martedì 9 febbraio 2016

La sconfitta secondo Eziolino



<Mister, come le ho accennato al telefono, il libro che ho intenzione di scrivere somiglia a un viaggio. La partenza è il calcio, la destinazione è sconosciuta. Quando si parte dal calcio, spesso, succede così. Lo dimostra anche la nostra conversazione. Parlando di calcio, non abbiamo parlato solo di calcio. Nel calcio, se si vuole e la si sa trovare, c’è una connessione favolosa, una rete wi-fi ultramoderna e a banda larghissima. Collega direttamente alla vita.>
< Hai ragione. Hai detto una cosa sacrosanta. Continua. Di cosa vuoi parlare? Cosa ti serve per il tuo libro?>
< Molte cose partono dai ricordi. Perché molte cose partono dalla nostra mente. Non tutte, come qualcuno potrebbe pensare, ma molte cose partono dalla nostra mente. E la nostra mente è piena di ricordi. Io, per esempio, ricordo la finale di un torneo quando avevo 9 anni. Lei era a bordo campo a guidare la nostra squadra di ragazzini. Mi sembrava la partita di calcio più importante della mia vita. E fino ad allora, forse, lo era. Mai avevamo giocato una finale. Alla fine perdemmo. Un gol proprio nei minuti finali. E io piansi. Come un bambino. E, del resto, lo ero. Lei mi beccò sotto al palco della premiazione in lacrime e, con mia sorpresa, non mi compatì affatto. Mi guardò scuotendo la testa e mi fece quello che io, al momento, interpretai come un cazziatone. Mi ci sono voluti più di 20 anni e finalmente, attraverso il ricordo, ho attribuito un significato a questo episodio. Mettersi a piangere è il modo peggiore per affrontare una sconfitta>.
< Non mi dire, però, che per tutti questi anni hai continuato a metterti a piangere dopo ogni sconfitta.> Mi tira un buffetto del tutto simile a quello di più di 20 anni fa. E mi strizza l’occhio. Io capisco che è il caso di spostarsi dalla mia persona. <Tutti vedono e tutti sanno che lei odia la sconfitta. Al punto che sembra non accettarla affatto. Io ho una mia spiegazione. Credo che lei metta tutto di sé per evitarla e pretende che anche la sua squadra lo faccia. E credo anche che la rabbia e l’orgoglio con cui reagisce alle sconfitte, sia nello spogliatoio che in sala stampa, un po’ le vengano naturali e un po’ facciano anche parte di una strategia. Nel senso che l’eccessività e la teatralità di certe sue reazioni potrebbero anche essere finalizzate a raggiungere un effetto desiderato. Stimolare la sua squadra a reagire e impedire che possa farsi strada la rassegnazione ad un’idea di sconfitta futura.> Prima che lui inizi a parlare, gli rifilo tra capo e collo la mia domanda:
Per poter vincere bisogna prima imparare a reagire alle sconfitte. Secondo lei come si reagisce alle sconfitte?
 < Un primo punto l’hai già messo tu. Intanto, alle sconfitte si reagisce. Non esiste un unico modo, non c’è una  teoria inconfutabile e non c’è una regola sperimentata.  L’unica regola è, appunto, che alle sconfitte si reagisce. Puoi prendere a calci la panchina, batterti i pugni sul petto, mangiare un ciuffo d’erba, bestemmiare, pure metterti a piangere se vuoi…>
< Addirittura. Ok, mister. Mi sorprende, ma l’accetto. Va bene anche piangere. Solo bestemmiare no. Soprattutto, credo di non  poterlo scrivere.>
