domenica 13 dicembre 2015

Un esempio di stereotipo calcistico

Sarà per il fatto che il calcio non è una scienza. Dovessimo, infatti, applicarvi il principio di falsificabilità popperiana, saremmo costretti a rimodulare, se non addirittura, capovolgere completamente qualsiasi assunto a distanza neanche più di una settimana, ma a distanza di tre giorni. Il tempo di un'altra partita e quello che avevamo sentenziato e stabilito la partita precedente non vale più, se non vale esattamente il contrario.
Sarà per il fatto che il calcio è un fenomeno clamorosamente popolare e che il popolo ha bisogno di credere in qualcosa, ha bisogno di saziare la sua fame d'illusioni, di entusiasmi, di certezze. Specie in tempi in cui altri tipi di fame ben più prosaiche, primarie e fondamentali faticano a trovare legittima soddisfazione.
Sarà che le tv e i giornali sono piene di cialtroni.
Fatto sta che nel calcio gli stereotipi abbondano. Fatto sta che nel calcio vi è la rappresentazione più nitida di quanto gli stereotipi abbiano la caratteristica di contrabbandare una visione della realtà contraffatta e fasulla. 
Di esempi ne avrei piene le mani. Ne prendo uno a caso. E neanche tanto a caso, lo prendo perchè oltre a significare di per se stesso, permette di allargare il discorso illuminando un principio generale.
L'esempio che prendo è lo stereotipo di Mancini allenatore. Analizzandolo e sviscerandolo si riesce a fare luce su uno dei capisaldi degli stereotipi calcistici: la concezione della figura dell'allenatore, nella sua visione mainstream completamente obnubilata e taroccata.
Proviamo ad andare per punti: 
1) Mancini è bravo soprattuto a farsi comprare i giocatori più forti e far spendere tonnellate di soldi ai suoi presidenti.
Lo stereotipo si fonda, probabilmente, sul fatto che egli è stato l'allenatore per 3 anni di una delle squadre più ricche del mondo, il Manchester City degli sceicchi. La pura constatazione della realtà, e la semplice consultazione dei numeri porterebbe, tuttavia, a considerare che l'allenatore che l'ha succeduto su quella panchina ha usufruito di investimenti monetari da parte degli sceicchi all'incirca 5 volte superiori a quelli di cui ha usufruito Mancini. Tanto è vero che, solo quest'estate, il Manchester City ha effettuato acquisti di calciatori per un monte complessivo di 203 milioni di euro. Se ne ricava che se Mancini fosse bravo soprattutto a far spendere soldi ai propri presidenti, allora Manuel Pellegrini chi sarebbe? Un concentrato in un'unica forma umana di Messi e  Cristiano Ronaldo nell'arte di farsi comprare i giocatori? Tuttavia questo falso stereotipo regna al punto che viene contrabbandato per vero anche rispetto all'attualità. Risulterebbe che l'attuale Inter di Mancini sia il portato delle spese folli e di una campagna acquisti faraonica effettuata quest'estate.
Ebbene, agli atti risulta che l'acquisto più costoso dell'Inter quest'estate è stato Kondogbia, pagato milione più milione meno i soldi che l'Inter ha incassato dalla cessione di Kovacic. E agli atti risulta anche che Kondogbia sta facendo panchina e in campo ci vanno Medel, acquisto voluto da Mazzarri e sbertucciato dai più, Melo pagato un pugno di monete e sbertucciato dai più ancora.
Risulta poi che, in ordine di valore monetario, il secondo acquisto più oneroso è quello di Perisic. Per il croato l'Inter si è impegnata complessivamente a versare, milione più milione meno, quello che ha incassato dalla cessione di Shaquiri allo Stoke City.
E risulta ancora che l'obiettivo primario in quel ruolo, per Mancini, era Salah e che alla fine Salah è andato alla Roma, perchè l'ha pagato di più, e all'Inter, invece, è arrivato in prestito un giocatore scartato dalla Roma che si chiama Ljajic e che sta risultando uno dei migliori della squadra nerazzurra.  Non dimenticando, ancora, che risulta che il centravanti dell'Inter sia Icardi, pagato 12 milioni, mentre, per esempio, il centravanti del Napoli è Higuain, pagato 40 milioni. E il compagno di attacco di Icardi è Jovetic, preso ormai quando era ridotto ai margini del Manchester City e per il riscatto del quale l'Inter si è impegnata a pagare 17 milioni. La Juve ha comprato Dybala e l'ha pagato 40 milioni. 
