sabato 28 maggio 2016

Chi ha vinto e chi ha perso

Tutto è andato come doveva andare. Il destino è un pessimo scrittore e i suoi finali, spesso, sono più scontati di quelli che potresti vedere nei peggiori film americani. Tuttavia ha il privilegio di scrivere nelle stelle e non lascia un minimo spiraglio alla libertà d'interpretazione. Sopprime ogni speranza d'opposizione, più tenacemente della più sporca dittatura. Alla fine hanno vinto i vincenti, per definizione. Quelli che hanno vinto già prima dell'inizio della partita. Sulle copertine patinate, nei sospiri delle teenager e  dei teenager che siano, che ormai non fa neanche più tanta differenza. 
Gli eventi hanno fatto il loro corso, ma io mi prendo l'unico privilegio che ho. Ed è il privilegio di fregarmene e di scrivere il cavolo che mi pare. In questo sabato notte lontano dalle discoteche e dal divertimento, come un Caparezza senza la capa rezza, non rimanderò certo il sonno mettendomi qui a scrivere di Cristiano Ronaldo. Perché ha segnato il rigore decisivo? Chi se ne frega. Non ha vinto un uno contro uno in novanta minuti. Non ne ha azzeccata una. Ha saltato l'uomo, giusto un paio di volte nei supplementari, inceppandosi comunque ignominiosamente sul più bello. Ha avuto l'occasione (immeritatamente) per chiudere la gara sull' 1 a 0 per i suoi e ha finito per scaricare una ciofeca addosso ad Oblak, da pochi metri. Poi Juanfran, materializzatosi sul dischetto con il peso della sconfitta ad arcuargli preventivamente la schiena e la maschera della tragedia appiccicata sul volto ancor prima che essa si fosse compiuta. Il suo rigore s'infrange sul palo e arriva il momento dell'eroe preventivo. Bammete, fendente impeccabile e fine della storia. E via la maglia a offrire alle luci della ribalta il marmoreo torso. Parlatene voi.
Non mi metterò neanche a parlare manco di Zidane.  Lo faranno gli appositi cantori del nulla, che diranno che con lui il Real ha trovato quell'equilibrio che con Benitez era mancato. Magari grazie a Casemiro. Quando tutti sanno che la fronda interna al povero Rafa aveva preso spunto proprio dal pomo Casemiro. Volevano Isco, i senatori e il Presidente. In nome della filosofia galatcicos, del glorioso marchio del Real Madrid, fatto di calcio spettacolo, di arroganza tecnica. Cosa c'entrava con i galacticos un medianone dai piedi piuttosto ruvidi, buono a spezzare le trame avversarie, che poi ironia della sorte risultava anche brasiliano all'anagrafe? Che c'entrava pure con il Brasile, Casemiro? Alla fine Rafa ha dovuto chinare la testa, e non ci ha fatto di certo una bella figura. E non c'è neanche da sorprendersi se poi quella testa l'hanno fatta anche rotolare. A beneficio di Zidane, simbolo di un calcio puro nella sua grandiosità, che quella testata a un rozzo difensore italiano non aveva certo potuto macchiare. E Zidane ha cominciato provando a fare lo Zidane anche in panchina. Fuori Casemiro, dentro James Rodriguez, Isco, Kroos e tutti i campioni. La squadra continuava a non funzionare. Ed ecco che siamo dovuti tornare a quel medianone, figlio illegittimo del calcio brasiliano. Con Zidane è potuta passare, e i risultati hanno cominciato a cambiare.
Hanno vinto loro, il destino ha scritto. Io scrivo un'altra cosa. Scrivo che Simeone ha vinto nel momento in cui il Real di Zidane, per vincere, si è sentito costretto a doversi trasformare nella caricatura più truce dell'Atletico. Un gol in fuorigioco dopo 15 minuti e poi tutti sotto coperta. Ripiegati su se stessi, a fare massa nella propria metacampo. Calci, calcioni e palle sparacchiate in avanti. Tutto quello di cui, per settimane sono stati accusati Simeone e il suo Atletico. Ogni singolo capo d'imputazione riscontrato sul campo, in flagrante, a colpevole invertito. Perché l'Atletico, invece, secondo il suo stile e nei limiti della propria struttura tecnica, ha provato a giocare. Sotto di un gol irregolare. Con pazienza e razionalità. E nel secondo tempo ci è anche riuscito abbastanza bene, grazie all'ingresso in campo di Carrasco. Malgrado un rigore sbagliato. Il maquillage tattico di Simeone ha funzionato. A dieci minuti dalla fine perfetto inserimento di Juanfran sulla destra, imbeccato da un colpo magistrale del metronomo Gabi, cross di quest'ultimo a tagliare l'area di prima intenzione, taglio proprio di Carrasco e chiusura imperiosa sottomisura. 
Poi i supplementari, in cui schemi e strutture tattiche sono saltate. Ognuno ha avuto le sue chances, ma il destino aveva già predisposto secondo il proprio volere. 
Tenetevi i vostri eroi, io scrivo che ha vinto Simeone, perché Zidane per vincere ha dovuto fare Simeone. Il peggiore Simeone, manco un Simeone qualsiasi. E, badate bene, io non ne traggo certo la conclusione che, ora, per vincere bisogna fare i Simeoni. Lo sciocco dualismo tra cholismo e tiki taka lo lascio a voi. Tanto alla fine decide quasi sempre il destino. A suo modo.

