giovedì 14 gennaio 2016

Quelo non aveva tutti i torti


Non scrivo da una settimana. Non ci riesco. Le parole si muovono pesantemente nella mia mente, camminano faticando goffamente a tenersi in equilibrio, come se fossero ubriache. Ignare di sé e del proprio senso. E a me sembra di non poter riuscire a costruire con esse qualcosa che possa essere diverso da una stronzata. Provo vergogna per quello che penso e per quello che mi è saltato in mente di scrivere finora. Mi sembra privo di valore. Frutto della hybris ridicola di un semplice disperato. 
Cosa mi sono messo in testa? Non lo so. Forse si tratta di depressione. La mia capacità di giudizio è minata da una profonda depressione e allora tutto mi sembra vano, insensato, inutile. E ridicolo.
Probabilmente dovrei consultare uno psicologo. O uno psicoanalista. Non conosco neanche bene la differenza. In linea di massima entrambi sarebbero orientati a scoprire quello che c’è dentro di me, come sono, come mi comporto e perché. Probabilmente il primo, però, le risposte sarebbe orientato a cercarle soprattutto fuori di me. Forse sarebbe meglio chiamarle spiegazioni, piuttosto che risposte. In pratica egli farebbe discendere i miei comportamenti e come io sono dagli impulsi esterni, da come io mi adatto ad essi e consapevolmente vi rispondo. Mentre l’altro, lo psicoanalista, è probabilmente orientato a cercarle dentro di me, le risposte. Con la speranza che non tutto si risolva al modo di Quelo, celebre guru interpretato da Corrado Guzzanti. In quel caso lo psicoanalista arriverebbe alla conclusione che la risposta è dentro di me, però è sbagliata. Allo stato dei fatti accade spesso. In linea di massima lo psicoanalista mi aiuterebbe a scavare nel mio inconscio. Trovando le risposte che sono già dentro di me, ma che io non so di avere. Meccanismi che io ho architettato e metto automaticamente in pratica sempre per rispondere a impulsi esterni, ma che hanno agito su di me ancor prima che io ne avessi consapevolezza. E quindi anche la mia risposta ad essi risulta inconsapevole. E lo psicoanalista me la trova. E quindi io divento consapevole della mia risposta inconsapevole. E capisco perché faccio le stronzate che facevo per motivi che erano dentro di me e ragioni precise che io avevo sviluppato inconsapevolmente, così potenti da governare pienamente la mia mente, senza che io me ne accorga. E una volta che l’ho capito, dunque, queste ragioni non rimangono più inconsapevoli, ma diventano consapevoli, perché io le so. Ho trovato la risposta. E se essa mi faceva fare cose per cui sono dovuto correre da uno psicoanalista, tendenzialmente non risulta una risposta tanto giusta. E quindi, alla fine della fiera, la risposta che era dentro di me, era veramente sbagliata. E, quindi, chiarito il concetto che, in fondo, Quelo non aveva tutti i torti, rimane il nocciolo della questione: la risposta giusta, alla fine, chi diavolo me la dà? Probabilmente lo psicoanalista. E allora, benedetto Freud, ti pare che, per come sono fatto io, dovrei fare tutto questo percorso tortuoso per farmi dire da un tizio che io non conosco neanche tanto bene ( e che, per quanto lui abbia studiato, rimane pur sempre uno che della mia vita ne sa meno di me per definizione) come io devo comportarmi? Ma io direi, caro psicoanalista, vedi un po’ di farti i cazzi tuoi che io avrei posti decisamente più idonei rispetto alla tua tasca dove infilare dei congrui 250 euro al mese. Che poi se davvero fossi io a non conoscere il mio inconscio e non capire che cazzo vi succede dentro, vorresti farmi credere che arrivi tu caro psicoanalista, bello fresco fresco, e capisci quello che non riesco a capire io, che sono il padrone dell’inconscio? No, non ci siamo. La depressione mi passerà, come mi è passata altre volte. Da sola.
L’umore mi ha sempre funzionato così. Sale e scende. Quando scende si adagia un po’ sul pavimento, diciamo si stravacca. Quando sale s’impenna improvvisamente, s’infiamma come fosse preso da un fuoco vivo. E poi si "stuta" piuttosto velocemente. Scriverò nei rari momenti di fiamma. E proverò a scrivere anche quando sto stravaccato sul pavimento, facendo finta di non pensare che sto scrivendo delle emerite stronzate.

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