2) Mancini è fortunato.
Per rispondere a questo stereotipo si dovrebbe elencare una serie di episodi sfortunati di cui Mancini è stato vittima. Che sicuramente esistono, come esistono nella vita di ognuno di noi. Se ne fossi a conoscenza. Tuttavia non ne sono. Sono però certo che chi conosce davvero il calcio sa che la fortuna è una componente indubbia nel decretare i successi e gli insuccessi di uomini, carriere e  squadre di calcio. Se si assume che sia decisiva allora tanto vale evitare proprio di parlarne, di calcio. Stereotipi compresi. E queso concetto, come vale per il calcio, vale pure per la vita in generale. Mi limito solo a considerare che certi criteri secondo cui si valuta la fortuna o la sforuna sono non solo arbitrari, ma del tutto illogici. Giusto per dirne uno, se il portiere della tua squadra fa grandi parate non è che sei stato fortunato, è che hai un gran portiere. In Napoli-Inter Reina all'ultimo minuto ha compiuto un miracolo su Miranda e non è che il Napoli è stato forunato, è che il Napoli ha un grande portiere. E lo stesso vale per l'Inter quando le parate le fa Handanovic. Così come le grandi giocate di un difensore, di un centrocampista e di un attaccante, non implicano ipotetiche fortune, ma stanno semplicemente a testimoniare l'abilità dei calciatori.
3)  Mancini è più un selezionatore che un allenatore. Le sue squadre sono prive di un'organizzazione tattica evoluta e si basano solo sulle capacità individuali dei calciatori.
Per dimostrare l'infondatezza di questo stereotipo si potrebbe partire dall'analisi della Lazio allenata da Mancini e ci si potrebbe focalizzare sulla sua esperienza al Manchester City, ma non è necessario. Anche questo stereotipo ha una valenza così imperativa da essere contrabbandato come avvalorato nell'attualità dell'Inter, oggi prima in classifica. Ed è quindi proprio riguardo all'Inter che tocca focalizzarsi.
Orbene, l'Inter si presentava a giugno come un cumulo di macerie su cui bisognava costruire in tempi frenetici una squadra non solo competitiva, ma in grado di posizionarsi ai vertici del calcio italiano. Ad oggi i nerazzurri sono primi in classifica. Non è detto ci rimangano fino alla fine, ma a me sembrano effettivamente una delle squadre di vertice del calcio italiano. Abbiamo appena finito di dimostrare che quest'obiettivo non è stato affatto raggiunto investendo vagonate di euro sul mercato. E allora come ci si è arrivati? Ci si è arrivati costruendo pian piano una squadra di calcio partendo da zero e procedendo a tappe. Mancini prima l'ha progettata, poi l'ha costruita partendo dallo spirito, dalla creazione di un gruppo di uomini tesi verso un unico obiettivo. Poi l'ha modellata secondo una struttura tattica, partendo dalle basi. Da quelle che si chiamerebbero fondamenta. Prima ha puntato sulla solidità della struttura. Quando l'ha resa stabile, infilando una serie di partite senza prendere gol,  allora ha cominciato a renderla più complessa, più sfarzosa, senza però dimenticare il principio base della funzionalità. L'Inter non è una somma di calciatori e neanche di uomini. L'Inter è una squadra. Che ha anche un'anima. Prova ne è che cambia, quasi sistematicamente, interpreti, talvolta anche moduli di gioco, ma la struttura rimane sempre riconoscibile e anche i risultati rimangono più o meno sempre uguali. In linea di massima vince.
Smascherato lo stereotipo, sviscerandolo in ogni sua parte, siamo giunti a quella che è l'essenza del ruolo dell'allenatore ed il senso del suo lavoro. L'allenatore è il demiurgo della squadra che allena. Deve tirarne fuori quello che essa ha di meglio. L'anima. E, in linea di massima, deve farla vincere.


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