mercoledì 25 maggio 2016

Like a Rolling Stone

-Non sto dicendo che sia meglio di qualsiasi altra cosa, sto dicendo che penso che "Like a Rolling Stone" rappresenti esattamente quello che dovevo fare. Dopo averla scritta non ero interessato a scrivere un romanzo o un pezzo teatrale. Era abbastanza così. Volevo scrivere canzoni e, prima di questa, nessuno aveva mai scritto canzoni davvero.-   
Musicologi e musicofili di ogni genia ed epoca sono d'accordo con lui. Eppure, prima di questa, aveva scritto Blowin in the wind, The times they are a changin' (giusto per sceglierne due). Un'armonica, una chitarra e dalla sua voce uscivano parole che pareva potessero dare un significato al mondo. Ci avevano creduto in moltissimi, al punto che in quelle parole cercavano anche un senso alla loro vita. E ora, che sono passati più di 50 anni e i tempi davvero sono cambiati (non nel senso sperato), quelle canzoni rimangono. E non c'è bisogno di essere musicologi e musicofili per accorgersene. 
E, tuttavia, per colui che questa roba l'ha messa al mondo, era "Like a Rolling Stone" ciò che davvero egli voleva fare. Questa cosa che chiamò anche "un pezzo di vomito lungo circa venti pagine", da cui rimasero i versi della canzone. 
La gente non era molto contenta. Per loro Bob Dylan era un altro, non era quello. Qualcuno prese a fischiarlo ai concerti. Lo chiamarono traditore, giuda, lo accusarono di essersi venduto. Non poteva esserci accusa più sanguinosa, per quei tempi e per lui.
Lui, ovviamente, era pronto a sfidare questo, compreso (per definizione) il mondo intero. Doveva farlo, perchè si sa, il genio fa quello che può. E, badate bene, lui sapeva di doverlo fare. 
Lo sapeva al punto che era proprio quello che voleva fare. Con "Like a Rolling Stone". Ed è per questo che, malgrado avesse già scritto Blowin in the wind e the Times they are a changin, questa canzone per lui rappresentava qualcosa di così tanto importante. Perché questa canzone non dice esattamente quello che in molti abbiamo creduto di aver capito.
Secondo Andy Gill, uno dei più autorevoli biografi di Dylan, essa è un tanto rabbioso quanto appassionato monologo rivolto, dal genio, verso se stesso. Stone era il cognome da ragazza della madre di Dylan, oltre ad essere la pietra in lingua inglese. Stone con la lettera maiuscola.  
Allora ho provato a risentirla. Sembrerebbe parlare di una ragazza. Come mai?  E se fosse parte della sua sfida, la consapevolezza della lotta tremenda contro l'accusa più infamante per lui e per quei tempi. Essersi venduti. La figura femminile si prestava meglio come significante. La puttana è femmina, il bersaglio della più banale e della più meschina "offesa di massa".
Quello che inseguiva Dylan era proprio la Libertà, nella sua purezza e nel suo ideale più assoluto. Intoccabile non solo dal Potere, ma inafferabile anche dal suo contrario, da qualsiasi sorta di ControPotere immaginabile. Al punto da fuggire l'idea di poter diventare un simbolo, quand'anche la causa gli sembrasse giusta.  
Aveva appena separato la sua strada da quella di Joan Baez. Una donna che aveva amato e a cui aveva legato anche la sua prima vita musicale. Joan raccontò: "sentivo una forte passione politica e pensavo a quello che avremmo potuo fare insieme noi due...Ne parlammo: lui voleva fare la sua musica...lui non voleva essere uno a cui la gente si appellasse."
Come una pietra che rotola, senza sapere bene dove, lungo la propria strada. Miss Lonely, dice nella canzone. Che ha frequantato le scuole più elevate, finendo soprattutto per ubriacarsi. E chi è allora, se non lui all'Università del Minnesota?
How does it feel? How does it feel? si urla. Quasi incitandosi. Parlando del senso di queste frasi, Dylan non ha mai chiarito che si fosse effettivamente rivolto a se stesso, ma ha spiegato: " deriva da un forte astio, ma con uno scopo onesto. Alla fine non si trattava neanche di astio, era un dire a qualcuno qualcosa che non doveva fare...Vedere qualcuno nel dolore in cui è destinato a imbattersi." Il dolore attraverso cui il genio straripa. Il genio che non può fare quello che non deve, tipo rispondere alla chiamata di "Napoleon in rags" (Andy Warhol), ma ha semplicemente la sua strada. Da percorrere Like a Rolling Stone. No direction home.

