giovedì 31 dicembre 2015

Brevissimo discorso di fine anno

Mi accingo ad un informale quanto breve discorso di fine anno, articolato in tre punti. Il primo di levatura nazionale, gli altri due di stretta osservanza personale.
1) Stasera, finalmente, in molti saremo costretti ad accorgerci per la prima volta che Mattarella è il Presidente della Repubblica. E questo solo dopo che ci saremo accorti che egli esiste davvero. A meno che non si esima anche dal discorso di fine anno. E a quel punto la sua elezione acquisirebbe davvero ed effettivamente un significato. Simbolico.
2) Quest'anno, per me nefasto non più non meno degli altri, ha rappresentato (sempre e solo per me) l'anno in cui sono stato più ispirato. Figuriamoci gli altri. Tranne la stagione 90/91, in cui sradicavo le porticine dei campi di calcio a 7 per pulcini della provincia salernitana, con la sola forza del mio piccolo sinistro e con l'intermediazione di un pallone.
3) Volevo dire a Liudmyla, anche se temo drammaticamente che non mi legga, che, in fondo, non è manco che mi frega molto di lei. Il suo significato nella mia vita è paragonabile a quello di Mattarella come Presidente della Repubblica, qualora si esima dal suo discorso di fine anno. Simbolico. Myla, come si faceva chiamare lei. 
Inoltre volevo dirti, Myla, che non è che io non sapessi perfettamente quello che tu saresti stata capace di fare. Lo sapevo perfettamente. E se io ho fatto quello che ho fatto era, appunto, per la mia sfida impossibile di vederti fare cose diverse da quelle di cui tu eri capace. Ovviamente ho perso.

martedì 29 dicembre 2015

Da un' e-news può nascere il soggetto per un film di fantascienza

Ho letto un' e-news. Senza sapere cosa fosse un' enews. Era il nostro Presidente del Consiglio che mi faceva gli auguri per il 2016 e mi ringraziava per il mio sostegno, spesso a distanza. Difatti lui e tutti quelli che leggono la sua e-news sarebbero parte di una grande comunità. Egli dice addirittura:  "Per me sentirmi parte di una grande comunità di persone che vogliono talmente bene all’Italia da provare a cambiarla è molto importante. Grazie davvero, cari amici delle Enews!"
Io che non sapevo cosa fosse un e-news, figuramoci se sapevo di far parte di questa meravigliosa comunità. Io che, tra l'altro, non mi ero neanche accorto di aver sostenuto un bel niente, qualunque fosse la distanza a cui mi trovavo. Distanza da cosa poi, neanche questo so. 
A rendere questo avveniristico scritto un enews (secondo lui) è il fatto che, il nostro Presidente del Consiglio, snocciola 15 punti, più altri 3/4 eventuali, che dimostrerebbero la straordinaria attività del suo governo ed evidenzierebbero quelli che lui definisce altrettanti storici successi, da esso ottenuti nella sua trionfale azione. 
E allora mi ha raggiunto l'ispirazione per il soggetto di un film di fantascienza. Non sono certo dell'originalità della mia idea, nè del suo effetivo valore cinematografico, tantomeno della sua forza narrativa. Eppure nella mia mente ha preso forma un organismo fantastico, una vita metafisica che comincia a dominare la nostra realtà fisica. Esso avanza inesorabile, scompaginando le nostre deboli difese. Cresce, cresce, continua a crescere abbracciando con i suoi spaventosi tentacoli immateriali i pezzi ormai scomposti e disconnessi della nosra società, dell'intera nostra civiltà. Questo organismo, pur essendo metafisico, è assolutamente privo di complessità. Il suo funzionamento e la sua struttura constano di una semplicità disarmante, quasi primitiva. L'organismo ha un unico obiettivo e un'unica motivazione: il consenso. Ogni suo sforzo e ogni sua azione sono esclusivamente rivolti al suo scopo e alla sua motivazione unica e primordiale. Un consenso che si auto-alimenta da se stesso e che con  se stesso trae l'unica forza della sua spaventosa vita.  E così, mentre questo organismo vive, prospera  e diventa sempre più mostruoso e grande, il resto diventa sempre più piccolo e insignificante. Tanto che, alla fine, non ci sarà alcun altro organismo, alcun' altra forma di vita, nè metafisica nè fisica, in grado di conrastarlo. Il suo consenso sarà l'unica cosa che rimarrà e quando davvero non esisterà nient'altro, l'organismo esploderà in una specie di big bang al contrario, autodistruggendosi, perchè non avrà più assolutamente nulla da cui trarre consenso.

