sabato 19 dicembre 2015

Giusto per parlare di un film brutto

Il nome del figlio di Francesca Archibugi è un film privo di motivi d'interesse. La trama è inconsistente, inconcludente e irrilevante, pur essendo pretenziosa, saccente, presuntuosa, vanagloriosa addirittura. I personaggi sono uguali alla trama, compenetrandosi ad essa in un perfetto e inscindibile legame osmotico, tanto che sarebbe grammaticalmente scorretto distinguere le due cose. I personaggi sono la trama, la trama sono i personaggi. La famiglia Pontecorvo. Non si tratta di persone comuni. I Pontecorvo si elevano notevolmente al di sopra della gente comune e la loro elevazione è generalmente riconosciuta. Derivante dal patriarca che non c'è più, Emanuele Pontecorvo, mitica figura di un ex parlamentare comunista, di cui si capisce poco, tranne il fatto che aveva il vizio d'ubriacarsi e che la sua dipartita aveva lasciato dietro di sè un imponente alone di deferenza.
Volesse rappresentare, il film, la pochezza e l'inconsistenza della classe agiata, la sua inadeguatezza a configurarsi e a rappresentare l'elite del Paese, allora avrebbe raggiunto mirabilmente il proprio obiettivo. Invece l'obiettivo non era quello. E il compiacimento con cui questi personaggi e questa trama vengono accompagnati dalla macchina da presa, lo testimonia. Un compiacimento che, non di rado, degenera addirittura in benevolenza, in ammiccamento complice. Le intenzioni risultano chiare. A renderle addirittura trasparenti è un personaggio in particolare. Simona, la moglie del Pontecorvo interpretato da Alessandro Gassman. La donna, di umili origini, è l'intrusa sia nella famiglia Pontecorvo che nella sfera sociale posta ad auto-riferimento nel film, interpretata dalla moglie di Virzì, al secolo Micaela Ramazzotti. Lei rappresenterebbe la gente comune, nata in una borgata povera. La società bassa. Simona è bella ed ignorante. Indovinate che fa Simona? Si sposa il rampollo della famiglia bene e poi scrive un libro che vende migliaia di copie. Un successone letterario. Che suo marito non ha letto e che, in gran parte, lei non ha neanche scritto, ma se l'è fatto scrivere. Anche qui, il film volesse rappresentare il degrado morale e culturale del popolo allora avrebbe raggiunto grandiosamente il proprio obiettivo. Invece le intenzoni sono nettamente divergenti. Simona viene rappresentata con lo stesso compiacimento, la stessa benevolenza degli altri personaggi. Fino ad emergere quasi trionfante nel finale dando alla luce la bambina che ha nel grembo, che pareva un maschio e invece alla fine è una femmina, non prima di aver imposto una presunta sensibilità e umanità che la farebbe spiccare sugli altri personaggi. Nelle intenzioni. Perchè, nei fatti, l'unica cosa che risulta trionfante è la banalità. In un'ora e mezza in cui non ci si fa altro che parlare e parlarsi addosso, citando perfino Kant, non  ne viene fuori una singola frase che abbia la parvenza dell'intelligenza. Che strazio. Noia e irritazione. La strada per un film raccapricciante è lastricata di cattive intenzione. 
E vogliate scusarmi se ne parlo dopo un anno dall' uscita nei cinema, ma non pretenderete mica che una boiata del genere me la sia andata a vedere al cinema? L'hanno fatto ieri sera su Sky e una certa ragazza non aveva voluto uscire con me.

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