domenica 22 maggio 2016

Un non elogio della velocità per una vera Riforma

Dicono che bisogna andare veloci. Fare, scrivere, approvare. Perché bisogna finalmente cambiare verso, imprimere una nuova direzione di marcia a questo Paese. 
Eppure io di direzioni nuove non ne vedo. Eppure a me pare che stiamo correndo non so quanto velocemente, ma sicuramente con affanno, più o meno come abbiamo corso finora. Perché il problema, finora, a me non era parso la lentezza. Certo, non siamo andati da nessuna parte, ma correvamo come dei matti. In un labirinto cervellotico, in cui, inevitabilmente, tornavamo con puntualità alla linea di partenza. E mi pare stiamo continuando perfettamente a fare la stessa cosa.
Perché, vedete, il punto è che negli ultimi trent'anni il Parlamento non ha affatto dimostrato di fare poche leggi, ma di farle male. Con la conseguenza di dover ritornare continuamente sulla stessa materia, quando non proprio sulla stessa legge, ad ogni cambio di maggioranza, sostanziale o formale che fosse. Bastano pochi esempi a fotografare questo ampio ventennio: ( vado anch'io per titoli, così come va di moda) riforme della scuola, delle pensioni, del lavoro, della Costituzione stessa (basta ricordare il Titolo V e quella berlusco-calderoliana bocciata dal Referendum). Un coacervo di leggi una sopra all'altra, tutte raffazzonate e pasticciate, scritte, approvate pure velocemente, salvo poi accorgersi che non funzionavano e tornare al punto di partenza, riscrivendo e riapprovando. Con altre maggioranze, magari.
Appare evidente che il problema non risulta, quindi, la velocità, risulta la qualità. Una legge ben studiata, ben pensata e ben approvata (condivisa più largamente piuttosto che a colpi di fiducie) magari richiede più tempo e pure più passaggi alle Camere, ma una volta fatta, vedrete che durerà più a lungo e, soprattutto, servirà anche effettivamente a qualcosa.
Perché bisognerebbe davvero riformare l'attuale Parlamento, ma non azzoppandone ciecamente una Camera. Bisognerebbe riempire il vuoto che lo annicchilisce. Un vuoto che può essere riempito solo da persone, idee, passioni, anche partiti. Ma che siano partiti veri. Riempirlo, insomma, di politica. Questa sarebbe la più potente delle riforme istituzionali. Quella vera.
Basterebbe la vecchia e trita saggezza popolare a illuminare i nostro poco iluminati riformatori costituzionali dell'ultima ora: la gatta, per andare di fretta, fece i figli ciechi. O, se preferite, chi va piano va sano e va lontano. 
Ecco, vedete, a volte quelle vecchie cazzatine, quelle insopportabile frasi fatte che ci propinano da tempo immemore, risultano essere più convincenti e meno inaccettabili delle nuove cazzatine, dei fulminei hastag e delle altrettanto insopportabili parole d'ordine del nuovo che avanza, senza andare da nessuna parte.

martedì 17 maggio 2016

Un discorso politico. Quasi.

Vincenzo De Luca può piacere o non piacere. A te non piace, e la vicenda m'incuriosiva. Come del resto ogni cosa che ti riguardava, o che anche solo avesse a che fare con te trasversalmente, perpendicolarmente, ottusamente o acutamente, superficialmente, pure solo sfiorandoti appena. E allora un giorno te lo domandai, mentre eri seduta sul sedile di fianco al mio, e io guidavo. Non ne parlavi per sentito dire, l'avevi guardato e sentito in tv. Ora, però, non è il momento di parlare di te. Non dovresti proprio più comparire nella mia mente, se è per questo, eppure con un'ostinazione paradossale e una pervicacia parossistica essa continua a tenerti stretta. Chissà quando se ne farà una ragione anche lei, eppure la ragione dovrebbe avercela lei, mente che è custodia della mia ragione senza ragione, con tutte le ragioni del mondo. Chi la capisce pure a lei.