mercoledì 23 dicembre 2015

Qualche altro stereotipo calcistico sparso qua e là

Mi tocca tornare sull'argomento, perchè sento di essere stato tuttaltro che esaustivo. Mancini rappresentava solo un esempio. Non può bastare. Mi sentirei come uno che voleva indicare la luna, ma quando ha alzato il dito ha rischiato di "cecarsi" un occhio, tanto che alla fine la luna non l'ha vista neanche lui. Figuriamoci se hanno potuto vederla coloro a cui aveva l'intenzione di indicarla. 
A questo punto mi sono trovato dinanzi a due alternative. O la piantavo lì, rimanendo ineluttabilmente insoddisfatto e, oltretutto, rimanendo col dubbio di aver portato pure un po' di sfiga a Mancini. Ho vissuto con costernazione, infatti, che il tecnico jesino, qualche giorno dopo il mio post, sia andato incontro alla rottura del menisco sui campi della Pinetina. E ho assistito con sconcerto domenica sera alle estemporanee esibizioni di Felipe Melo, che ha inopinatamente fatto confusione tra lo stadio San Siro e la sala del Circo Togni, sfoderando un paio di numeri tanto fantasiosi quanto efficaci nel produrre la sconfitta dell'Inter. Un' Inter che, la sera in questione, era apparsa bruttina e piuttosto sconclusionata già di suo.
La seconda alternativa (quella verso cui mi sono inevitabilmente proteso) era allargare ed ampliare il discorso, coinvolgendo altre squadre e altri uomini. 
La Roma è la squadra di questi tempi finita nell'occhio del ciclone. Non che si tratti di una novità, anzi. Potremmo definirlo un avvenimento ciclico, inscritto nell'andamento generale e regolare del calcio romano. Fatto sta che il momento è davvero delicato. Garcia ormai è più fuori che dentro e ha abbrancato un gol di Florenzi come fosse una bombola d'ossigeno, attraverso cui continuare disperatamente a respirare. Perchè in questi casi, si sa, l'allenatore sta messo molto peggio del maggiordomo nel più prevedibile dei gialli. Infatti, in giro si sente dire:
1) La Roma ha un organico di grande spessore, forse inferiore solo alla Juve. Sabatini è un genio. Una garanzia. Quello che non va è il manico. Garcia sta distruggendo la squadra.
La realtà, casualmente, a me pare più complessa. Innanzitutto, prima di entrare nel merito, giova mettere in evidenza come tra coloro che portano avanti questa tesi ci siano molti di coloro che, prima dell'arrivo di Garcia, avevano sbertucciato Luis Enrique. A costoro lo spagnolo era apparso pressapoco un venditore di fumo, comunque un personaggio inadeguato a guidare una squadra di calcio "in una piazza come quella di Roma". L'anno seguente avevano accolto i risultati straordinari della Roma di Garcia come la chiara evidenza della discesa dalla Francia del messia direttamente sulla panchina giallorossa. Il mondo però, purtroppo lo sappiamo bene, è un posto ben strano. E allora l'anno scorso accade che Luis Enrique si siede sulla panchina del Barcellona e vince tutto, ma proprio tutto quello che c'era da vincere. E la Roma di Garcia comincia a balbettare, pur chiudendo comunque (giova ricordare anche questo) la stagione al secondo posto.
Veniamo ai fatti. Indubbiamente la squadra giallorossa ha patito un'involuzione netta e per certi aspetti sconcertante. Garcia vive momenti di sospetta confusione, in cui sembra perdere il bandolo della matassa, benchè la squadra in termini di risultati riesce comunque a non franare. Come mai? Proviamo ad entrare meglio nel dettaglio. 
