martedì 10 maggio 2016

Un'opinione impopolare su Sarri

Iniziamo con i fatti. Separandoli dalle opinioni. Come il manuale del giornalista insegna.
Il Napoli ha disputato un campionato di alto livello, all'interno di una stagione che ha vissuto momenti apicali addirittura entusiasmanti. La qualificazione diretta alla Champions League (che ad una sola giornata dal termine appare a portata di mano) rappresenta un risultato importante. Alla fine c'è una squadra che guarda gli azzurri dall'alto in basso, ed è la solita squadra. I padroni d'Italia.
Non essere riusciti a spodestare la Juve da un trono che appare appartenergli per diritto divino, come ogni monarchia assoluta pretendeva d'imporre alla Storia, non può spingere neanche il più temerario dei critici a rappresentarla come colpa. Malgrado la partenza ad handicap dei bianconeri, malgrado ad un certo punto essi fossero sprofondati a meno 11, prima di scatenare la loro prepotenza. 67 punti su 69 a disposizione, in 23 partite, laverebbero qualsiasi colpa degli sconfitti. La pochezza degli avversari e la loro indole particolarmente incline alla sottomissione, in verità, rappresenterebbero anch'esse un fatto e come tale quindi andrebbero segnalati in questa fase, ma per ora teniamoli nel cassetto  per non complicare la faccenda. Basti soltanto segnalare che il livello tecnico complessivo del campionato di Serie A risulta quasi ai minimi storici e ciò favorisce certe clamorose strtiscie di risultati, ma questo discorso vale più o meno allo stesso modo sia per la Juve che per il Napoli.
Tenuto fermo il fatto che essere finiti secondi dietro questa Juve non può rappresentare in sé una colpa che possa essere contestata, se non in un capo d'accusa particolarmene temerario, rimane il fatto che il Napoli sul più bello si è fermato. Non ha saputo andare quel passo oltre i propri limiti. Non è una colpa, ma quel passo è la differenza tra chi compie il proprio dovere, per quanto egregiamente, e chi compie realmente un'impresa. Il Napoli di Sarri quest'impresa non l'ha compiuta. Nella tana della Juventus, ancora davanti in classifica, non ha saputo essere se stesso. Davanti al re, l'ha guardato dritto negli occhi, ma poi invece di avventarsi sulla sua corona con uno sberleffo, si è tolto il cappello e si è inchinato. Novanta minuti a prendersi semplicemente quello che gli avversari gli lasciavano. Pochissimo. Novanta minuti senza un tiro in porta. E poi alla fine il più classico dei castighi. Con deviazione. Su un sinistro di Zaza, uno che nella squadra di Sarri sarebbe la riserva della riserva. La riserva di Gabbiadini che è la riserva di quel marziano che si chiama Gonzalo.
Da allora il Napoli ha cominciato a sentirsi secondo. Sconfitto prima dall'idea della potenza della Juve, che dalla sua reale forza, che pure è stata incontrastabile in atto. 
Un altro fatto è che si è fermato sul più bello pure in Europa League, dopo aver maramaldeggiato contro i malcapitati norvegesi, polacchi e belgi di seconda fascia. Ai sedicesimi è arrivato il Villareal, Sarri ha dato via libera alle riserve, cui in campionato ha fatto vedere il campo solo sotto costrizione, e il cammino degli azzurri si è interrotto. 
Fin qui i fatti. Il significato complessivo che essi producono è che Sarri siederà sulla panchina del Napoli anche l'anno prossimo, come è stato confermato la scorsa settimana dalle parti, seppur dietro qualche spiffero che pareva volesse contraddire il naturale epilogo della faccenda. In coda ai fatti, posso apporre la mia prima opinione: Sarri ha meritato indubbiamente la riconferma. 
Ora potete iniziate a separare. Fatelo, perché quello che leggerete d'ora in poi, non è detto vi piacerà. Perché le opinioni questo hanno di bello. Si ha il sacrosanto diritto di avercele, anche in contrasto gli uni agli altri. Nessuno ce le può levare, come tutti i diritti. E il diritto dell'altro ad avere la sua propria opinione, non può in alcun modo limitare il mio ad averci la mia. E quando esse si scontrano, non c'è parte o lato da cui si perda, se si lascia che a scontrarsi siano davvero solo le opinioni.
