mercoledì 23 dicembre 2015

Qualche altro stereotipo calcistico sparso qua e là

Mi tocca tornare sull'argomento, perchè sento di essere stato tuttaltro che esaustivo. Mancini rappresentava solo un esempio. Non può bastare. Mi sentirei come uno che voleva indicare la luna, ma quando ha alzato il dito ha rischiato di "cecarsi" un occhio, tanto che alla fine la luna non l'ha vista neanche lui. Figuriamoci se hanno potuto vederla coloro a cui aveva l'intenzione di indicarla. 
A questo punto mi sono trovato dinanzi a due alternative. O la piantavo lì, rimanendo ineluttabilmente insoddisfatto e, oltretutto, rimanendo col dubbio di aver portato pure un po' di sfiga a Mancini. Ho vissuto con costernazione, infatti, che il tecnico jesino, qualche giorno dopo il mio post, sia andato incontro alla rottura del menisco sui campi della Pinetina. E ho assistito con sconcerto domenica sera alle estemporanee esibizioni di Felipe Melo, che ha inopinatamente fatto confusione tra lo stadio San Siro e la sala del Circo Togni, sfoderando un paio di numeri tanto fantasiosi quanto efficaci nel produrre la sconfitta dell'Inter. Un' Inter che, la sera in questione, era apparsa bruttina e piuttosto sconclusionata già di suo.
La seconda alternativa (quella verso cui mi sono inevitabilmente proteso) era allargare ed ampliare il discorso, coinvolgendo altre squadre e altri uomini. 
La Roma è la squadra di questi tempi finita nell'occhio del ciclone. Non che si tratti di una novità, anzi. Potremmo definirlo un avvenimento ciclico, inscritto nell'andamento generale e regolare del calcio romano. Fatto sta che il momento è davvero delicato. Garcia ormai è più fuori che dentro e ha abbrancato un gol di Florenzi come fosse una bombola d'ossigeno, attraverso cui continuare disperatamente a respirare. Perchè in questi casi, si sa, l'allenatore sta messo molto peggio del maggiordomo nel più prevedibile dei gialli. Infatti, in giro si sente dire:
1) La Roma ha un organico di grande spessore, forse inferiore solo alla Juve. Sabatini è un genio. Una garanzia. Quello che non va è il manico. Garcia sta distruggendo la squadra.
La realtà, casualmente, a me pare più complessa. Innanzitutto, prima di entrare nel merito, giova mettere in evidenza come tra coloro che portano avanti questa tesi ci siano molti di coloro che, prima dell'arrivo di Garcia, avevano sbertucciato Luis Enrique. A costoro lo spagnolo era apparso pressapoco un venditore di fumo, comunque un personaggio inadeguato a guidare una squadra di calcio "in una piazza come quella di Roma". L'anno seguente avevano accolto i risultati straordinari della Roma di Garcia come la chiara evidenza della discesa dalla Francia del messia direttamente sulla panchina giallorossa. Il mondo però, purtroppo lo sappiamo bene, è un posto ben strano. E allora l'anno scorso accade che Luis Enrique si siede sulla panchina del Barcellona e vince tutto, ma proprio tutto quello che c'era da vincere. E la Roma di Garcia comincia a balbettare, pur chiudendo comunque (giova ricordare anche questo) la stagione al secondo posto.
Veniamo ai fatti. Indubbiamente la squadra giallorossa ha patito un'involuzione netta e per certi aspetti sconcertante. Garcia vive momenti di sospetta confusione, in cui sembra perdere il bandolo della matassa, benchè la squadra in termini di risultati riesce comunque a non franare. Come mai? Proviamo ad entrare meglio nel dettaglio. 