Innanzitutto va riconosciuto che la Roma si fonda su un'intelaiatura di organico piuttosto pregiata. De Rossi, Pjanic, Naingoolan rappresentano una linea mediana ben assortita e di notevole valore. Salah e Gervinho sono due tra gli esterni offensivi più efficaci del nostro campionato. I meriti di Sabatini sono indiscutibili. Aveva portato in dote alla squadra giallorossa anche Strootman e Castan, due colonne della versione più convincente della Roma di Garcia, ma la sfortuna glieli ha sottratti. Potesse contare su questi due giocatori pienamente in forze, certamente la Roma sarebbe oggi un'altra squadra. La questione, però, può essere illuminata anche da altri angoli. Per esempio riconoscendo di non poter attribuire a Sabatini la replica dei suoi successi nelle operazioni di mercato realizzate negli ultimi due anni. Aveva magistralmente comprato Benatia e il primo anno di Garcia, in tandem con Castan, l'algerino aveva reso la difesa giallorossa pressochè impenetrabile. Venduto l'algerino, coloro che sono stai scelti per rimpiazzarlo si sono mostrati neanche lontanamente all'altezza del compito. Si è rivelato un buon difensore Manolas, Rudiger lascia intravedere margini di crescita, ma la qualità del reparto non è lontanamente paragonabile a quell'altra. Alla luce di ciò, risulta controversa anche l'operazione Romagnoli, probabilmente consigliabile e consigliata dal punto di vista finanziario, ma assolutamente scriteriata dal punto di vista tecnico. Tanto più che la cifra incassata per Romagnoli, risulta piuttosto simile a quella investita per Iturbe l'anno precedente. Operazione, in questo caso, sicuramente deleteria da entrambi i punti di vista. Quello finanziario e quello tecnico. Aggiungiamo che, allo stato, Dzeko rappresenta un flop. Integriamo queste considerazioni con l'affaire Gervinho. L'ivoriano arrivò nello scetticismo generale per pura ed esclusiva volontà di Garcia e risultò l'arma letale della Roma fin dall'inizio. Quest'anno era il primo che si sarebbe voluto sbolognare, poi pare lui abbia rifiutato un paio di trasferimenti, Garcia si sia scrupolosamente prodotto in opera di convincimento ed ora l'ivoriano rappresenta, ancora, l' autentico elemento imprescindibile per l'attacco. 
Come si vede, la Roma ha effettivamente qualche problema, ma meriti e demeriti andrebbero distribuiti quantomeno più equamente.
2) Il Napoli quest'anno è un'altra squadra, perchè Sarri è uno che lavora meticolosamente e indefettibilmente sul campo. E il rendimento della squadra è invariabilmente il frutto di questa sua idea e questa sua metodologia di lavoro.
Non mi azzarderei mai a provare a confutare la prima parte di questo assunto. Sarri è un allenatore di indubbie capacità, che ha costruito la credibilità di cui oggi gode grazie al lavoro, alle conoscenze e alle competenze. Il resto è un però. E il però è che tutto il lavoro fatto da Sarri sul campo a partire da luglio fino a settembre, meticoloso e indefettibile, verteva su un'idea di gioco piuttosto distonica rispetto a quella attuale.
Sarri aveva nella mente e nel cuore il 4 3 1 2. Con questo modulo si era costruito la sua credibilità ad Empoli e con questo modulo aveva tutta l' intenzione di prodursi anche a Napoli. Nonostante ai più paresse un abominio costringere Mertens o Callejon a giostrare da seconda punta, piuttosto che da esterni d'attacco come erano naturalmente portati a fare. Nonostante ai più paresse uno sproposito voler costringere Insigne a mimetizzarsi in trequartista. Sarri non voleva sentire ragioni. Lessi anche un'intervista di Mondonico, in cui oltre a queste ovvie considerazioni, il Mondo esprimeva perplessità rispetto all'interpretazione del ruolo offerta da Valdifiori, portato al lancio e alle aperture di gioco, caratteristiche che richiedevano giocatori disposti alla corsa e al movimento senza palla. Il Napoli aveva, invece, straordinari interpreti nell'uno contro uno, calciatori che volevano la palla nei piedi, per puntare l'uomo e creare gioco. 