Stavamo parlando di De Luca. Che può piacere e non piacere. Eppure a Salerno ha fatto il sindaco dal 1993 al 2015, con un intervallo di 5 anni in cui, a rigor di legge, ha dovuto farsi sosituire dal suo vice. Roba che manco uno che piacesse a tutti, il più piacevole e piacione del cortile, ci sarebbe riuscito. E il fatto è che, se ora non fa più il sindaco, è solo perché è passato al livello successivo (tipo candy crush), divenendo Governatore della Campania. E allora qual è il punto?  Il punto è che, ora, non vale neanche la pena parlare di De Luca. Dei motivi per cui potrebbe piacere e dei motivi (che a me paiono cospicuamente e sostanzialmente più validi) per cui potrebbe non piacere. Perché non funziona la cosa in sé, e non funziona al punto da rendere ininfluente tutto il resto, De Luca in quanto De Luca compreso.  Ventidue anni, più gli altri a venire, in cui la politica a Salerno ha significato solo e soltanto lui. Prima di spingersi alla conquista di tutta la Campania. 
Badate, non è una questione che si può liquidare con tre/quattro paragrafetti sul fenomeno della personalizzazione della politica, che qualsiasi politologo della domenica, sorteggiato a caso, potrebbe propinarci. Bisogna essere ben più drastici se si vuole entrare davvero nella questione. E la questione è che, ormai, da queste parti la politica non sappiamo neanche dove stia di casa. Perché fosse De Luca espressione di un'idea (non dico manco un'ideologia), di un sentimento popolare (non dico manco sentimento comunitario), allora potremmo davvero semplicemente parlare di personalizzazione della politica. Risulterebbe comunque un'incrinatura del processo democratico, ma se una comunità intera avesse deciso di ripararsi dietro lo scudo di un suo rappresentante, delegandogli completamente le proprie sorti, in direzione di quell'idea e di quel sentimento popolare, non sarebbe poi tanto grave.
Io, invece, quell'idea e quei sentimenti popolari non li vedo. Vedo un uomo dallo straripante ego e, sicuramente, dalla personalità carismatica, che tira avanti verso una meta indistinta, e gli altri dietro a seguirlo con gli occhi bassi, in marcia verso un indefinito progresso, sotto la bandiera di un non meglio precisato sviluppo che passerebbe attraverso costruzioni imponenti quasi in riva al mare, luci d'artista, per un Natale sproporzionato che va da ottobre a a febbraio, a tenere stretta una città, legandosi da un palazzo all'altro, da un edificio a una torretta. E poi vedo una magmatica colata di legalità, che scorre piuttosto a caso, andando a sommergere chi ci si trova sotto, tendenzialmente gli ultimi se non gli indifesi. Come quel video in cui "Vicienzo a funtana" in persona strattona il malcapitato venditore ambulante di colore, intimandogli di tirare fuori i documenti. Che poi dice che dietro questi c'è la camorra e io potrei anche crederci, fatto sta che farebbe un altro effetto un video in cui si vedesse "Vicienzo" strattonare un camorrista piuttosto che quel povero venditore ambulante, perché questo effetto qua, invece, mi risulta ributtante. 
Avesse perlomeno un partito dietro, nel senso fosse espressione di un partito. Perché invece De Luca prima era comunista e lo chiamavano Pol Pot, poi ha seguito tutta la dolorosa trafila di quel partito, rimanendo sempre in sella e, guardacaso, quasi sempre collegato a quelli che vi avevano posizioni di forza. Tanto che quando Bersani vinse contro Renzi era con Bersani, poi quando gli avversari di Renzi sono divenuti Cuperlo e Civati, lui è diventato renziano. Pian piano convincendosene sempre di più. 
Insomma De Luca può piacere o non piacere, ma se qui stiamo sempre, solo e continuamente a parlare di De Luca, il fatto è parecchio grave. Perchè quando si è costretti a dire che non esiste la politica e non esiste un partito, significa che non esistono le idee, non esiste il sentimento popolare, non esiste una comunità. E, quindi,  non può esistere giustizia sociale. 

*E tu sarai il pretesto, per approfondire un piccolo problema personale di filosofia, su come trarre giovamento dal non piacere agli altri come in fondo ci si aspetta che sia.
 Per esempio non è vero che poi mi dilungo spesso su un solo argomento. Ljudmila, non è vero che io mi dilungo spesso su un solo argomento.
para-cit. da Max Gazzé Cara Valentina


sabato 14 maggio 2016

La postilla

Le mie opinioni impopolari su Sarri meritano una postilla. Non certo perché io aspiri ad una maggiore popolarità. Aspiro, se mai, ad un ideale di chiarezza.
Un ideale di chiarezza che, nella sua intransigenza, m'induce a dimostrare che non è un atto d'ingiustizia sommaria togliere una panchina a un brav'uomo che ha dimostrato di meritarsela. Ognuno nella vita dovrebbe avere ciò che si merita. Eppure non avviene. Del resto se la Terra fosse un luogo dove riesca a regnare la Giustizia, le religioni non esisterebbero. D'altronde, nel caso specifico, la panchina del Napoli è una e, se dovessero sederci tutti quelli che potrebbero meritarla, essa dovrebbe essere parecchio più lunga.
Il punto è che pur condividendo con il mitico Enrico Varriale l'opinione che Sarri abbia fatto benissimo, non devo necessariamente giungere a convincermi che un altro non possa fare meglio. Tanto più che me lo impedisce un fatto preciso. Ad Empoli Sarri ha fatto benissimo, quest'anno al suo posto è giunto Giampaolo e ha fatto ancora meglio.
Il medesimo ideale di chiarezza m'induce anche a penetrare meglio la questione nel merito, direbbero quelli che parlano seriamente. E nel merito andrebbe riconosciuto che Sarri ha fatto un ottimo lavoro, ma non ha compiuto certo un miracolo. Il Napoli, di per sé, è una squadra che possiede dei valori tecnici straordinari. E questa, se vogliamo chiamarla opinione, dobbiamo dire che risulta pienamente suffragata dai fatti.
Il nostro mister, infatti, non si è trovato precisamente nelle condizioni di un tizio che si è trovato lì, a dover costruire qualcosa da zero. L'ossatura di questa squadra ha cominciato a strutturarsi e a comporsi con una certa nettezza, quasi due anni orsono. Quando su quella panchina si è seduto il vituperato Rafa Benitez e con lui sono giunti alcuni dei punti di forza della squadra attuale. Per rinfrescare la memoria dei più distratti, ricordiamo che quella squadra fece nientemeno che 12 punti in un girone di Champions League (Arsenal, Borussia Dortmund e Marsiglia e non roba da ridere) e 78 punti in campionato. Scusate se è poco.
Poi negli occhi è rimasto lo sfilacciamento progressivo della scorsa stagione, deteriorata dal processo di logoramento tra tecnico, società e calciatori,  che dall'agosto 2014 ha continuato implacabilmente il suo decorso, risultando insanabile a fine stagione. Eppure anche quella squadra senza Reina, Allan e Hysaj è arrivata alle semifinali di Europa League. E, con un guardialinee onesto e con l'Higuain originale piuttosto che la sua versione farlocca nella sfida contro il Dnipro, avrebbe potuto comunque raccontare una storia molto diversa.

