martedì 21 giugno 2016

Sempre sul nuovo che avanza

Mia zia, sempre quella che ha 74 anni, ha letto il post che ho scritto l'altroieri e ha manifestato grande giubilo. Nessuno aveva mai scritto un post rendendola in qualche modo protagonista, e la novità l'ha esaltata. Ovviamente il suo entusiasmo si giustifica con una sovrastima clamorosa del numero dei lettori del post in questione, ma mia zia è così. Particolarmente incline all'entusiasmo e inesorabilmente attratta dalla "novità". Tanto che ha anche aggiunto: "penso che, tra pochi anni, finiranno i nostri affanni*. Sta cambiando il vento. Non la senti anche tu quest'aria nuova? Questa freschezza, questa purezza. La vittoria di queste due giovani donne è la speranza che prende forma, corpo e vita". 
E, stavolta, a dare ragione a mia zia sono persone insospettabili, di svariato orientamento. Praticamente, il jet set degli editorialisti è tutto con mia zia. Probabili prove di salti della quaglia eventuali.
Io, dal canto mio, un poco prima di correre a prendere il 109*, di mattina molto presto, ci ripenso.
E mi accorgo che non mi sono affato persuaso (forma linguistica regionale).
Queste due giovani donne a me sembra di averle già viste in giro. Mi sembra di conoscerle.  pur se non l'avevo mai sentite nominare. Raggi e Appendino.
Se non son loro, di certo la somiglianza è straordinaria. Hanno le facce di quelle che, solitamente ce la fanno. Di quelle che, ad un certo punto, vengono fatte entrare in certe stanze. E, per carità, è anche giusto. Hanno il curriculum.
E, difatti, il successo e l'affermazione personale hanno già provato a costeggiarla, a tampinarla. E sapevano bene da dove partire per iniziarlo, il corteggiamento al successo. Lo studio di Previti (Raggi), la Juventus degli Agnelli (Appendino).
Prima di abbracciare il Movimento. Quel Movimento che è, a tutti gli effetti, il nuovo che avanza. Quel Movimento che viene dal niente, che non ha una storia da rinnegare, nè da giustificare, semplicemente perché una storia non ce l'ha (lo dice pure Ezio Mauro). Un Movimento frutto ed espressione della società liquida, quindi un Movimento anch'esso liquido. 
Il problema delle cose liquide è che non hanno una forma propria. Non hanno forma di per sé. Per assumerne una, hanno bisogno di un recipiente, qualcosa entro cui potersi versare. Solo a quel punto assumono una forma, la forma del recipiente che le ingloba.
Un Movimento liquido si aggira per l'Italia, rompendo i fragili argini di una politica inconsistente e fallimentare. Trascina con sè le cose più disparate e inconguenti, alimentandosi e rigonfiandosi proprio con il fallimento e l'inconsistenza della politica, che dovrebbe invece arginarla.
Non resta che vedere quale sarà il recipiente che lo ingloberà definitivamente e quale sarà la reale forma che esso prenderà. 
Intanto John Elkann, commentando la vittoria della sua ex stagista, si professa ottimista
Intanto, ora che il 109* sta per partire e io devo andare a prenderlo, un mio sospetto su quale sarà questa benedetta forma comincio già ad averlo. Per il resto, il futuro è un'ipotesi  (plagio ignobile di cui mi autoaccuso).

* suggestioni tratte da Rino Gaetano. e dalla sua canzone: "E io ci sto"



lunedì 20 giugno 2016

Il nuovo che vorrebbe avanzare, ma non sa verso cosa.