Eppure il Napoli partì così e così arrivo all'inizio del campionato. 4-3-1-2 e Valdifiori regista. Un mezzo disastro. Complice una condizione atletica ancora approssimativa. Eppure i nodi risultavano evidenti. Aggravati da fatto che, in questo modo, la difesa non risultava abbastanza protetta. Perchè le fasce risultavano piuttosto sguarnite e Valdifiori non rappresentava il vostro classico frangiflutti davanti alla difesa. Finchè, un giovedì di coppa, un po' per caso, un po' per necessità successe che giocò Jorginho al posto di Valdifiori e il 4 3 1 2 fu sostituito da un 4 3 3 che vedeva Callejon fare il suo ruolo sulla destra e Mertens il suo sulla sinistra. Come per incanto si formò la coppia Hisay- Callejon sulla destra che dava ampie garanzie in fase di copertura e Ghoulam-Insigne/Mertens sulla sinistra che risultava devastante in fase di spinta. Non disdegnando la fase opposta su entrambe le fasce, all'occorrenza. Jorginho col suo gioco corto e con la sua qualità superiore rispetto a Valdifiori cominciò a risultare ideale per far girare la squadra, Allan cominciò a entrare in forma e a correre come un matto abbinando grande efficacia negli inserimenti e un impagabile lavoro d'interdizione e, come per incanto, anche Albiol e Koulibaly cominciarono a fare la loro porca figura. 
In conclusione, bravo Sarri. Il lavoro sul campo, però, l'aveva pensato piuttosto diverso e per quasi tre mesi l'aveva fatto proprio come l'aveva pensato. Con risultati discutibili.
3) Paulo Sousa è l'allenatore che è riuscito con più forza a dare la propria impronta e la sua squadra è quella che ha mostrato il salto di qualità più evidente.
Calma. Questo punto è davvero più interessante, perchè racchiude il senso, o meglio, il non senso di molti discorsi che si fanno riguardo al calcio.
Rimane fermo che la Fiorentina è la squadra che ha mostrato il salto di qualità più evidente rispetto allo scorso anno. Proviamo, però, a muovere il punto secondo cui il merito di ciò sia da attribuire alla genialità di Paulo Sousa. Cominciamo con il dire che, tra le squadre di vertice, la Fiorentina risulta quella che pare soffrire maggiormente il turn over o, più nello specifico, l'assenza di determinati giocatori in  campo. Il Napoli, per esempio, denuncia un notevole gap tecnico tra i calciatori titolari e quelli che siedono in panchina. Ciò non gli ha impedito di sommergere gli avversari in Europa League sotto una valanga di gol, con le proprie riserve in campo. La Fiorentina in Europa League ha fatto abbastanza fatica. Si dirà che il girone del Napoli fosse più facile. Probabile, Eppure il Lech Poznan nel campòionato polacco ha fatto 12 punti in meno del Legia Varsavia che il Napoli ha sommerso di gol, ma la Fiorentina ci ha perso in casa 1 a 2. 
La prova più evidente di quello che sostengo è, però, da ricercare in campionato. Anche in campionato, quando Paulo Sousa ha tenuto a risposo qualcuno dei suoi titolari sono affiorate le difficoltà. Focalizziamoci su una partita specifica. Fiorentina-Empoli di un mesetto fa. Primo tempo fuori alcuni titolari tra cui Kalinic e Bernardeschi. Due a zero per l'Empoli con i viola presi a pallonate. Secondo tempo dentro Bernandeschi e Kalinic. 2 a 2 con doppietta di Kalinic. Ecco, ho come il sospetto di quali siano le motivazioni dietro il salto di qualità della Fiorentina. Fosse tutto merito della genialità di Paulo Sousa, non si vedrebbe perchè se gioca Babacar (tra l'altro sicuro talento) e non Kalinic la squadra non debba ugualmente fare faville. Invece le cose stanno diversamente. E stanno che l'anno scorso avevi un attaccante che veniva dal Bayern Monaco e aveva fatto caterve di gol ovunque, e praticamente giocava per gli avversari. Quest'anno hai uno che arriva dal Dnipopetrovsk e che nessuno se l'è mai filato e segna come un assatanato e ti fa invariabilmente la differenza. Chi l'avrebbe mai detto? Eppure noi di calcio parliamo, parliamo, parliamo, parliamo. Ma cosa parliamo a fare, che se c'è una cosa che è davvero bella in questo sport è che tutto è così maledettamente imprevedibile.