Sto facendo un po' di melina, lo ammetto, perché sto per scrivere una cosa impopolare (come disse Eziolino a un certo Reno Giannantonio in questo video). Il fatto, che poi è indubbiamente un'opinione e non un fatto, è che io Sarri non lo riconfermerei. Malgrado lo meriti, malgrado io riconosca che abbia svolto un lavoro eccezionale. 
Non lo riconfermerei perché non credo possa fare meglio di quello che ha fatto quest'anno. Quando il gioco si è fatto duro e la Juve ha cominciato a fare davvero la Juve, Sarri non ha avuto la forza e il coraggio atti a superare i propri limiti e quelli della propria squadra. Ha cominciato a parlare di fatturato, della straordinario filotto degli avversari, della sacrilega lacerazione al dogma della contemporaneità, perfino della penombra. Serviva lo scatto, serviva andare a scavare dentro se stessi quelle energie che neanche si sa di avere e mulinare sui pedali quando la strada s'inerpica, come fanno gli scalatori veri. E invece ci si è accontentati di restare a ruota del più forte, provando a resistere. Lo scontro diretto allo Juventus Stadium, di cui ho già parlato precedentemente nell'esposizione dei fatti, rappresenta la fotografia più nitida attraverso cui rappresentare questa metafora. Bisognava attaccare e, invece, si è lasciato che il passo lo facesse l'avversario. Secondo il proprio modo, addirittura secondo la propria convenienza. E allora non c'è da stupirsi se, alla fine, l'avversario ti ha fregato.
La domanda cruciale, prevenendo le obiezioni di chi ha opinioni diverse dalle mie, è stabilire se sarebbe potuta andare diversamente, essendoci un altro al posto di Sarri. E la risposta, ovviamente, non l'abbiamo. Fatto sta che io avrei preferito (per esempio) ci fosse Klopp. Avremmo vinto? Saremmo finiti terzi? Chi può dirlo? Non avendo (in questo caso) a disposizione i fatti, non ci resta che rimanere io della mia opinione e voi della vostra.
Il punto, però, verso cui voglio guardare non è il passato. Sto pensando alla prossima stagione. E non mi dà affidamento, con la straordinaria opportunità della Champions League che Sarri e i suoi si sono conquistati, la modalità di gestione della rosa di quest'anno. Bisogna saper variare di più, bisogna avere più fantasia e molta meno rigidità per coniugare l'impegno europeo a così alto livello con il campionato italiano. Non ci si può fossilizzare su un modulo e su 11 interpreti, con le solite sostituzioni in corso d'opera, puntuali come un orologio svizzero. Non sarebbe una modalità corretta e potrebbe comportare seri rischi di rendimento.
I fautori di opinioni avverse alle mie, a questo punto, obietteranno che per poter gestirla nel modo giusto bisognerebbe avercela una rosa all'altezza della situazione. E questo è un dato innegabile. C'erano sicure falle nella rosa di quest'anno. La qualità delle riserve nella zona di centrocampo era nettamente inferiore rispetto a quella dei titolari. Eppure c'è da dire che Valdifiori era un pupillo del mister, e il campo non l'ha visto quasi mai. A gennaio è stato comprato Grassi dall'Atalanta. Un giovane. Tuttavia è stato Sarri a definirlo "uno dei centrocampisti con maggiore avvenire nella nostra Serie A". Ebbene, questo giovane di sicuro avvenire il campo davvero non l'ha visto mai. E quando dico mai, intendo mai. 
Teniamo fermo che bisogna fare qualche sforzo in più. Rimpinguare la rosa, aggiungere ulteriore qualità. La strada maestra sarebbe quella seguita quest'anno. Non cedere alcun pezzo pregiato. Poi, in vista dell'impegno in Champions, acquistare un centrocampista centrale di livello uguale se non superiore a Jorginho. Un terzino di livello superiore sia a Ghoulam che a Hysaj, se capace di giocare su entrambi i lati  meglio, altrimenti ne andrebbero presi due. Un altro centrocampista di alto livello che possa giocare da interno e un altro esterno offensivo di livello non inferiore a Callejon. Per non dimenticare il secondo portiere. Insomma bisogna riempire il carrello. Sono d'accordo con voi. Quello che, però, chiedo a voi è: siete sicuri che Sarri pretenderà che questo carrello sia riempito? Io dico di no, e questo è un altro motivo per cui vorrei un altro allenatore.