Bisogna stare al passo coi tempi, dice sempre mia zia, che ha 74 anni. E, sicuramente, avrà ragione lei, e magari, può darsi lei ci riesca addirittura.  
Il cambiamento, il nuovo, la rottamazione no, non più (ora il termine è passato di moda). Ora egli dice: "Dovremo imparare a coniugare i valori della nostra comunità politica con la capacità di aprirsi al nuovo, senza scadere nel nuovismo". Renzi dixit. E, messa così, come fai a dargli torto? "Parole sante, ragazzo", gli direbbe mia zia, ancora quella di prima. 
La post-modernità cambia le domande alla politica, e la politica deve per forza essere capace di trovare altre risposte. Nuove. Non fa una grinza. 
Vecchi cenci, consunti e consumati, sono effettivamente divenuti inservibili, e non è il caso di appellarsi ad un irriducibile impeto (o forse empito) di romanticismo, volendo salvarli a tutti i costi dal loro naturale destino. Bisogna rassegnarsi a buttarli via. E sto parlando di idee, concetti, pratiche  politiche, non di persone. In politica le idee sono sempre più importanti delle persone e, anche nella post-modernità, bisogna ben tenerlo a mente. Le idee vengono prima delle persone e le idee delle persone che fanno vera politica, continuano anche dopo le persone stesse.
Perchè la politica in sè, ha un senso che viene molto prima non solo della post-modernità, ma anche della modernità. Ecco, quel senso rimane e non può essere buttato via, neanche adesso.
Ed ecco ancora che, al posto di quello che deve essere buttato via, deve comparire qualcos'altro. Effettivamente valido e riconoscibile. Qualcosa a cui si possa fare sicuro riferimento e che si possa essere certi non sia spazzato via, al primo alito di vento. 
Perchè la politica non può farsi trascinare dal vento, essa dovrebbe aspirare a indirizzarlo il vento e, quando, questo spira inesorabilmente in senso contrario, deve avere la forza di resistervi.
Il fatto è che la post-modernità è effettivamente un dato di fatto, è la realtà in cui siamo immersi e, se non si aspira a governare mondi fantastici o, peggio, inesistenti, ad essa bisogna riferirsi. 
La politica della post-modernità, tuttavia, non può trasformarsi in una post-politica, eclissandosi, scomparendo tristemente di scena. Il mondo ha ancora bisogna di politica, necessariamente. Per quanto nuova.
Il concetto chiave è che il superamento del passato, del vecchio, non può risolversi in un salto con l'asta. Il passato e il vecchio non vanno saltati, vanno superati. 
Non esiste alcun modo reale ed effettivo di sorpassare qualsiasi cosa, se prima non lo si è raggiunto. Lo sa perfino chi non ha la patente di guida. Per andare più avanti di qualcosa, bisogna che a questo qualcosa, in qualche modo, ci siamo arrivati. Bisogna che lo conosciamo, lo vediamo, lo riconosciamo e, soltanto a quel punto, potremmo avere la capacità di superarlo, vedendolo comparire e poi piano allontanarsi nel nostro specchietto retrovisore.
Renzi, dopo le sberle di Torino e Roma in pieno viso, oggi dice: "dovremo imparare a coniugare i valori della nostra comunità politica con la capacità di aprirsi al nuovo, senza scadere nel nuovismo." Esattamente. Proprio quello che non ha fatto finora.
Finora, proprio non si  capito quali fossero i valori cui faccia riferimento, quale sia la comunità politica. E non si è capito affatto neanche quale sia il nuovo verso cui voglia aprirsi. 
Nuovo e vecchio sono parse categorie apoditticamente piegate alle proprie convenienze e a pure esigenze di marketing. La migliore, per quanto non originale, rappresentazione simbolica del renzismo risulta essere la sovraesposta ministro Maria Elena Boschi. La giovane donna della Riforma Costituzionale. Il nuovo che avanza e che, quando le chiesero chi fosse la sua figura politica di riferimento, tradendo una soave incertezza nel volto, rispose: Amintore Fanfani. Fanfani. Mastodonte notabile Dc, che si spese eroicamente in un'indefessa battaglia contro i Referendum, contro l'aborto, contro il divorzio. Da dove ti è saltato in mente, Maria Elena? Tu che qualche mese più tardi rivendicavi come un successo storico la tanto sofferta quanto tardiva approvazione della legge Cirinnà sulle Unioni Civili? Cosa ne avrebbe pensato Fanfani?
 Fa riflettere. Fa sorgere il dubbio effettivamente, che si abbia una percezione piuttosto vaga se non contradditoria del punto da cui si viene e dalla direzione verso cui si vuole andare. Come se si fosse, appunto, in balia del vento. Fa sorgere il dubbio che questa non sia nuova politica, ma appunto post-politica, intesa come il superamento della politica con altri mezzi. L'annichilimento della politica, io direi.
E il dubbio s'ingrossa quando sento la stessa Maria Elena sostenere che, se vincesse il sì, il suo concetto di reponsabilità politica imporrebbe a Di Maio e a Salvini di lasciarsi scomparire dalla scena. Specularmente a quanto, tra l'altro, annunciato da lei e dal suo "mentore" di Rignano Fiorentino, in caso di esito contrario. Ora, posto che se nessuno dei 4 rimanesse in politica non sarebbe una grave perdita per la democrazia italiana, quale concetto e quale idea di politica sottende l'idea che, se una battaglia democratica si risolva con una sconfitta, i protagonisti debbano scomparire dalla scena politica? Che mostruosità è? Siamo forse ad un talent show? La maggioranza va avanti e la minoranza viene eliminata dal televoto? E poi che succede? Sulla scena politica rimane solo la maggioranza?
Ecco, cara Maria Elena e caro Matteo, proprio non ci siamo.