martedì 10 maggio 2016

Un'opinione impopolare su Sarri

Iniziamo con i fatti. Separandoli dalle opinioni. Come il manuale del giornalista insegna.
Il Napoli ha disputato un campionato di alto livello, all'interno di una stagione che ha vissuto momenti apicali addirittura entusiasmanti. La qualificazione diretta alla Champions League (che ad una sola giornata dal termine appare a portata di mano) rappresenta un risultato importante. Alla fine c'è una squadra che guarda gli azzurri dall'alto in basso, ed è la solita squadra. I padroni d'Italia.
Non essere riusciti a spodestare la Juve da un trono che appare appartenergli per diritto divino, come ogni monarchia assoluta pretendeva d'imporre alla Storia, non può spingere neanche il più temerario dei critici a rappresentarla come colpa. Malgrado la partenza ad handicap dei bianconeri, malgrado ad un certo punto essi fossero sprofondati a meno 11, prima di scatenare la loro prepotenza. 67 punti su 69 a disposizione, in 23 partite, laverebbero qualsiasi colpa degli sconfitti. La pochezza degli avversari e la loro indole particolarmente incline alla sottomissione, in verità, rappresenterebbero anch'esse un fatto e come tale quindi andrebbero segnalati in questa fase, ma per ora teniamoli nel cassetto  per non complicare la faccenda. Basti soltanto segnalare che il livello tecnico complessivo del campionato di Serie A risulta quasi ai minimi storici e ciò favorisce certe clamorose strtiscie di risultati, ma questo discorso vale più o meno allo stesso modo sia per la Juve che per il Napoli.
Tenuto fermo il fatto che essere finiti secondi dietro questa Juve non può rappresentare in sé una colpa che possa essere contestata, se non in un capo d'accusa particolarmene temerario, rimane il fatto che il Napoli sul più bello si è fermato. Non ha saputo andare quel passo oltre i propri limiti. Non è una colpa, ma quel passo è la differenza tra chi compie il proprio dovere, per quanto egregiamente, e chi compie realmente un'impresa. Il Napoli di Sarri quest'impresa non l'ha compiuta. Nella tana della Juventus, ancora davanti in classifica, non ha saputo essere se stesso. Davanti al re, l'ha guardato dritto negli occhi, ma poi invece di avventarsi sulla sua corona con uno sberleffo, si è tolto il cappello e si è inchinato. Novanta minuti a prendersi semplicemente quello che gli avversari gli lasciavano. Pochissimo. Novanta minuti senza un tiro in porta. E poi alla fine il più classico dei castighi. Con deviazione. Su un sinistro di Zaza, uno che nella squadra di Sarri sarebbe la riserva della riserva. La riserva di Gabbiadini che è la riserva di quel marziano che si chiama Gonzalo.
Da allora il Napoli ha cominciato a sentirsi secondo. Sconfitto prima dall'idea della potenza della Juve, che dalla sua reale forza, che pure è stata incontrastabile in atto. 
Un altro fatto è che si è fermato sul più bello pure in Europa League, dopo aver maramaldeggiato contro i malcapitati norvegesi, polacchi e belgi di seconda fascia. Ai sedicesimi è arrivato il Villareal, Sarri ha dato via libera alle riserve, cui in campionato ha fatto vedere il campo solo sotto costrizione, e il cammino degli azzurri si è interrotto. 
Fin qui i fatti. Il significato complessivo che essi producono è che Sarri siederà sulla panchina del Napoli anche l'anno prossimo, come è stato confermato la scorsa settimana dalle parti, seppur dietro qualche spiffero che pareva volesse contraddire il naturale epilogo della faccenda. In coda ai fatti, posso apporre la mia prima opinione: Sarri ha meritato indubbiamente la riconferma. 
Ora potete iniziate a separare. Fatelo, perché quello che leggerete d'ora in poi, non è detto vi piacerà. Perché le opinioni questo hanno di bello. Si ha il sacrosanto diritto di avercele, anche in contrasto gli uni agli altri. Nessuno ce le può levare, come tutti i diritti. E il diritto dell'altro ad avere la sua propria opinione, non può in alcun modo limitare il mio ad averci la mia. E quando esse si scontrano, non c'è parte o lato da cui si perda, se si lascia che a scontrarsi siano davvero solo le opinioni.
Sto facendo un po' di melina, lo ammetto, perché sto per scrivere una cosa impopolare (come disse Eziolino a un certo Reno Giannantonio in questo video). Il fatto, che poi è indubbiamente un'opinione e non un fatto, è che io Sarri non lo riconfermerei. Malgrado lo meriti, malgrado io riconosca che abbia svolto un lavoro eccezionale. 
Non lo riconfermerei perché non credo possa fare meglio di quello che ha fatto quest'anno. Quando il gioco si è fatto duro e la Juve ha cominciato a fare davvero la Juve, Sarri non ha avuto la forza e il coraggio atti a superare i propri limiti e quelli della propria squadra. Ha cominciato a parlare di fatturato, della straordinario filotto degli avversari, della sacrilega lacerazione al dogma della contemporaneità, perfino della penombra. Serviva lo scatto, serviva andare a scavare dentro se stessi quelle energie che neanche si sa di avere e mulinare sui pedali quando la strada s'inerpica, come fanno gli scalatori veri. E invece ci si è accontentati di restare a ruota del più forte, provando a resistere. Lo scontro diretto allo Juventus Stadium, di cui ho già parlato precedentemente nell'esposizione dei fatti, rappresenta la fotografia più nitida attraverso cui rappresentare questa metafora. Bisognava attaccare e, invece, si è lasciato che il passo lo facesse l'avversario. Secondo il proprio modo, addirittura secondo la propria convenienza. E allora non c'è da stupirsi se, alla fine, l'avversario ti ha fregato.
La domanda cruciale, prevenendo le obiezioni di chi ha opinioni diverse dalle mie, è stabilire se sarebbe potuta andare diversamente, essendoci un altro al posto di Sarri. E la risposta, ovviamente, non l'abbiamo. Fatto sta che io avrei preferito (per esempio) ci fosse Klopp. Avremmo vinto? Saremmo finiti terzi? Chi può dirlo? Non avendo (in questo caso) a disposizione i fatti, non ci resta che rimanere io della mia opinione e voi della vostra.
