lunedì 15 febbraio 2016

Il mestiere dell'allenatore



Molti giornalisti assecondano un vezzo tanto diffuso quanto sciatto. Considerano coloro che vivono di calcio e direi anche per esso, ma non assurgono ai palcoscenici sfolgoranti del calcio mondiale, dei figli di un dio minore. Allora vanno alla ricerca ossessiva di parallelismi con i loro colleghi che, al contrario, ce l’hanno fatta. Ho sentito spesso farle la domanda “ma lei si sente più vicino a Mourinho, a Van Gall a Ferguson…” Oltre al fatto determinante per cui ognuno a questo mondo, per fortuna, è semplicemente se stesso, le voglio chiedere in che cosa il lavoro di un allenatore in queste categorie, cosiddette minori, è differente da quello degli allenatori che sono sotto ai riflettori più luminosi. Senza voler attribuire maggiore valore e importanza al lavoro degli uni o al lavoro degli altri, le chiedo la specificità dell’allenatore del cosiddetto calcio minore. Nel bene e nel male. Il suo contributo sarebbe secondo me prezioso per rappresentare questo ruolo e queste professionalità,  attribuendovi dignità.
Mi aveva ascoltato senza muovere un muscolo facciale che sia uno. Rimane fisso a guardarmi ancora un bel po’, prima di provare a rispondermi. Io cerco di non tradire la minima emozione, richiedendo al mio viso uno sforzo d’inespressività. Le mie pulsazioni sono decisamente accelerate. Temo di aver pestato una cacca di cane. Non voglio assolutamente che Eziolino avverta questo particolare stato della mia emotività. Altrimenti dimostrerei di essere io per primo a non credere alla mia domanda ed essa non potrebbe mai risultare avvalorata. Se anche gli sembri stupida, dubbio che mi pervade insidiosamente, ostentare la mia sicurezza l’avrebbe potuto indurre a riconsiderarla con maggiore attenzione. Tipo quando qualcosa non ti quadra, ma l’atteggiamento di serena fiducia altrui ti costringe a porti la domanda se, in realtà, il fesso della situazione non sia tu. Non so se sia dipeso dal successo di questo mio presunto gioco psicologico, fatto sta che il mister pare aver preso le mie parole molto sul serio: < Guarda, hai centrato un punto davvero fondamentale. Questa è una domanda fantastica, perché mi permette di andare proprio nell’intrinseco della figura dell’allenatore ehm…ma non solo dell’allenatore, qui andiamo proprio nell’intrinseco del calcio.> Finalmente ha detto intrinseco, una delle sue parole preferite. E ora vuole anche entrarci, nell’intrinseco: < Ai tempi dell’Unità d’Italia ci fu un personaggio che disse quella famosa frase “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani. Chi fu? Mazzini?>. Questa la so. Ho la possibilità di darmi un tono da letterato, non intendo affatto farmela sfuggire:
< La disse Massimo D’Azeglio, uno scrittore dell’epoca, che faceva anche politica>, non riesco a immaginare dove il mister voglia arrivare, ma oggi sembro davvero uno che sa le cose. Eziolino, però, non si accontenta:
< Cosa faceva? Cosa ho scritto?>, ti pareva. A saperlo. Tuttavia, non posso incrinare così presto le certezze con le quali mi stavo favorevolmente ammantando. Me ne uscii così: < Diciamo che era un ideologo. A quei tempi la politica era affare complesso. Diciamo che i compiti erano diversificati. Qualcuno si occupava dell’azione, qualcuno della tattica, qualcuno della strategia, qualcuno delle idee. D’Azeglio ci metteva le idee. Spesso una cosa non escludeva l’altra. Quindi chi ci metteva le idee, partecipava anche all’azione militare e aveva anche ruoli politici. La politica, a quei tempi, non la facevano i fessi. > Mi sono sembrato convincente e non mi pare manco di aver detto cazzate. Capuano ci sta. Non vedo l’ora di ascoltare come ha intenzione di coniugare la questione risorgimentale con il ruolo dell’allenatore: < D’accordissimo. La politica è una cosa seria. Chi la fa oggi, non lo sa. E non è serio. Vale lo stesso discorso per i giornalisti e per tanta gente che gravita intorno a questo meraviglioso sport. Tante cose si fanno con troppa approssimazione, per arrivismo. Sai che ti dico? L’arrivismo è proprio una malattia di questa nostra società. In tutti gli ambiti. Le cose, spesso, si fanno solo per arrivare ad una propria posizione. Per ambizione personale, mi spiego?> Abbastanza. Annuisco, facendo anche un’espressione di rammarico per solidarizzare con la disillusione che il suo punto di vista esprime. Eziolino continua: < Invece le cose si dovrebbero fare con passione. Essendone capaci e avendo la volontà di farle bene. Se, al contrario, ciò che si fa diventa solo uno strumento per raggiungere una posizione personale di prestigio, questo si chiama arrivismo. Se l’obiettivo è semplicemente affermarsi personalmente si finisce per essere disposti a farlo in un modo o anche nel suo esatto contrario, purché ce la si faccia. Coerenza, integrità, dignità, diventano parole che si svuotano di significato. Parole dimenticate. Però, sai che ti dico? Le cose raggiunte così, non durano mai a lungo. Se non c’è sostanza, se non c’è lavoro dietro, se non c’è la passione vera si può arrivare dove si vuole, ma prima o poi il tuo bluff viene scoperto e fai una fine da farabutto. Il guaio, però, è degli altri. Di quelli che si sono trovati sulla tua strada.