< Hai ragione. Non lo scrivere. E non lo fare mai. Bestemmiare è da perdenti. Oltre che da stupidi. La sconfitta è il tuo nemico. Va trattato con rispetto, ma va combattuta con ogni forza. Devi sconfiggere la sconfitta. L’unica cosa che non devi fare è fermarti. Non ci si ferma davanti al nemico. Se tu cali la testa e abbassi le braccia, il tuo nemico che fa? Ti colpisce. Duro. Finché non cadi al tappeto. E a quel punto davvero non hai più modo e più tempo per rialzarti. Quindi l’unica regola è questa: di fronte alla sconfitta, reagisci come vuoi, versa pure qualche lacrima se vuoi, ma non metterti a frignare. È il tuo nemico. Di fronte al nemico si combatte. Con tutte le tue forze. Rispettandosi a vicenda>.
< Mister, però si tratta di un nemico anomalo. Tutti vorremmo evitare i nostri nemici, ma questo è il nemico più spaventoso di tutti. Poi è un nemico che arriva quando abbiamo già finito di combattere. E abbiamo perso. A questo punto arriva il nostro nemico peggiore e dobbiamo ricominciare a combattere.>
< Bravo. Ed è proprio così. Perché a te spaventa lottare? A me no. Anzi, se non ho qualcosa o qualcuno contro cui lottare, io mi annoio. Certamente tu hai ragione. La sconfitta è un avversario anomalo e quindi va affrontato diversamente dagli altri. Bisogna liberarsene il prima possibile. Più ti sta addosso, più corri il rischio che ti abbracci. E ti stritoli. Bisogna aggredirlo subito. Scrollarselo da dosso. E prenderlo a calci in culo.>
< Fa parte di questa speciale lotta e risponde alla necessità di liberarsene il prima possibile anche il tentativo di sminuirla? Mi spiego meglio…lei ha detto che la sconfitta va rispettata, quindi va riconosciuta per quello che è, ma quest’operazione di riconoscimento non si compone anche di un’azione di ridimensionamento? Che magari potrebbe tradursi nel ricercare, anche nella sconfitta, ciò che non è dipeso dalla nostra colpa, per trarne forza e coraggio per la volta successiva in cui ci troveremo di nuovo a competere.>
< Bravissimo. Vedi che stai imparando? Allora la mia lezione di tanti anni fa è servita a qualcosa. La sconfitta va analizzata..> Se qualcuno chiudesse gli occhi potrebbe pensare che, seduto ad tavolino del Bar Verdi, ci sia Gianni Cuperlo o, addirittura, Fausto Bertinotti. L’analisi della sconfitta. Invece è proprio Eziolino Capuano. <…vanno prima di tutto individuate quelle che tu chiami colpe e che io chiamerei errori o mancanze. Ovviamente lo scopo è rendersene conto per poterci lavorare e cercare di limitarli per la volta successiva. Poi, però, c’è quell’altra fase. La fase in cui si ha l’obbligo di trovare qualcosa da salvare, perché è fondamentale, per ripartire, non perdere fiducia in se stessi e ricreare consapevolezza dei propri punti forti. Ora ti dirò una cosa contro-corrente, ma perché sono gli altri a non capire un cazzo. La semantica corrente e dominante prevede che non bisogna mai parlare dell’arbitro. Che se si dà la colpa all’arbitro o a fattori esterni si è poco onesti e seri. Perché si vogliono trovare scuse e non è sportivo e bla bla bla, bla bla bla. Una marmellata di cazzate. Nel calcio si perde anche per episodi. E se l’arbitro sbaglia, soprattutto se è in malafede, bisogna dirlo. E ci s’incazza. E si urla. Primo, perché bisogna dire sempre al verità. Secondo e ancor più fondamentale, perché ho appena finito di spiegare che bisogna anche evidenziare i fattori che causano una sconfitta che non dipendono dalla nostra responsabilità. Per non perdere coraggio e fiducia in se stessi. E per scrollarsi di dosso questo nemico bastardo e impietoso, che la sconfitta rappresenta, il prima possibile. Quindi se l’arbitro è cornuto io lo dico. Se vedo qualcosa di non regolare, se sento puzza di bruciato, lo dico lo stesso. Per amore della verità, per amore della mia squadra e per reagire alla sconfitta nel modo migliore.>

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