Il punto, però, verso cui voglio guardare non è il passato. Sto pensando alla prossima stagione. E non mi dà affidamento, con la straordinaria opportunità della Champions League che Sarri e i suoi si sono conquistati, la modalità di gestione della rosa di quest'anno. Bisogna saper variare di più, bisogna avere più fantasia e molta meno rigidità per coniugare l'impegno europeo a così alto livello con il campionato italiano. Non ci si può fossilizzare su un modulo e su 11 interpreti, con le solite sostituzioni in corso d'opera, puntuali come un orologio svizzero. Non sarebbe una modalità corretta e potrebbe comportare seri rischi di rendimento.
I fautori di opinioni avverse alle mie, a questo punto, obietteranno che per poter gestirla nel modo giusto bisognerebbe avercela una rosa all'altezza della situazione. E questo è un dato innegabile. C'erano sicure falle nella rosa di quest'anno. La qualità delle riserve nella zona di centrocampo era nettamente inferiore rispetto a quella dei titolari. Eppure c'è da dire che Valdifiori era un pupillo del mister, e il campo non l'ha visto quasi mai. A gennaio è stato comprato Grassi dall'Atalanta. Un giovane. Tuttavia è stato Sarri a definirlo "uno dei centrocampisti con maggiore avvenire nella nostra Serie A". Ebbene, questo giovane di sicuro avvenire il campo davvero non l'ha visto mai. E quando dico mai, intendo mai. 
Teniamo fermo che bisogna fare qualche sforzo in più. Rimpinguare la rosa, aggiungere ulteriore qualità. La strada maestra sarebbe quella seguita quest'anno. Non cedere alcun pezzo pregiato. Poi, in vista dell'impegno in Champions, acquistare un centrocampista centrale di livello uguale se non superiore a Jorginho. Un terzino di livello superiore sia a Ghoulam che a Hysaj, se capace di giocare su entrambi i lati  meglio, altrimenti ne andrebbero presi due. Un altro centrocampista di alto livello che possa giocare da interno e un altro esterno offensivo di livello non inferiore a Callejon. Per non dimenticare il secondo portiere. Insomma bisogna riempire il carrello. Sono d'accordo con voi. Quello che, però, chiedo a voi è: siete sicuri che Sarri pretenderà che questo carrello sia riempito? Io dico di no, e questo è un altro motivo per cui vorrei un altro allenatore.
Perché in fondo, lo ammetto, a me Sarri non piace molto. Ha organizzato un meccanismo che sfida la perfezione e per questo può solo essere ammirato. Lui e il suo meccanismo. Questa perfezione, però, tutti sanno che non può appartenere ad alcuna cosa umana. Specie il calcio. Come si può ridurre a un sistema affidabile e replicabile l'insondabile coacervo d'imprevedibilità, creatività, genialità di cui il calcio è intriso? Per non tralasciare il sentimento,la psicologia, l'anima che fanno del calcio uno sport davvero a tridimensionalità emotiva. 
Nel calcio i meccanismi accade inevitabilmente che s'inceppino. Perchè esistono gli avversari e si gioca su un campo, non alla scrivania, davanti a un pc o su un foglio di carta. Ce ne siamo accorti allo Juventus Stadium (novanta minuti senza un tiro in porta), a Bologna (tre gol subiti in mezz'ora contro una squadra oggettivamente scarsa), a Udine ( non funzionò niente contro una squadra oggettivamente ancora più scarsa), a Milano con l'Inter. E poi, puoi avere qualsiasi meccanismo, ma se non hai Higuain che ti sbatte 33 volte il pallone in porta, l'effetto è totalmente diverso. All'Empoli Higuain non c'era. C'era Saponara. L'Empoli era il meccanismo di Sarri prima del Napoli. Sentiva di averlo creato lui, sentiva che era una cosa sua. All'inizio della sua straordinaria avventura napoletana, giunse la trasferta ad Empoli. Sarri disse: "per diventare quelli che sono ora ci sono voluti 4 anni. 10 buoni giocatori più un fuoriclasse che è Saponara." Come a dire cosa pretendete che io possa fare in pochi mesi? E invece siamo andati molto più avanti rispetto all'Empoli. Abbiamo bruciato le tappe. Senza neanche quel gran fuoriclasse di Saponara (nel Napoli avrebbe giocato più o meno gli stessi minuti di Valdifiori). Bastò solo abbandonare l'utopia del 4-3-1-2, mettendo Callejon sulla destra, Insigne a sinistra e Jorginho al posto di Valdifiori. Il resto l'ha fatto sicuramente la bravura dell'allenatore e l'organizzazione tattica, specialmente nella fase difensiva. Ma il resto, appunto.
Non mi stupisce l'affinità elettiva che, negli studi televisivi, abbiamo visto tessersi tra il tecnico toscano e Sacchi. Hanno molto in comune. Specie la condivisione di un insanabile destino di pippe, su un campo da calcio. Era piuttosto scarso anche Sarri, con il pallone tra i piedi. Forse entrambi non si divertivano a giocare a calcio, ci provavano, ma non riuscivano a domare come avrebbro voluto quel perfido oggetto sferico. E forse per questo hanno sviluppato una sorta di perversione. Voler rendere razionale anche l'irrazionale, voler preordinare quello che non si può prevedere.
Anche Sacchi voleva creare il meccanismo perfetto. Il suo Milan era una costruzione sontuosa. Dietro alla continua, ossessiva, costante ricerca della perfezione il vate di Fusignano finì per perdere il senso della squadra, di se stesso e del calcio. Essendo costretto, alfine, ad arrendersi. Quando ci ha riprovato, non solo  non è riuscito a replicare quel meccanismo, ma neanche qualcosa che gli somigliasse vagamente. Perché il  Milan non era il suo meccanismo, ma una squadra fantastica. E lui, inossidabile e indefesso propugnatore della forza del collettivo e dell'organizzazione di gioco rispetto all'individualità, ce lo ricordiamo madido di sudore aggrappato al codino di Baggio, su di una gamba sola, a sperare nell'ultimo rigore. Sbagliato.