Innanzitutto va riconosciuto che la Roma si fonda su un'intelaiatura di organico piuttosto pregiata. De Rossi, Pjanic, Naingoolan rappresentano una linea mediana ben assortita e di notevole valore. Salah e Gervinho sono due tra gli esterni offensivi più efficaci del nostro campionato. I meriti di Sabatini sono indiscutibili. Aveva portato in dote alla squadra giallorossa anche Strootman e Castan, due colonne della versione più convincente della Roma di Garcia, ma la sfortuna glieli ha sottratti. Potesse contare su questi due giocatori pienamente in forze, certamente la Roma sarebbe oggi un'altra squadra. La questione, però, può essere illuminata anche da altri angoli. Per esempio riconoscendo di non poter attribuire a Sabatini la replica dei suoi successi nelle operazioni di mercato realizzate negli ultimi due anni. Aveva magistralmente comprato Benatia e il primo anno di Garcia, in tandem con Castan, l'algerino aveva reso la difesa giallorossa pressochè impenetrabile. Venduto l'algerino, coloro che sono stai scelti per rimpiazzarlo si sono mostrati neanche lontanamente all'altezza del compito. Si è rivelato un buon difensore Manolas, Rudiger lascia intravedere margini di crescita, ma la qualità del reparto non è lontanamente paragonabile a quell'altra. Alla luce di ciò, risulta controversa anche l'operazione Romagnoli, probabilmente consigliabile e consigliata dal punto di vista finanziario, ma assolutamente scriteriata dal punto di vista tecnico. Tanto più che la cifra incassata per Romagnoli, risulta piuttosto simile a quella investita per Iturbe l'anno precedente. Operazione, in questo caso, sicuramente deleteria da entrambi i punti di vista. Quello finanziario e quello tecnico. Aggiungiamo che, allo stato, Dzeko rappresenta un flop. Integriamo queste considerazioni con l'affaire Gervinho. L'ivoriano arrivò nello scetticismo generale per pura ed esclusiva volontà di Garcia e risultò l'arma letale della Roma fin dall'inizio. Quest'anno era il primo che si sarebbe voluto sbolognare, poi pare lui abbia rifiutato un paio di trasferimenti, Garcia si sia scrupolosamente prodotto in opera di convincimento ed ora l'ivoriano rappresenta, ancora, l' autentico elemento imprescindibile per l'attacco. 
Come si vede, la Roma ha effettivamente qualche problema, ma meriti e demeriti andrebbero distribuiti quantomeno più equamente.
2) Il Napoli quest'anno è un'altra squadra, perchè Sarri è uno che lavora meticolosamente e indefettibilmente sul campo. E il rendimento della squadra è invariabilmente il frutto di questa sua idea e questa sua metodologia di lavoro.
Non mi azzarderei mai a provare a confutare la prima parte di questo assunto. Sarri è un allenatore di indubbie capacità, che ha costruito la credibilità di cui oggi gode grazie al lavoro, alle conoscenze e alle competenze. Il resto è un però. E il però è che tutto il lavoro fatto da Sarri sul campo a partire da luglio fino a settembre, meticoloso e indefettibile, verteva su un'idea di gioco piuttosto distonica rispetto a quella attuale.
Sarri aveva nella mente e nel cuore il 4 3 1 2. Con questo modulo si era costruito la sua credibilità ad Empoli e con questo modulo aveva tutta l' intenzione di prodursi anche a Napoli. Nonostante ai più paresse un abominio costringere Mertens o Callejon a giostrare da seconda punta, piuttosto che da esterni d'attacco come erano naturalmente portati a fare. Nonostante ai più paresse uno sproposito voler costringere Insigne a mimetizzarsi in trequartista. Sarri non voleva sentire ragioni. Lessi anche un'intervista di Mondonico, in cui oltre a queste ovvie considerazioni, il Mondo esprimeva perplessità rispetto all'interpretazione del ruolo offerta da Valdifiori, portato al lancio e alle aperture di gioco, caratteristiche che richiedevano giocatori disposti alla corsa e al movimento senza palla. Il Napoli aveva, invece, straordinari interpreti nell'uno contro uno, calciatori che volevano la palla nei piedi, per puntare l'uomo e creare gioco. 