> Si stanno sviscerando temi di una certa complessità e profondità. Per un momento, non nego di aver pensato fosse merito delle mie domande. Solo che la mia domanda ormai fluttua nell’aria, senza sapere dove posarsi. Comincio ad avere il dubbio se lui, almeno, se la ricordi. Stiamo parlando di tutt’altro. Però è molto più interessante di quanto osassi sperare: <perché vedi, partendo dalla politica… io la politica non la pratico e non la conosco nell’intrinseco, ma ce la siamo trovata in  mezzo e voglio partire da lì. Fin quando il bluff non viene scoperto e , come ti ho detto, prima o poi succede sempre, sul campo si accumulano soltanto disastri e rovine. Autentiche nefandezze. La politica è una cosa importante. Con la politica ci si trova davanti i guai della gente, le lacrime, i drammi delle persone. Se quelli che comandano sono spinti solo dall’arrivismo e non hanno idee, non hanno passione, non potranno mai avere la capacità di affrontare niente. Non ne hanno manco la volontà, come possono averci la capacità? E allora i problemi chi li risolve? E tutto va a puttane. Il calcio è una cosa limitata rispetto alla politica, ma il discorso rimane identico. La malattia dell’arrivismo distrugge anche il calcio.>  Aveva centrato il suo punto. Nell’aria continua a fluttuare la mia domanda e, come un satellite, fluttua anche il riferimento a D’Azeglio. Provo a riportarle entrambe sul tavolino: < Mister lei ricordava la frase: -abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani.- Perché?>  < E te lo dico subito. I grandi professionisti che hai citato tu, si trovano in condizioni decisamente diverse dalle mie. Allenano campioni strapagati, gente che muove interessi milionari spropositati e che ha un’identità sia calcistica che mediatica ben definita. Ci sono certamente problematiche intrinseche a questo tipo di lavoro, ma quello che mi trovo a fare io è una cosa ben diversa>  ecco appunto, la mia domanda. Ci siamo. Spero. < Prendiamo proprio quello che conosciamo tutti e due. Torniamo di nuovo a Gromola. Eravate ragazzini, più o meno grandi. Ragazzini. Lavorare con voi significava dover creare il calciatore e prima ancora l’uomo. Il mio lavoro era proprio quello di prendere il vostro talento, la vostra voglia di giocare, le vostre capacità e farne uscire fuori il calciatore. E se non c’è l’uomo, non ci può essere neanche il calciatore. Capisci?> < Certo, era un lavoro difficile…> <Sicuramente non avevo la follia di pensare che potessi essere io a farvi diventare uomini. Per questo c’erano le scuole, la famiglia, la strada. Sì pure la strada, perché io sono uno che nella vita si è dovuto conquistare tutto da solo, nessuno mi ha regalato niente. Non smetterò mai di ringraziare la mia famiglia, una famiglia straordinaria che mi ha dato l’educazione e il rispetto per gli altri. E grazie a questo e grazie solo alle mie forze e alle mie capacità sono diventato Eziolino Capuano>. Sapevo di poter aver in lui e nella sua egolatria il miglior alleato che avrei mai potuto immaginare nel mio tentativo di dar vita all’effigie del mister di quando ero ragazzo, ma comincia a sorprendermi la sua benedetta disposizione a individuare in me un affidabile depositario di se stesso. Questa sensazione mi provoca un’ esaltazione, tanto sottile quanto pervadente. < Tuttavia esisteva anche la mia influenza. E io ne ero molto cosciente. Senza l’uomo, non può esistere il calciatore.> Provo a riportarlo sulla strada della mia domanda: < mister e invece per quanto riguarda i grandi, quelli che per usare la sua definizione, chiameremo uomini, che fanno i calciatori nelle serie minori?> < Ecco, là volevamo arrivare. Per prima cosa ti devo dire che neanche nelle serie minori, spesso e volentieri, si tratta di uomini. Nel senso che i calciatori delle mie squadre sono spesso ragazzi giovani. E se pure non sono più giovanissimi, non hanno una maturità calcistica compiuta. Anche loro, quindi, spesso devono diventare uomini. E anche loro, comunque, devono diventare calciatori. Io sono quello che deve farlo succedere. L’allenatore deve far accadere le cose. Prima parlavamo di destino. L’allenatore ha in mano il destino della squadra che allena e anche il destino di questi ragazzi. Bisogna fare la squadra e bisogna fare i calciatori. Gli uomini calciatori. Così come bisognava fare l’Italia e gli Italiani.