors hanno fatto senza di lui, fisicamente fino a metà semifinale. Poi, in finale di Conference, si sono imbattuti nella furia di Durant e Westbrook, con Curry che c'era, ma non era del tutto lui. Hanno preso sberle in faccia, andando sotto 1 a 3 e rimanendo appesi ad un filo. E su quel filo in gara 6, in casa di Oklahoma, hanno deciso di camminare, senza cadere giù. Grazie a 41 punti di Thompson (41). Quasi tutti nel secondo tempo. Aveva costeggiato disperatamente la partita per due quarti, gravato di falli. Quando Oklahoma sembrava poter prendere il largo, sul parquet si è incarnato il concetto stesso di ribellione, preso nella sua accezione più romantica. Attraverso le bombe di Thompson. 11 triple segnate, record assoluto in una gara play off Nba.  La squadra si è fatta inevitabilmente trascinare nel suo flusso e la gara è stata vinta. Con anche Curry che è cominciato a sembrare più uguale a se stesso.
E poi, in gara 7, chi altro poteva essere se non lui? Curry. Ancora quando la barca sembrava affondare e Oklahoma sembrava poter veleggiare verso il traguardo. Fino al terzo quarto, quando Curry ha messo il turbo. Con quella palla impazzita che sembrava incollata alle sue mani, s'infilava tra gli avversari e tirava da sopra alle loro mani protese. Dalle posizioni più impensabili. Dentro, dentro e poi ancora dentro. Il senso dell'avvenimento e l'inellutabilità del destino hanno cominciato a leggersi chiaramente sui visi degli avversari, prima ancora che nel punteggio, quando i Thunders erano ancora avanti. Era il senso dell'impotenza umana di fronte a qualcosa che è più grande. A quel punto i Thunders avevano già perso, prima di perdere. E infatti è andata che i Warriors hanno dilagato. Per conquistare la loro finale. 
Perché i Warriors non sono solo Curry e neanche solo Curry e Thompson, ma solo con Curry sono autenticamente loro, perché Curry è un po' come la forza superiore, che trascende il concetto umano, che li trascina.
Così come i Cavaliers non sono solo Le Bron, perché anche Le Bron per vincere ha bisogno di una squadra. Come la sua storia dimostra e come mi meraviglio qualcuno ne possa recare sorpresa, manco il basket fosse una cosa individuale. Risulta ovvio che, per vincere, King James ha avuto bisogno di Wade e Bosh. Così come, per avere speranze di portare finalmente il titolo a Cleveland, ha bisogno di Irving, Smith, Love e (come concetto) di una squadra in grado di bombardare dall'arco, quando lui va a infrangersi contro il muro eretto dagli avversari ad arginare la sua strapotenza. Elementare Watson. Tuttavia, anche per i Cavaliers, Le Bron è la forza superiore che li trascina, una forza sovrumana rappresentata plasticamente da quel canestro contro i Raptors, in cui la butta dentro di sinistro con un avversario letteralemente aggrappato al suo braccio destro.
Non è, quindi, solo Le Bron contro Curry, pur tuttavia è anche questo. Sono loro la forza superiore, sovrumana, che sta dentro ognuna delle due squadre. 
Uno che pare non l'abbia portato la cicogna, ma sia sbucato fuori da una scatola della play station, andando oltre lo stesso concetto di videogioco per la velocità vorticosa e l'abilità disumana con cui tratta il pallone ed esplode, da distanze che paiono impossibili, le sue bombe. Ferma restando la sua energia atletica e fisica.
L'altro che pare uno dei Fantastici 4, per la potenza clamorosa unita all'elasticità incredibile del suo corpo. Ferma restando la sua sraordinaria tecnica cestistica.
Alla fine vincerà solo una delle due squadre. Alla fine vincerà solo uno dei due campioni. E farà molta differenza. Tuttavia, "alla fine vincerà solo uno" è ben diverso da "alla fine rimarrà solo uno", perché nella storia del basket ci sono già entrambi e vi rimarranno, e il risultato di questa finale non muterà di molto la posizione che in essa si sono conquistati.

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