sabato 19 dicembre 2015

Giusto per parlare di un film brutto

Il nome del figlio di Francesca Archibugi è un film privo di motivi d'interesse. La trama è inconsistente, inconcludente e irrilevante, pur essendo pretenziosa, saccente, presuntuosa, vanagloriosa addirittura. I personaggi sono uguali alla trama, compenetrandosi ad essa in un perfetto e inscindibile legame osmotico, tanto che sarebbe grammaticalmente scorretto distinguere le due cose. I personaggi sono la trama, la trama sono i personaggi. La famiglia Pontecorvo. Non si tratta di persone comuni. I Pontecorvo si elevano notevolmente al di sopra della gente comune e la loro elevazione è generalmente riconosciuta. Derivante dal patriarca che non c'è più, Emanuele Pontecorvo, mitica figura di un ex parlamentare comunista, di cui si capisce poco, tranne il fatto che aveva il vizio d'ubriacarsi e che la sua dipartita aveva lasciato dietro di sè un imponente alone di deferenza.
Volesse rappresentare, il film, la pochezza e l'inconsistenza della classe agiata, la sua inadeguatezza a configurarsi e a rappresentare l'elite del Paese, allora avrebbe raggiunto mirabilmente il proprio obiettivo. Invece l'obiettivo non era quello. E il compiacimento con cui questi personaggi e questa trama vengono accompagnati dalla macchina da presa, lo testimonia. Un compiacimento che, non di rado, degenera addirittura in benevolenza, in ammiccamento complice. Le intenzioni risultano chiare. A renderle addirittura trasparenti è un personaggio in particolare. Simona, la moglie del Pontecorvo interpretato da Alessandro Gassman. La donna, di umili origini, è l'intrusa sia nella famiglia Pontecorvo che nella sfera sociale posta ad auto-riferimento nel film, interpretata dalla moglie di Virzì, al secolo Micaela Ramazzotti. Lei rappresenterebbe la gente comune, nata in una borgata povera. La società bassa. Simona è bella ed ignorante. Indovinate che fa Simona? Si sposa il rampollo della famiglia bene e poi scrive un libro che vende migliaia di copie. Un successone letterario. Che suo marito non ha letto e che, in gran parte, lei non ha neanche scritto, ma se l'è fatto scrivere. Anche qui, il film volesse rappresentare il degrado morale e culturale del popolo allora avrebbe raggiunto grandiosamente il proprio obiettivo. Invece le intenzoni sono nettamente divergenti. Simona viene rappresentata con lo stesso compiacimento, la stessa benevolenza degli altri personaggi. Fino ad emergere quasi trionfante nel finale dando alla luce la bambina che ha nel grembo, che pareva un maschio e invece alla fine è una femmina, non prima di aver imposto una presunta sensibilità e umanità che la farebbe spiccare sugli altri personaggi. Nelle intenzioni. Perchè, nei fatti, l'unica cosa che risulta trionfante è la banalità. In un'ora e mezza in cui non ci si fa altro che parlare e parlarsi addosso, citando perfino Kant, non  ne viene fuori una singola frase che abbia la parvenza dell'intelligenza. Che strazio. Noia e irritazione. La strada per un film raccapricciante è lastricata di cattive intenzione. 
E vogliate scusarmi se ne parlo dopo un anno dall' uscita nei cinema, ma non pretenderete mica che una boiata del genere me la sia andata a vedere al cinema? L'hanno fatto ieri sera su Sky e una certa ragazza non aveva voluto uscire con me.