> Il cerchio si è chiuso, con una dinamica così misteriosa da sembrare quasi magica. Ora Capuano ha intenzione di entrare più nel dettaglio tecnico. Nell’intrinseco, probabilmente: <Prima bisogna fare la squadra. Bisogna avere competenza specifica della categoria, bisogna girare i campi, bisogna aver visto partite su partite. Centinaia di partite, migliaia di partite. Soprattutto se hai a che fare con società dove le risorse a disposizione scarseggiano e, modestamente, potrei anch’io scrivere un libro su realtà in cui…vabbuò, voglio essere elegante, stamm facenn letteratura, diciamo realtà in cui il budget a disposizione era limitato…anzi diciamo molto limitato. Nu piatt’e past’ e fasule.>. La consapevolezza di partecipare ad un esperimento letterario riusciva a convincere ad usare diplomazia linguistica persino Eziolino Capuano. < E allora, quando non hai soldi da spendere, sei costretto a girare, a cercare, a consumare scarpe, cervello e anima per riuscire comunque a trovare i giocatori giusti. C’è anche chi delega questo lavoro ad altri, all’interno della società in cui fa l’allenatore. Eziolino Capuano no. Per carità, io rispetto i ruoli, ho il mio direttore sportivo, mi fido, lavoriamo fianco a fianco, nel rispetto reciproco, ma la squadra che devo allenare io, voglio sceglierla anche io. I giocatori devono essere scelti oltre che per il loro valore individuale, anche in un concetto d’integrazione all’interno della squadra. Mi spiego: se uno ha qualità, che siano anche notevoli, ma fatico a inquadrarle nell’ottica di un progetto di squadra che sto componendo, allora non va bene per quella squadra. Talvolta invece quel giocatore conviene comunque prenderlo e bisogna lavorare per renderlo funzionale al mio progetto. Bisogna creare il calciatore, a volte, non solo nell’ottica individuale, ma forgiarlo per renderlo integrabile in un concetto di squadra.> Sembra quasi un trattato filo-calcistico. < E considera bene, io ora ti sto parlando di situazioni ideali, ma stiamo sempre parlando di parmigiana di melanzane, non di nouvelle cousine. Io ho dovuto sempre fare una politica d’austerity. La Merkel, rispetto a me, arriva con un ritardo colossale. Anzi, dovrebbe prendere lezioni da me. Quando io facevo l’austerity, quella vera, la Merkel, probabilmente, andava ancora in palestra. E, magari, aveva pure una silouhette irresistibile e irrefrenabile.> Assistere ad un’esibizione linguistica di Capuano, seduto di fronte a lui, è un privilegio rarissimo. Sta cominciando ad infilare aggettivi, uno accanto all’altro, con la sua maestria inimitabile. Aggregazioni e creazioni linguistiche di una casualità e un’imprevedibilità impossibili da riprodurre per chiunque altro. Vagamente a cazzo di cane. Riuscendo, poi, a ritrovare anche il filo del discorso: < Intendo dire, le situazioni ideali a cui io mi riferisco e in cui mi sono trovato, sono situazioni in cui non c’era comunque lo straccio di un euro, ma al di là delle ristrettezze economiche non ho avuto alcun altro tipo di vincolo. Ho potuto fare pienamente le mie scelte, in libertà e autonomia. E quindi, ho avuto la possibilità di svolgere in pieno il mio lavoro. Come io lo intendo idealmente. Non mi è successo sempre, perché non può succederti sempre. Considera ancora che, se io mi rendo conto che non posso fare il mio lavoro come io lo voglio fare e soprattutto come io ritengo giusto farlo, la mia storia parla molto chiaro. Eziolino Capuano considera la dignità personale, la propria integrità prima di tutto. Io prendo, mando affanculo chi di dovere o, semplicemente, dico “è stato un piacere” e “arrivederci e grazie”. La mia storia lo dice. Sicuramente tu conoscerai l’episodio di Eupen…> Eziolino in Vallonia. Quattro giornate e via. Verpiss dich oppure auf wiedersen und danch? Chissà. 
< Però ci sono anche situazioni in cui ti devi adattare. O perché arrivi a campionato già in corso o perché, per un motivo o per un altro, non riesci a lavorare secondo quelli che sono i tuoi canoni ideali. Non si può essere neanche così integralisti da dire o “così o a morte il re”. Fare l’allenatore significa anche avere la forza e la capacità di calarsi in situazioni d’emergenza e tirare fuori il meglio di sé. E allora bisogna valutare bene quello che si ha disposizione. La squadra, i calciatori, gli uomini e cercare di trarne il meglio. Devi diventare un po’ come uno scienziato. Devi fare esperimenti, registrare i risultati. Trovare la chimica giusta.> Si toglie di nuovo gli occhiali. Si apre in un largo sorriso, che i miei ricordi fanciulleschi facevano molta fatica a rintracciare sulla sua faccia, e sentenzia. < Non è un lavoro facile, ma qualcuno deve pur farlo>.

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