mercoledì 15 giugno 2016

Euro 2016: dopo il primo round

Tutte le squadre sono scese in campo. Il primo giro è terminato. 
Al termine del primo round del girone eliminatorio, quando niente di definitivo si è potuto decidere,  qualcosa è già successo. E vale la pena tentare di capire anche quello che potrà succedere. A questo punto, vi dico come stanno per me le cose. Provvisoriamente, parzialmente. In attesa di quello che dovrà ancora succedere.
La nostra Nazionale è emersa, da questa prima gara, come la squadra che ha più nitidamente espresso un'idea di forza, di efficacia e di solidità strutturale. Considerata anche la pericolosità teorica dell'avversario con cui ha dovuto confrontarsi.  
La sensazione risulta ancor più piacevole, in quanto inaspettata. Quasi mai, nel corso del cammino che l'ha portata a questi Europei, l'Italia di Conte aveva mostrato un volto tanto bello e luminoso quanto nella partita d'esordio a questa competizione. Gli infortuni di Marchisio e di Verratti, gli elementi di maggiore spessore del nostro centrocampo, avevano contribuito ad abbassare ulteriormente le aspettative. 
Il campo, invece, ha emesso una sentenza più benevola di qualsiasi previsione. Vittoria limpida, netta anche oltre il punteggio e, soprattutto, una prova chiara di padronanza tattica ed emotiva della situazione e del campo. Una squadra che sa bene quello che vuole e deve fare, e lo fa con convinzione e determinazione. Tanto da riuscire ad apparire meglio di tutte le altre, senza effettivamente esserlo. 
Diamone atto a Conte e ai nostri azzurri, tenendo bene a mente la provvisorietà e la parzialità di questa realtà. 
La linea difensiva mutuata in copia carbone dalla Juve ha confermato l'affidabilità e il valore che tutti gli riconoscevano fin dalla vigilia e di cui aveva dato inconfutabili prove nel corso della stagione. In particolare è emerso Bonucci ( non a caso, così come nella Juve) con la capacità e la qualità di porsi sia come riconosciuto leader del reparto, sia come ispiratore primario delle trame offensive della squadra. Hanno svolto bene il loro compito gli esterni, con Darmian da una parte a garantire equilibrio e coperture adeguate, e Candreva sulla destra a fiondarsi con una continuità dirompente, scompaginando gli equilibri difensivi avversari. Hanno lavorato molto entrambi gli attaccanti, Eder con meno costrutto, Pellè con maggiore efficacia. Di entrambi è risultata molto apprezzabile la funzione tattica, sia in fase di pressing, sia soprattuto in fase di costruzione della manovra, presentandosi puntualmente come riferimento incontro a centrocampisti e difensori, per poi scaricare di prima il pallone sulle fasce alla ricerca dell'inserimento degli esterni (Candreva soprattutto). Ha funzionato tutto a dovere, grazie anche alla complicità degli avversari e grazie anche all'impronta emotiva che la squadra è riuscita a trasferire sulla partita, sollecitata dal proprio allenatore. Questo risulta il più inconfutabile degli enunciati, in quanto si avvale della relativa dimostrazione pratica, rappresentata da un uomo in carne e ossa: Emanuele Giaccherini. Quasi tutti si chiedevano cosa diavolo ci facesse in campo e lui, nel frattempo, contribuiva al mistero palesando evidenti difficoltà d'inserimento nel quadro della partita. Finché ha preso a correre alle spalle del difensore e Bonucci gli ha recapitato un lancio telecomandato, sui piedi. Il suo difensore non l'ha seguito, lui ha stoppato alla perfezione e ha messo dentro. Due minuti dopo, nell'altra area, ha rincorso l'inserimento di De Bruyne come un forsennato, quando questi ha concluso in porta, si è trovato lì, ad opporsi alla sua conclusione. Un gol segnato e uno salvato dallo stesso uomo, uno che nessuno di noi avrebbe messo in campo. Conte invece sì, perchè il fatto è che Conte ha plasmato questa squadra come se fosse cosa sua, e Giaccherini è l'emanazione diretta del suo fluido.
Fin qui la provvisorietà e la parzialità delle cose. Dopo una sola partita. Le cose, ovviamente, è molto difficile rimarranno così fino alla fine degli Europei.
La cifra tecnica complessiva della nostra squadra rimane nettamente inferiore a quella di almeno 4 squadre. Centrocampo e attacco rimangono qualitativamente modesti e l'applicazione tattica, la certezza e la sicurezza dell'identità di squadra che Conte ha saputo infondere, potrebbero prevedibilmente non bastare quando ci si andrà a confrontare con squadre meno disorganizzate e tatticamente meno approssimative del Belgio. 
Guardata la nostra Italia, ora proviamo a guardare pure gli altri.