Perché in fondo, lo ammetto, a me Sarri non piace molto. Ha organizzato un meccanismo che sfida la perfezione e per questo può solo essere ammirato. Lui e il suo meccanismo. Questa perfezione, però, tutti sanno che non può appartenere ad alcuna cosa umana. Specie il calcio. Come si può ridurre a un sistema affidabile e replicabile l'insondabile coacervo d'imprevedibilità, creatività, genialità di cui il calcio è intriso? Per non tralasciare il sentimento,la psicologia, l'anima che fanno del calcio uno sport davvero a tridimensionalità emotiva. 
Nel calcio i meccanismi accade inevitabilmente che s'inceppino. Perchè esistono gli avversari e si gioca su un campo, non alla scrivania, davanti a un pc o su un foglio di carta. Ce ne siamo accorti allo Juventus Stadium (novanta minuti senza un tiro in porta), a Bologna (tre gol subiti in mezz'ora contro una squadra oggettivamente scarsa), a Udine ( non funzionò niente contro una squadra oggettivamente ancora più scarsa), a Milano con l'Inter. E poi, puoi avere qualsiasi meccanismo, ma se non hai Higuain che ti sbatte 33 volte il pallone in porta, l'effetto è totalmente diverso. All'Empoli Higuain non c'era. C'era Saponara. L'Empoli era il meccanismo di Sarri prima del Napoli. Sentiva di averlo creato lui, sentiva che era una cosa sua. All'inizio della sua straordinaria avventura napoletana, giunse la trasferta ad Empoli. Sarri disse: "per diventare quelli che sono ora ci sono voluti 4 anni. 10 buoni giocatori più un fuoriclasse che è Saponara." Come a dire cosa pretendete che io possa fare in pochi mesi? E invece siamo andati molto più avanti rispetto all'Empoli. Abbiamo bruciato le tappe. Senza neanche quel gran fuoriclasse di Saponara (nel Napoli avrebbe giocato più o meno gli stessi minuti di Valdifiori). Bastò solo abbandonare l'utopia del 4-3-1-2, mettendo Callejon sulla destra, Insigne a sinistra e Jorginho al posto di Valdifiori. Il resto l'ha fatto sicuramente la bravura dell'allenatore e l'organizzazione tattica, specialmente nella fase difensiva. Ma il resto, appunto.
Non mi stupisce l'affinità elettiva che, negli studi televisivi, abbiamo visto tessersi tra il tecnico toscano e Sacchi. Hanno molto in comune. Specie la condivisione di un insanabile destino di pippe, su un campo da calcio. Era piuttosto scarso anche Sarri, con il pallone tra i piedi. Forse entrambi non si divertivano a giocare a calcio, ci provavano, ma non riuscivano a domare come avrebbro voluto quel perfido oggetto sferico. E forse per questo hanno sviluppato una sorta di perversione. Voler rendere razionale anche l'irrazionale, voler preordinare quello che non si può prevedere.
Anche Sacchi voleva creare il meccanismo perfetto. Il suo Milan era una costruzione sontuosa. Dietro alla continua, ossessiva, costante ricerca della perfezione il vate di Fusignano finì per perdere il senso della squadra, di se stesso e del calcio. Essendo costretto, alfine, ad arrendersi. Quando ci ha riprovato, non solo  non è riuscito a replicare quel meccanismo, ma neanche qualcosa che gli somigliasse vagamente. Perché il  Milan non era il suo meccanismo, ma una squadra fantastica. E lui, inossidabile e indefesso propugnatore della forza del collettivo e dell'organizzazione di gioco rispetto all'individualità, ce lo ricordiamo madido di sudore aggrappato al codino di Baggio, su di una gamba sola, a sperare nell'ultimo rigore. Sbagliato.


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