martedì 2 febbraio 2016

Ma... "In Treatment" non lo fanno più?

Ricordo quando mi misi a guardare la prima puntata di "In Treatment". Era la prima serie. Poi ne hanno fatta pure un'altra. Ero sprofondato sul mio divano di casa, davanti alla tv. Nella testa mi ronzava ancora stancamente il ciarlare dei miei parenti e nella bocca avvertivo il retrogusto amaro delle farraginose parole con cui vi avevo partecipato. Rimasto da poco solo in quella stanza, avevo preso a inghiottire altre ciarle. Era la prima puntata di una serie tv, prodotta da Sky Italia e rivestita da un massiccio strato pubblicitario. In treatment. Sergio Castellitto interpretava il ruolo di uno psicanalista, nel pieno delle sue funzioni. L’idea era appunto quella di mettere in scena le sedute dallo psicanalista. Ogni puntata era dedicata ad una singola seduta, della durata di mezz'ora. Cinque pazienti per cinque giorni.  E la settimana successiva si ripartiva con la stessa cadenza e con gli stessi pazienti. Sempre ognuno nel suo giorno. Una serie tv di pazienti. Una serie tv di analisi, se preferite. 
Quella prima puntata toccava ad una giovane donna, particolarmente attraente, il cui problema centrale risultava essere quello di essersi innamorata del suo psicanalista. Nel corso di una seduta. Precedente a quella che era dato seguire anche a noi. Ad interpretarla era Kasia Smutniak. Sarà per la mia personale posizione riguardo alla psicanalisi, espressa nelle pagine precedenti, sarà per l’artificiosità dei dialoghi  a cui stavo assistendo, tendenti a sfumare in un pastrugno che aveva come ingredienti essenziali l’inautenticità, la faciloneria e la ridondanza, fatto sta che la parodia involontaria della psicanalisi fu la chiave di lettura con cui interpretai la serie. E la ragazza che va dallo psicanalista per dibattere, scandagliare ed esplorare un problema che se non fosse andata dallo psicanalista non sarebbe mai sorto, anzi, un problema la cui causa specifica, scatenante e incontrovertibile, era precisamente la decisione di essere andata da uno psicanalista, mi pareva un modo ineguagliabile e imbattibile per introdurre lo spettatore nel pieno della parodia. Involontaria. E irresistibile.

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