Partendo proprio dal Belgio, che risultava una delle favorite della vigilia. Ebbene, ferme restando le straordinarie qualità di Hazard e De Bruyne, la squadra è apparsa piuttosto disorganizzata. Incapace di mettere in pratica le necessarie contromisure ad un avversario che, al contrario, era sì molto organizzato, ma proponeva in fase offensiva temi tattici piuttosto ripetitivi e, quindi, anche leggibili. Risulta poi evidente, sotto un aspetto che possiamo definire morfologico, l'equivoco rappresentato dal ruolo di centravanti. Equivoco che è incarnato per diverse e inconciliabili ragioni sia da Lukaku (troppo statico e prevedibile), sia da Origi (poco concreto e poco adatto a porsi come riferimento a difesa avversaria schierata, ma più adatto a lanciarsi in profondità, negli spazi aperti).
Per questi motivi, uniti alla considerazione che la qualità di alcune squadre mi pare complessivamente superiore, ritengo che il Belgio possa difficilmente rappresentare una candidata credibile per la vittoria finale.
Un'altra squadra che non mi pare all'altezza delle trionfali aspettative iniziali è la Francia. Vero è che risulta avvantaggiata dal fattore campo, ma la qualità tecnica complessiva dei Blues mi pare non eccelsa. Griezmann, Giroud, Payet sono ottimi calciatori, ma non mi paiono possedere il talento e la personalità per determinare le sorti di una squadra in una competizione del genere. E anche Pogba, indiscutibilmente uno dei più forti centrocampisti al mondo, non credo abbia la forza e la consistenza adeguate per trascinare i Blues a tale impresa.
Al contrario l'Inghilterra, malgrado l'inizio un po' balbettante, mi pare abbia potenzialià superiori a quelle che le sono comunemente riconosciute. La qualità è ben distribuita in ogni ruolo e in tutta la rosa, sebbene non abbia picchi elevatissimi. La struttura di gioco mi pare ben delineata e la squadra ha una sua riconoscibile identità. Il punto debole potrebbe essere rappresentato dal portiere. Hart non garantisce necessaria affidabilità e il ruolo del portiere assume una rilevanza fondamentale per la buona riuscita di qualsiasi squadra.
La più accreditata alla vigilia era senza dubbio la Germania e la partita d'esordio, pur non risultando particolarmente brillante, non lo ha certo smentito. La Germania è obiettivamente uno squadrone, pur avendo perso un pezzo del suo potenziale, in seguito alle defezioni di Reus e Gundogan. Il vero punto di domanda è rappresentato dal vertice dello schieramento offensivo.  Per ora si prova a fare affidamento su Muller, sperando riesca a ripetere gli straordinari scores delle recenti competizioni internazionali. Il punto è che gli anni passano e Muller non è mai stato il classico fenomeno, semmai il puntuale e implacabile finalizzatore delle manovre di una squadra che funzionava come un orologio svizzero, partendo da posizioni preferibilmente laterali, quasi mimetizzandosi. Il problema per Low è che Klose non c'è più, e Gomez non è più quello di una volta.
Poi c'è la Spagna. La nazione che domina il calcio europeo a livello di club, che ha una fisionomia e un'identità ben delineate, e che, in rosa, possiede la cifra tecnica complessivaemente migliore.
Ha faticato anch'essa all'esordio, riuscendo a piegare solo negli ultimi minuti una modesta Repubblica Ceca, grazie ad una rete di Piquè, proteso in uno dei suoi celebri inserimenti offensivi e ispirato da un magistrale cross di Iniesta.
Alcuni suoi uomini di punta, per problematiche cronologiche e di chilometraggio, non hanno la brillantezza dei giorni migliori. Eppure alla fine, cross di Iniesta, colpo di testa Piquè e fine della partita. C'è sempre da fare i conti con loro. E ho l'impressioni che non appena Del Bosque si accorgerà di dover dare maggiore spazio a Pedro in avanti (a discapito di uno tra Nolito e David Silva) e a Thiago Alcantara a centrocampo, la Spagna si rivelerà la candidata più autorevole al titolo
Perchè, alla fine, saranno comunque queste le squadre con cui ce la si dovrà giocare. Quando tutto si deciderà. A quel punto l'identità della nostra squadra, così chiaramente plasmata da Conte, potrebbe smettere di rappresentare un autentico punto di forza. Squadre come la Spagna, la Germania e, a mio parere, anche l'Inghilterra, possiedono un valore tecnico complessivo superiore al Belgio e, anche, una struttura tattica meno disfunzionale. Contro questo tipo di squadre, che hanno la capacità d'imporre la propria forza e il proprio gioco, l'identità dell'Italia di Conte rischia di essere soffocata, assumendo una tendenza prevalentemente passiva, e la solidità della struttura rischierebbe di vacillare pesantemente.



