giovedì 21 aprile 2016

La lezione di Eziolino al piccolo calciatore di 9 anni


Eziolino Capuano è un tipo ben strano. Uno di quelli per cui la vita non ha senso, se si passa inosservati. Eziolino Capuano pretende che la Terra senta e riconosca la sua presenza, mentre essa gira intorno al sole per dinamiche e leggi che a lui interessano ben poco e su cui non ha nessuna intenzione di meditare neanche per un secondo. Lui è l'attore protagonista del suo film personale e, se non fosse così, il suo film non avrebbe senso. Se un film non fosse così lui non troverebbe nessun motivo neanche di metterselo a guardare, ed è per questo che Eziolino Capuano non è mai stato avvistato in nessuna sala di alcun cinema. Eziolino se ne frega del cinema. Lui fa l'allenatore di calcio ed è l'unico modo con cui si sia mai guadagnato da vivere. Il calcio è il suo mondo e senza calcio Eziolino Capuano non esisterebbe nemmeno. Ha cominciato dalla gavetta vera, dai campi polverosi della provincia salernitana, dai ragazzini. Ha allenato anche me. Poi ha fatto carriera. Non una di quelle carriere folgoranti, che fanno quelli che c'hanno culo e che spillano iperboliche cifre a sei zeri. Tuttavia è diventato allenatore vero, ha ottenuto vittorie importanti, ha conquistato una discreta fama e si è conquistato il suo spazio riconosciuto e riconoscibile sul carrozzone del calcio italiano. La sua fama, a dire il vero, oltrepassa anche i confini del calcio. Se cliccate su youtube il suo nome e cognome, troverete una serie d'interviste, conferenze stampa, esultanze sfrenate e irrefrenabili in cui esonda la sua smania da protagonista, la sua voglia di lasciare il segno, che l'hanno reso personaggio oltre i meriti e i motivi strettamente tecnici. Eziolino Capuano è anche un po' macchietta, nel senso, se non nobile, almeno puro della definizione. Perché lui, piuttosto che farsi fare la caricatura dagli altri, preferisce farsela in prima persona. Se la fa da solo.
Se adesso sono qui a parlare di lui, è perché stamattina mi è saltato in mente un ricordo. Un ricordo che mi si è avvicinato e mi ha parlato con dolcezza, ma poi ad un certo punto ha cambiato tono e che ora è rimasto su di me come un piccolo graffio. Un ricordo che non riesce e non può farmi male, ma che rimane su di me come un segno, come una lezione di vita non appresa. Perduta. 
Avevo 8 anni e giocavo la partita più importante della mia piccola e insoddisfatta vita da calciatore. Era la finale. Non ricordo bene di che torneo si trattasse, ma era un torneo importante non solo per me. Tanto è vero che a bordo-campo, a guidare la nostra squadra, c'era Eziolino Capuano. A quel tempo lui era il direttore dell'intero settore giovanile dell’Herajon, la società sportiva in cui provavo a muovere i miei primi passi da calciatore e, quando c'era lui a bordo campo, significava che la partita era davvero importante. A 5 minuti dalla fine perdevamo 3 a 2 e c'era un calcio d'angolo per noi. La palla arrivava verso di me, saltai come preso da una forza sconosciuta. Arrivai in alto, fino al pallone, e colpii di testa, in girata. La palla s'insaccò dolcemente nell'angolo opposto, radente il palo. Un gol di testa. Fu l'unico di tutta la mia breve carriera, io che i gol li facevo quasi tutti di sinistro e comunque tutti di piede. Eziolino agitava i pugni in alto e saltellava come preso da una scossa elettrica. Lo ricordo nitidamente. Purtroppo, però, tutto fu vano. Quel gol, come gran parte delle cose della mia vita, non servì a niente. Quando mancava solo un minuto alla fine, gli avversari segnarono il 4 a 3. Non ricordo minimamente come. Ricordo soltanto il palco della premiazione, con almeno un centinaio di persone che assistevano e io e i miei compagni sotto. Ricordo le mie lacrime, il mio pianto dirotto. E le braccia di Cosimo Sodano, un dirigente della squadra, che mi cingevano, volenterose di consolarmi. Poi ecco che si avvicina lui, Eziolino Capuano. Confesso che allora ne avevo un po' paura. Questo tipo bizzarro con gli occhiali da sole a specchio e che tutti trattavano con deferenza. Lui mi guardò, io cercai con i miei occhi la sua comprensione e anche il suo compatimento, ma lui mi tirò un buffetto sulla faccia: " Ma che chiagni, guagliò? Tu non immagini neanche quante partite devi perdere nella vita, è meglio che t'impari subito che quando si perde nun se chiagne. Sennò perderai semp' e sulament!". Io ovviamente non capii e si rafforzò in me l'idea che quello fosse davvero un tipo strano. E insensibile. Finché qualche anno fa lessi una frase di Michael Jordan, probabilmente il più grande cestista di tutti i tempi, che in italiano si potrebbe rendere così: "nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto."
Sono passati quasi 25 anni e forse ora posso dire di aver finalmente capito cosa voleva intendere quel giorno quel bizzarro tipo che, quando ero bambino, mi faceva da allenatore. La lezione, tuttavia, continuo a non riuscire ad apprenderla. A differenza di Micheal Jordan, io posso dire di aver quasi sempre perso. E ogni sconfitta per me è sempre stata una punizione divina insopportabile, ingiusta, un maleficio subito a cui non sono riuscito a porre rimedio e che io non meritavo affatto. Così è ancora. E non lo so neanche se è per questo che alla fine non ho vinto nulla.












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