Eppure il Napoli partì così e così arrivo all'inizio del campionato. 4-3-1-2 e Valdifiori regista. Un mezzo disastro. Complice una condizione atletica ancora approssimativa. Eppure i nodi risultavano evidenti. Aggravati da fatto che, in questo modo, la difesa non risultava abbastanza protetta. Perchè le fasce risultavano piuttosto sguarnite e Valdifiori non rappresentava il vostro classico frangiflutti davanti alla difesa. Finchè, un giovedì di coppa, un po' per caso, un po' per necessità successe che giocò Jorginho al posto di Valdifiori e il 4 3 1 2 fu sostituito da un 4 3 3 che vedeva Callejon fare il suo ruolo sulla destra e Mertens il suo sulla sinistra. Come per incanto si formò la coppia Hisay- Callejon sulla destra che dava ampie garanzie in fase di copertura e Ghoulam-Insigne/Mertens sulla sinistra che risultava devastante in fase di spinta. Non disdegnando la fase opposta su entrambe le fasce, all'occorrenza. Jorginho col suo gioco corto e con la sua qualità superiore rispetto a Valdifiori cominciò a risultare ideale per far girare la squadra, Allan cominciò a entrare in forma e a correre come un matto abbinando grande efficacia negli inserimenti e un impagabile lavoro d'interdizione e, come per incanto, anche Albiol e Koulibaly cominciarono a fare la loro porca figura. 
In conclusione, bravo Sarri. Il lavoro sul campo, però, l'aveva pensato piuttosto diverso e per quasi tre mesi l'aveva fatto proprio come l'aveva pensato. Con risultati discutibili.
3) Paulo Sousa è l'allenatore che è riuscito con più forza a dare la propria impronta e la sua squadra è quella che ha mostrato il salto di qualità più evidente.
Calma. Questo punto è davvero più interessante, perchè racchiude il senso, o meglio, il non senso di molti discorsi che si fanno riguardo al calcio.
Rimane fermo che la Fiorentina è la squadra che ha mostrato il salto di qualità più evidente rispetto allo scorso anno. Proviamo, però, a muovere il punto secondo cui il merito di ciò sia da attribuire alla genialità di Paulo Sousa. Cominciamo con il dire che, tra le squadre di vertice, la Fiorentina risulta quella che pare soffrire maggiormente il turn over o, più nello specifico, l'assenza di determinati giocatori in  campo. Il Napoli, per esempio, denuncia un notevole gap tecnico tra i calciatori titolari e quelli che siedono in panchina. Ciò non gli ha impedito di sommergere gli avversari in Europa League sotto una valanga di gol, con le proprie riserve in campo. La Fiorentina in Europa League ha fatto abbastanza fatica. Si dirà che il girone del Napoli fosse più facile. Probabile, Eppure il Lech Poznan nel campòionato polacco ha fatto 12 punti in meno del Legia Varsavia che il Napoli ha sommerso di gol, ma la Fiorentina ci ha perso in casa 1 a 2. 
La prova più evidente di quello che sostengo è, però, da ricercare in campionato. Anche in campionato, quando Paulo Sousa ha tenuto a risposo qualcuno dei suoi titolari sono affiorate le difficoltà. Focalizziamoci su una partita specifica. Fiorentina-Empoli di un mesetto fa. Primo tempo fuori alcuni titolari tra cui Kalinic e Bernardeschi. Due a zero per l'Empoli con i viola presi a pallonate. Secondo tempo dentro Bernandeschi e Kalinic. 2 a 2 con doppietta di Kalinic. Ecco, ho come il sospetto di quali siano le motivazioni dietro il salto di qualità della Fiorentina. Fosse tutto merito della genialità di Paulo Sousa, non si vedrebbe perchè se gioca Babacar (tra l'altro sicuro talento) e non Kalinic la squadra non debba ugualmente fare faville. Invece le cose stanno diversamente. E stanno che l'anno scorso avevi un attaccante che veniva dal Bayern Monaco e aveva fatto caterve di gol ovunque, e praticamente giocava per gli avversari. Quest'anno hai uno che arriva dal Dnipopetrovsk e che nessuno se l'è mai filato e segna come un assatanato e ti fa invariabilmente la differenza. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure noi di calcio parliamo, parliamo, parliamo, parliamo. Ma cosa parliamo a fare, che se c'è una cosa che è davvero bella in questo sport è che tutto è così maledettamente imprevedibile.

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