 

domenica 12 giugno 2016

Prima che io mi metta a scrivere aforismi

Non mi pare certo il caso che io, arrivato a questo punto, mi riduca alla condizione di mettermi a scrivere aforismi. E dopo, magari, a crederci davvero. E addirittura a credere ad essi, ai miei aforismi.  
Apparirebbe sconveniente persino a me, che a questo punto non sarei autorizzato ad ammantarmi di sottigliezze di sorta alcuna. E varrebbe poco anche la noia di un Germania-Ucraina qualsiasi, attenuante di particolare debolezza. 
Eppure mi spunta in mente che: non dovremmo certo sperare di essere capiti, al limite dovremmo sperare di essere travisati nel senso che possa risultare favorevole a noi stessi. E mi pare un aforisma. E, se ci rifletto un po', mi viene fuori che: lo squilibrato vuole essere capito, il poeta vorrebbe essere travisato nel senso a lui favorevole, il filosofo spera di essere travisato in un senso che sia favorevole al progresso umano.
Quasi quasi ci credo, in questi miei due aforismi. Dopo che ho creduto che siano davvero aforismi, il passo è breve. E mi accorgo che potrei scriverne un'altra decina. Sottili variazioni sul tema. E alla fine si potrebbero ridurre tutti ad una pura, unica citazione di De Gregori: non c'è niente da capire.
Ed ecco che arrivo a quel punto lì. Quello a me più sconveniente, dove io traviso me stesso in un senso che mi risulta ampiamente sfavorevole. Ed è proprio quel preciso senso che mi sfavorisce pesantemente pure agli occhi degli altri. 
Niente da capire. La luce dei lampioni che si rifette sulla strada lucida e io, seduto o non seduto, faccio sempre la mia parte. (cit. De Gregori)
La verità è che lo spettacolo, stavolta, è davvero finito. La Germania ha vinto 2 a 0. Si spengono le luci e io, finalmente, non ho più davvero niente da capire. 
Così finì la storia e io che non sono affatto poeta e sono metà squilibrato e metà filosofo, ispirandomi al mio solito De Gregori, infilo il mio ennesimo, estremo, finale messaggio in una bottiglia. Come se fosse uno di quegli sms che ormai non mando più: però se un giorno passerai da queste parti, riportami i miei occhi, il tuo cappello bianco e il temerario sogno utopico delle nostre bugie, tue e mie.