domenica 13 dicembre 2015

Un esempio di stereotipo calcistico

Sarà per il fatto che il calcio non è una scienza. Dovessimo, infatti, applicarvi il principio di falsificabilità popperiana, saremmo costretti a rimodulare, se non addirittura, capovolgere completamente qualsiasi assunto a distanza neanche più di una settimana, ma a distanza di tre giorni. Il tempo di un'altra partita e quello che avevamo sentenziato e stabilito la partita precedente non vale più, se non vale esattamente il contrario.
Sarà per il fatto che il calcio è un fenomeno clamorosamente popolare e che il popolo ha bisogno di credere in qualcosa, ha bisogno di saziare la sua fame d'illusioni, di entusiasmi, di certezze. Specie in tempi in cui altri tipi di fame ben più prosaiche, primarie e fondamentali faticano a trovare legittima soddisfazione.
Sarà che le tv e i giornali sono piene di cialtroni.
Fatto sta che nel calcio gli stereotipi abbondano. Fatto sta che nel calcio vi è la rappresentazione più nitida di quanto gli stereotipi abbiano la caratteristica di contrabbandare una visione della realtà contraffatta e fasulla. 
Di esempi ne avrei piene le mani. Ne prendo uno a caso. E neanche tanto a caso, lo prendo perchè oltre a significare di per se stesso, permette di allargare il discorso illuminando un principio generale.
L'esempio che prendo è lo stereotipo di Mancini allenatore. Analizzandolo e sviscerandolo si riesce a fare luce su uno dei capisaldi degli stereotipi calcistici: la concezione della figura dell'allenatore, nella sua visione mainstream completamente obnubilata e taroccata.
Proviamo ad andare per punti: 
1) Mancini è bravo soprattuto a farsi comprare i giocatori più forti e far spendere tonnellate di soldi ai suoi presidenti.
Lo stereotipo si fonda, probabilmente, sul fatto che egli è stato l'allenatore per 3 anni di una delle squadre più ricche del mondo, il Manchester City degli sceicchi. La pura constatazione della realtà, e la semplice consultazione dei numeri porterebbe, tuttavia, a considerare che l'allenatore che l'ha succeduto su quella panchina ha usufruito di investimenti monetari da parte degli sceicchi all'incirca 5 volte superiori a quelli di cui ha usufruito Mancini. Tanto è vero che, solo quest'estate, il Manchester City ha effettuato acquisti di calciatori per un monte complessivo di 203 milioni di euro. Se ne ricava che se Mancini fosse bravo soprattutto a far spendere soldi ai propri presidenti, allora Manuel Pellegrini chi sarebbe? Un concentrato in un'unica forma umana di Messi e  Cristiano Ronaldo nell'arte di farsi comprare i giocatori? Tuttavia questo falso stereotipo regna al punto che viene contrabbandato per vero anche rispetto all'attualità. Risulterebbe che l'attuale Inter di Mancini sia il portato delle spese folli e di una campagna acquisti faraonica effettuata quest'estate.
Ebbene, agli atti risulta che l'acquisto più costoso dell'Inter quest'estate è stato Kondogbia, pagato milione più milione meno i soldi che l'Inter ha incassato dalla cessione di Kovacic. E agli atti risulta anche che Kondogbia sta facendo panchina e in campo ci vanno Medel, acquisto voluto da Mazzarri e sbertucciato dai più, Melo pagato un pugno di monete e sbertucciato dai più ancora.
Risulta poi che, in ordine di valore monetario, il secondo acquisto più oneroso è quello di Perisic. Per il croato l'Inter si è impegnata complessivamente a versare, milione più milione meno, quello che ha incassato dalla cessione di Shaquiri allo Stoke City.
E risulta ancora che l'obiettivo primario in quel ruolo, per Mancini, era Salah e che alla fine Salah è andato alla Roma, perchè l'ha pagato di più, e all'Inter, invece, è arrivato in prestito un giocatore scartato dalla Roma che si chiama Ljajic e che sta risultando uno dei migliori della squadra nerazzurra.  Non dimenticando, ancora, che risulta che il centravanti dell'Inter sia Icardi, pagato 12 milioni, mentre, per esempio, il centravanti del Napoli è Higuain, pagato 40 milioni. E il compagno di attacco di Icardi è Jovetic, preso ormai quando era ridotto ai margini del Manchester City e per il riscatto del quale l'Inter si è impegnata a pagare 17 milioni. La Juve ha comprato Dybala e l'ha pagato 40 milioni. 
