lunedì 20 giugno 2016

Il nuovo che vorrebbe avanzare, ma non sa verso cosa.

Bisogna stare al passo coi tempi, dice sempre mia zia, che ha 74 anni. E, sicuramente, avrà ragione lei, e magari, può darsi lei ci riesca addirittura.  
Il cambiamento, il nuovo, la rottamazione no, non più (ora il termine è passato di moda). Ora egli dice: "Dovremo imparare a coniugare i valori della nostra comunità politica con la capacità di aprirsi al nuovo, senza scadere nel nuovismo". Renzi dixit. E, messa così, come fai a dargli torto? "Parole sante, ragazzo", gli direbbe mia zia, ancora quella di prima. 
La post-modernità cambia le domande alla politica, e la politica deve per forza essere capace di trovare altre risposte. Nuove. Non fa una grinza. 
Vecchi cenci, consunti e consumati, sono effettivamente divenuti inservibili, e non è il caso di appellarsi ad un irriducibile impeto (o forse empito) di romanticismo, volendo salvarli a tutti i costi dal loro naturale destino. Bisogna rassegnarsi a buttarli via. E sto parlando di idee, concetti, pratiche  politiche, non di persone. In politica le idee sono sempre più importanti delle persone e, anche nella post-modernità, bisogna ben tenerlo a mente. Le idee vengono prima delle persone e le idee delle persone che fanno vera politica, continuano anche dopo le persone stesse.
Perchè la politica in sè, ha un senso che viene molto prima non solo della post-modernità, ma anche della modernità. Ecco, quel senso rimane e non può essere buttato via, neanche adesso.
Ed ecco ancora che, al posto di quello che deve essere buttato via, deve comparire qualcos'altro. Effettivamente valido e riconoscibile. Qualcosa a cui si possa fare sicuro riferimento e che si possa essere certi non sia spazzato via, al primo alito di vento. 
Perchè la politica non può farsi trascinare dal vento, essa dovrebbe aspirare a indirizzarlo il vento e, quando, questo spira inesorabilmente in senso contrario, deve avere la forza di resistervi.
Il fatto è che la post-modernità è effettivamente un dato di fatto, è la realtà in cui siamo immersi e, se non si aspira a governare mondi fantastici o, peggio, inesistenti, ad essa bisogna riferirsi. 
La politica della post-modernità, tuttavia, non può trasformarsi in una post-politica, eclissandosi, scomparendo tristemente di scena. Il mondo ha ancora bisogna di politica, necessariamente. Per quanto nuova.
Il concetto chiave è che il superamento del passato, del vecchio, non può risolversi in un salto con l'asta. Il passato e il vecchio non vanno saltati, vanno superati. 
Non esiste alcun modo reale ed effettivo di sorpassare qualsiasi cosa, se prima non lo si è raggiunto. Lo sa perfino chi non ha la patente di guida. Per andare più avanti di qualcosa, bisogna che a questo qualcosa, in qualche modo, ci siamo arrivati. Bisogna che lo conosciamo, lo vediamo, lo riconosciamo e, soltanto a quel punto, potremmo avere la capacità di superarlo, vedendolo comparire e poi piano allontanarsi nel nostro specchietto retrovisore.
Renzi, dopo le sberle di Torino e Roma in pieno viso, oggi dice: "dovremo imparare a coniugare i valori della nostra comunità politica con la capacità di aprirsi al nuovo, senza scadere nel nuovismo." Esattamente. Proprio quello che non ha fatto finora.
Finora, proprio non si  capito quali fossero i valori cui faccia riferimento, quale sia la comunità politica. E non si è capito affatto neanche quale sia il nuovo verso cui voglia aprirsi. 
Nuovo e vecchio sono parse categorie apoditticamente piegate alle proprie convenienze e a pure esigenze di marketing. La migliore, per quanto non originale, rappresentazione simbolica del renzismo risulta essere la sovraesposta ministro Maria Elena Boschi. La giovane donna della Riforma Costituzionale. Il nuovo che avanza e che, quando le chiesero chi fosse la sua figura politica di riferimento, tradendo una soave incertezza nel volto, rispose: Amintore Fanfani. Fanfani. Mastodonte notabile Dc, che si spese eroicamente in un'indefessa battaglia contro i Referendum, contro l'aborto, contro il divorzio. Da dove ti è saltato in mente, Maria Elena? Tu che qualche mese più tardi rivendicavi come un successo storico la tanto sofferta quanto tardiva approvazione della legge Cirinnà sulle Unioni Civili? Cosa ne avrebbe pensato Fanfani?
 Fa riflettere. Fa sorgere il dubbio effettivamente, che si abbia una percezione piuttosto vaga se non contradditoria del punto da cui si viene e dalla direzione verso cui si vuole andare. Come se si fosse, appunto, in balia del vento. Fa sorgere il dubbio che questa non sia nuova politica, ma appunto post-politica, intesa come il superamento della politica con altri mezzi. L'annichilimento della politica, io direi.
E il dubbio s'ingrossa quando sento la stessa Maria Elena sostenere che, se vincesse il sì, il suo concetto di reponsabilità politica imporrebbe a Di Maio e a Salvini di lasciarsi scomparire dalla scena. Specularmente a quanto, tra l'altro, annunciato da lei e dal suo "mentore" di Rignano Fiorentino, in caso di esito contrario. Ora, posto che se nessuno dei 4 rimanesse in politica non sarebbe una grave perdita per la democrazia italiana, quale concetto e quale idea di politica sottende l'idea che, se una battaglia democratica si risolva con una sconfitta, i protagonisti debbano scomparire dalla scena politica? Che mostruosità è? Siamo forse ad un talent show? La maggioranza va avanti e la minoranza viene eliminata dal televoto? E poi che succede? Sulla scena politica rimane solo la maggioranza?
Ecco, cara Maria Elena e caro Matteo, proprio non ci siamo.

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