giovedì 2 giugno 2016

La finale Nba

La finale Nba è lo spirito del basket che s'incarna ogni anno in piuttosto variegate figure umane (tendenzialmene alte di statura e tendenzialmente nere, ma non certo come valido postulato, soprattutto non simultaneamente) e che vive di vita vera in due quintetti uno contro l'altro. Quintetti che variano in forma, sostanza e figure umane che li compongono, mentre la finale Nba svolge se stessa. Una finale Nba, dunque, è essa stessa il basket.
Non può esservi per definizione una finale Nba deludente, come invece può avvenire (e spesso avviene) per una finale dei Mondiali di calcio, o una finale di Champions League (ne abbiamo avuto un plastico esempio meno di una settimana fa).
Lo spirito del basket, in una finale Nba, non prevede la possibilità di disertare alcuno di quei corpi che corrono, saltano, si urtano, si sfidano spasmodicamente sul parquet. Il contatto fisico è contemplato e incastonato in delle regole specifiche e dei limiti precisi,  allo stesso modo la libertà di movimento con il pallone in mano, la sincronia richiesta tra movimento dei piedi e della mano che guida il pallone, passi e palleggi. Tutto è scritto, previsto e va eseguito in un certo modo, e ogni volta ne viene fuori una cosa diversa. 
Forse è per questo che l'attesa di una grande partita di basket non sarà mai essa stessa la grande partita di basket, ma la grande partita di basket sarà comunque fedele alla sua attesa. Forse per la precisione, l'accuratezza delle regole, che riescono a risultare contemporanemente prescrittive, complesse e anche nette. E, si sa, la fantasia, la creatività e la sorpresa che da esse ne derivano, si esaltano proprio nel momento in cui si trovano costrette a confrontarsi con la secca rigidità dei regolamenti, delle prescrizioni.
O forse sarà, semplicemente, che le dimensioni del campo, il tempo di una gara e il conseguente torrenziale flusso di canestri che vi si possono realizzare al loro interno, rendono alfine vana e inerme l'esaperazione del tatticismo, limitano la paura e l'ansia del risultato, che può sfuggirti irrimediabilmente da un momento all'altro. Sono cose e sensazioni che chi gioca a calcio vive sulla propria pelle e che riescono a bloccarti, a imprigionarti e a rendere deludente una partita intera. Nel basket non avviene. Specie in una finale Nba. Al meglio delle 7 partite poi, che se anche una ne uscisse peggiore delle altre, la somma di tutte non potrà mai risultare deludente.
Stanotte comincia Golden State Warriors-Cleveland Cavaliers e, dopo tutto quello che ho scritto fino a qui, non potrei mai scrivere che essa sarà Stephen Curry contro LeBron James. Non posso scriverlo perché non è quello che sarà. Sono le due squadre migliori del mondo. Malgrado sia valida l'obiezione per cui la storica divisione dei play off in comparto dell'Est e comparto dell' Ovest, ha reso la strada di LeBron e dei suoi Cavaliers sicuramente meno impervia di quella di Curry e dei suoi Warriors. 
Sono comunque le due squadre migliori.
I Cavaliers che non sono solo di LeBron, ma anche di Irving, Smith e Love (tra gli altri). Una squadra zeppa d'individualità di pregio raffinatissimo, costruita per far vincere finalmente LeBron nella sua Cleveland, città che un titolo Nba non l'ha mai vinto. La tenuta difensiva in condizioni di estrema pressione, contro la macchina infernale che Steve Kerr ha consegnato chiavi in mano a Stephen Curry, rappresenta probabilmente la busta sigillata dentro cui è scritto il risultato della finale.
Già, la macchina infernale dei Warriors. 73 parite vinte e solo 9 perse, il miglior risultato di sempre in una regular season Nba. La squadra degli Splash Brothers, Curry e Thompson, le due autentiche stelle. Il  percorso dei Warriors dimostra contemporaneamente che essi sono ben altro oltre gli Splash Brothers e il suo contrario. Percorso che si è fatto tremendamente accidentato per gli ostacoli che la sorte ha posto, in maniera inquietante, sulla strada di Curry, attentando alla sua integrità fisica.