2) Mancini è fortunato.
Per rispondere a questo stereotipo si dovrebbe elencare una serie di episodi sfortunati di cui Mancini è stato vittima. Che sicuramente esistono, come esistono nella vita di ognuno di noi. Se ne fossi a conoscenza. Tuttavia non ne sono. Sono però certo che chi conosce davvero il calcio sa che la fortuna è una componente indubbia nel decretare i successi e gli insuccessi di uomini, carriere e  squadre di calcio. Se si assume che sia decisiva allora tanto vale evitare proprio di parlarne, di calcio. Stereotipi compresi. E queso concetto, come vale per il calcio, vale pure per la vita in generale. Mi limito solo a considerare che certi criteri secondo cui si valuta la fortuna o la sforuna sono non solo arbitrari, ma del tutto illogici. Giusto per dirne uno, se il portiere della tua squadra fa grandi parate non è che sei stato fortunato, è che hai un gran portiere. In Napoli-Inter Reina all'ultimo minuto ha compiuto un miracolo su Miranda e non è che il Napoli è stato forunato, è che il Napoli ha un grande portiere. E lo stesso vale per l'Inter quando le parate le fa Handanovic. Così come le grandi giocate di un difensore, di un centrocampista e di un attaccante, non implicano ipotetiche fortune, ma stanno semplicemente a testimoniare l'abilità dei calciatori.
3)  Mancini è più un selezionatore che un allenatore. Le sue squadre sono prive di un'organizzazione tattica evoluta e si basano solo sulle capacità individuali dei calciatori.
Per dimostrare l'infondatezza di questo stereotipo si potrebbe partire dall'analisi della Lazio allenata da Mancini e ci si potrebbe focalizzare sulla sua esperienza al Manchester City, ma non è necessario. Anche questo stereotipo ha una valenza così imperativa da essere contrabbandato come avvalorato nell'attualità dell'Inter, oggi prima in classifica. Ed è quindi proprio riguardo all'Inter che tocca focalizzarsi.
Orbene, l'Inter si presentava a giugno come un cumulo di macerie su cui bisognava costruire in tempi frenetici una squadra non solo competitiva, ma in grado di posizionarsi ai vertici del calcio italiano. Ad oggi i nerazzurri sono primi in classifica. Non è detto ci rimangano fino alla fine, ma a me sembrano effettivamente una delle squadre di vertice del calcio italiano. Abbiamo appena finito di dimostrare che quest'obiettivo non è stato affatto raggiunto investendo vagonate di euro sul mercato. E allora come ci si è arrivati? Ci si è arrivati costruendo pian piano una squadra di calcio partendo da zero e procedendo a tappe. Mancini prima l'ha progettata, poi l'ha costruita partendo dallo spirito, dalla creazione di un gruppo di uomini tesi verso un unico obiettivo. Poi l'ha modellata secondo una struttura tattica, partendo dalle basi. Da quelle che si chiamerebbero fondamenta. Prima ha puntato sulla solidità della struttura. Quando l'ha resa stabile, infilando una serie di partite senza prendere gol,  allora ha cominciato a renderla più complessa, più sfarzosa, senza però dimenticare il principio base della funzionalità. L'Inter non è una somma di calciatori e neanche di uomini. L'Inter è una squadra. Che ha anche un'anima. Prova ne è che cambia, quasi sistematicamente, interpreti, talvolta anche moduli di gioco, ma la struttura rimane sempre riconoscibile e anche i risultati rimangono più o meno sempre uguali. In linea di massima vince.
Smascherato lo stereotipo, sviscerandolo in ogni sua parte, siamo giunti a quella che è l'essenza del ruolo dell'allenatore ed il senso del suo lavoro. L'allenatore è il demiurgo della squadra che allena. Deve tirarne fuori quello che essa ha di meglio. L'anima. E, in linea di massima, deve farla vincere.