mercoledì 13 aprile 2016

L'ultimo canestro

Il giorno dell'ultimo canestro è arrivato. Quello ultimo per davvero. Sarà il canestro della fine, non il canestro della vittoria, per quel bambino che a 6 anni indossò i calzettoni di papà e successe che il basket diventò la sua vita, e la sua vita diventò il basket. 
Kobe Bryant, figlio del campione Joe, è uno di quelli per cui la vita non poteva essere uno spazio di tempo da occupare in qualche modo, sperando di non rendersi conto troppo chiaramente delle inquietante chiazze vuote che rimanevano. Per Kobe Bryant la vita doveva essere lo spazio di tempo destinato a farlo diventare Kobe Bryant. Non solo un campione, ma il più forte di tutti. Non solo un vincente, ma il padrone della vittoria. Nacque 37 anni fa, a Philadelphia, con una predisposizione genetica sfacciata per lo sport con la palla a spicchi. Quando aveva 6 anni, e indossava i calzettoni di papà, era qui in Italia a Rieti, dove il padre era giunto a giocare dopo un'onorata carriera in Nba. Il suo talento sgorgava dalle sue piccole mani, purissimo, già allora. Come la sua sfrenata ambizione. Qualcuno l'ha definita ossessiva. Lui stesso, nella lettera in cui qualche mese fa annunciava la fine della storia, ha scritto di avere amato questo sport ossessivamente. Altrimenti non sarebbe stato Kobe Bryant, dico io, e non sono il solo. Ha dato tutto se stesso a questa sua ossessione. Diventare il migliore di tutti. Diventare come Micheal Jordan. Soprattutto essere colui che poteva trasformare la sconfitta nella vittoria. Colui che aveva il potere di costruire, fabbricare, inventare, regalare la vittoria. Non è un caso che nel finale della sua lettera ha scritto: "Non importa cosa farò dopo, sarò sempre quel bambino con i calzettoni alzati, il cestino nell’angolo: 5 secondi sul cronometro, palla tra le mani 5… 4… 3… 2… 1." 
Il basket è l'unico sport che può darti questo potere. Era affascinato proprio da questo Kobe, sin da bambino. Guardava Micheal Jordan e vedeva materializzarsi in lui questo immenso potere. Voleva essere come lui.
Quarantotto minuti di colpi uno dopo l'altro, senza sosta, come se fosse una mitragliata infinita. E poi, magari, si arriva che mancano solo 5 secondi, gli avversari sono avanti di un solo punto, e tu hai il pallone in mano. In quel pallone c'è il destino, stretto tra le tue mani. Vittoria o sconfitta. Se va dentro vinci.  5...4...3...2...1. Ora è finita. Stanotte sarà davvero l'ultimo canestro. Il bambino di 6 anni con i calzettoni di papà alzati diventò davvero Kobe Bryant.

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