lunedì 9 maggio 2016

Io rimango fuori

C'è un posto anche per te, nel Gran Salone della Comunicazione. Devi solo scegliere da quale lato entrare. C'è uno spazio dedicato a tutti quelli come te. Devi solo saper distinguere quelli che ti somigliano, e allora puoi confonderti perfettamente in mezzo a loro. Entra e ognuno di loro ti dedicherà un saluto. Meno ti farai conoscere e più loro ti riconosceranno. A quel punto, nel gran Salone della Comunicazione, ti cederanno anche la parola. Dovrai essere sicuro, efficace, chiaro e preciso. Devi aver ben presente il tuo target, devi centrare il tuo bersaglio. Devi dire molte parole, ma non parlare troppo. Meno pensi a quello che dici e più ce lo avrai ben presente, senza che neanche tu stesso lo capisca veramente. Devi avere ben presente quello che vuoi dire (senza capirlo) e devi dirlo in modo semplice, più sarà semplice e meno sarà vero, meno sarà vero e più ti capiranno, più ti capiranno e meno avrà senso, meno avrà senso e più ti applaudiranno. 
Al Gran Salone della Comunicazione ci sono grandi applausi che aspettano solo le tue parole, per scrosciare liberamente. Due minuti di applausi. Per le tue parole. Finiti gli applausi, le avranno già dimenticate. Quindi toccherà a un altro e avranno dimenticato anche te. Meglio e prima ti dimenticheranno, più il tuo posto sarà al sicuro. Quel posto nel Gran Salone della Comunicazione non te lo toglieranno mai. E alla fine del giro, toccherà di nuovo a te riparlare, e prendere la tua sacrosanta razione di applausi. 
E non preoccuparti di quelli che non sono come te, che non ti somigliano affatto. Nel Gran Salone della Comunicazione c'è un posto anche per loro. C'è un'ala un po' per tutti e tutti quanti hanno un po' un'ala.
Avanti, coraggio. Non devi far altro che scegliere la tua ala ed entrare. 
E non preoccuparti quando capirai che io sono rimasto fuori. C'è un'ala un po' per tutti, ma non c'è un'ala per me. Io parlo troppo, senza dire molte parole. Penso molto a quello che voglio dire e cerco di dire cose complicate. Tanto che sono complicate che, spesso, finisco per non aver ben presente quello che voglio dire. E certamente non potrei mai riuscire a dirlo bene. Eppure ha molto senso, quello che non riesco a dire bene. Somiglia davvero alla verità, ciò che non riuscirò mai a dire per intero. 
Nel Gran Salone della Comunicazione non c'è posto per me, e allora io resto qua, io rimango fuori. Nella mia bocca la saliva è acqua sporca e con quest'acqua sporca ci farò le mie parole. Mi serviranno per provare a dire qualcosa. Qualcosa che, almeno io, potrò capire.