Il colpo più duro è stato inferto al suo ginocchio destro: distorsione mediale del collaterale. I suoi Warriors hanno fatto senza di lui, fisicamente fino a metà semifinale. Poi, in finale di Conference, si sono imbattuti nella furia di Durant e Westbrook, con Curry che c'era, ma non era del tutto lui. Hanno preso sberle in faccia, andando sotto 1 a 3 e rimanendo appesi ad un filo. E su quel filo in gara 6, in casa di Oklahoma, hanno deciso di camminare, senza cadere giù. Grazie a 41 punti di Thompson (41). Quasi tutti nel secondo tempo. Aveva costeggiato disperatamente la partita per due quarti, gravato di falli. Quando Oklahoma sembrava poter prendere il largo, sul parquet si è incarnato il concetto stesso di ribellione, preso nella sua accezione più romantica. Attraverso le bombe di Thompson. 11 triple segnate, record assoluto in una gara play off Nba.  La squadra si è fatta inevitabilmente trascinare nel suo flusso e la gara è stata vinta. Con anche Curry che è cominciato a sembrare più uguale a se stesso.
E poi, in gara 7, chi altro poteva essere se non lui? Curry. Ancora quando la barca sembrava affondare e Oklahoma sembrava poter veleggiare verso il traguardo. Fino al terzo quarto, quando Curry ha messo il turbo. Con quella palla impazzita che sembrava incollata alle sue mani, s'infilava tra gli avversari e tirava da sopra alle loro mani protese. Dalle posizioni più impensabili. Dentro, dentro e poi ancora dentro. Il senso dell'avvenimento e l'inellutabilità del destino hanno cominciato a leggersi chiaramente sui visi degli avversari, prima ancora che nel punteggio, quando i Thunders erano ancora avanti. Era il senso dell'impotenza umana di fronte a qualcosa che è più grande. A quel punto i Thunders avevano già perso, prima di perdere. E infatti è andata che i Warriors hanno dilagato. Per conquistare la loro finale. 
Perché i Warriors non sono solo Curry e neanche solo Curry e Thompson, ma solo con Curry sono autenticamente loro, perché Curry è un po' come la forza superiore, che trascende il concetto umano, che li trascina.
Così come i Cavaliers non sono solo Le Bron, perché anche Le Bron per vincere ha bisogno di una squadra. Come la sua storia dimostra e come mi meraviglio qualcuno ne possa recare sorpresa, manco il basket fosse una cosa individuale. Risulta ovvio che, per vincere, King James ha avuto bisogno di Wade e Bosh. Così come, per avere speranze di portare finalmente il titolo a Cleveland, ha bisogno di Irving, Smith, Love e (come concetto) di una squadra in grado di bombardare dall'arco, quando lui va a infrangersi contro il muro eretto dagli avversari ad arginare la sua strapotenza. Elementare Watson. Tuttavia, anche per i Cavaliers, Le Bron è la forza superiore che li trascina, una forza sovrumana rappresentata plasticamente da quel canestro contro i Raptors, in cui la butta dentro di sinistro con un avversario letteralemente aggrappato al suo braccio destro.
Non è, quindi, solo Le Bron contro Curry, pur tuttavia è anche questo. Sono loro la forza superiore, sovrumana, che sta dentro ognuna delle due squadre. 
Uno che pare non l'abbia portato la cicogna, ma sia sbucato fuori da una scatola della play station, andando oltre lo stesso concetto di videogioco per la velocità vorticosa e l'abilità disumana con cui tratta il pallone ed esplode, da distanze che paiono impossibili, le sue bombe. Ferma restando la sua energia atletica e fisica.
L'altro che pare uno dei Fantastici 4, per la potenza clamorosa unita all'elasticità incredibile del suo corpo. Ferma restando la sua sraordinaria tecnica cestistica.
Alla fine vincerà solo una delle due squadre. Alla fine vincerà solo uno dei due campioni. E farà molta differenza. Tuttavia, "alla fine vincerà solo uno" è ben diverso da "alla fine rimarrà solo uno", perché nella storia del basket ci sono già entrambi e vi rimarranno, e il risultato di questa finale non muterà di molto la posizione che in essa si sono conquistati.