domenica 1 maggio 2016

L'imbecille telematico

L'imbecille ha diritto di parola. Io non voglio toglierglielo. E poi, chi sono io per stabilire chi è autenticamente, puramente imbecille? Chi è solo un imbecille apparente? Chi è imbecille soltanto superficialmente, mentre, se si andasse a penetrare nella sua crosta d'imbecillità, si scoprirebbero le viscere della sua umanità, il dolore della sua storia di vita, il senso della sua individualità che ne spiegherebbero e anche giustificherebbero la sua originalità imbecille. 
L'imbecille, in fondo, non ha colpe. Neanche internet, in sé per sé. Dice che Internet è un potentissimo strumento di democrazia. Può darsi. Effettivamente grazie a Internet viene allargato lo spazio della libertà di manifestazione ed espressione del pensiero. Di tutti. Dando maggiore concretezza ad un articolo importante della nostra Costituzione. Il 21, per chi abbia a cuore la precisione.
Il problema è che l'imbecille, quasi mai sa di esserlo. Quando "prendeva la parola al bar, dopo un paio di bicchieri, e veniva prontamente zittito", era costretto a rendersene conto. Capisco che quell'umiliazione potesse risultare dolorosa, ma aveva anche una fondamentale funzione sociale. Perché lo portava a riflettere. Perché l'imbecille capiva che aveva qualcosa da imparare. E allora si sentiva motivato e indotto a studiare, per prevenire ulteriori umilianti figure di merda. Perché mica un imbecille deve essere per forza condannato a rimanere per sempre nella medesima condizione? Si può migliorare, prima di tutto se stessi.
I problemi con Internet sono fondamentalmente due. Il primo è che quando lo utilizzi sei fondamentalmente solo. Tu, una tastiera e uno schermo. E né la tastiera né lo schermo sono in grado di farti comprendere che stai scrivendo una macroscopica stronzata. E poi c'è il secondo problema, quello veramente increscioso, che è sempre il traffico, ma non in quel senso. Su Internet c'è troppo traffico. Nel senso che tu, da solo davanti alla tua tastiera e al tuo schermo, puoi effettivamente entrare in contatto con il resto del mondo, con una platea sterminata di persone. E, in quella sterminata platea di persone, qualsiasi imbecille troverà pur sempre qualcuno che sarà disposto ad avvalorare la propria demenziale tesi, la propria mostruosità intellettuale. Ed è ovvio che quanto più sarà imbecille chi legge, tanto più troverà apprezzabile quello che un imbecille scrive. Identificandosi. 
E così gli imbecilli traggono una straordinaria forza dalla loro unione e si sentono straordinariamente intelligenti, capaci non dico di dominare il mondo, ma di modellarlo alla propria imbecillità.
Appare chiaro che se l'imbecille non solo non si accorge di essere imbecille, ma addirittura giunge a sentirsi un maître à penser, non potrà mai essere indotto a migliorare. Men che meno a riflettere e imparare. Rimarrà un imbecille, che accreditato da un' informe massa di suoi pari, propugnerà il trionfo dell'imbecillità.
E allora bisogna fermarsi un attimo. Perché la democrazia è davvero tale se porta ad un miglioramento della collettività. Se la collettività diventa peggiore e l'imbecillità trionfa, allora non è più democrazia. E non è certo un caso se stiamo vivendo i tempi in cui la partecipazione alla vita pubblica, la coscienza realmente politica, il reale impatto sul processo democratico risultano ai minimi storici. Purtroppo se ne accorge solo chi non è imbecille. Gli imbecilli battono furiosamente sulle proprie tastiere e ciò basta a farli sentire, vivi, partecipi e protagonisti del compimento e addirittura del trionfo della democrazia.
Insomma, Umberto Eco non aveva tutti i torti. Per chi volesse riascoltarlo: https://www.youtube.com/watch?v=u10XGPuO3C4