venerdì 6 novembre 2015

Sulla raccomandazione, sulla cosiddetta meritocrazia e sulla libertà

Comunità disfatta, società corrotta, democrazia infetta. Non sto scimmiottando un vecchio, glorioso titolo dell'Espresso, rievocandolo nei bassi tempi di Mafia Capitale. Sto riflettendo sulla piaga, ormai ridottasi in cancrena, della raccomandazione. Sto pesando il concetto di meritocrazia, ormai invocata come una divinità greca. Sto cercando la libertà, come spesso mi capita, come se fosse un'apocalisse. 
Sono in mezzo a noi, sono intorno a noi, in molti casi siamo noi e non a fare promesse, come sostiene il pezzo rap, ma ad essere raccomandati. Non facciamo quello che sappiamo fare, non sappiamo fare quello che facciamo e, soprattutto, non lo facciamo come si deve fare. La conseguenza è il disfacimento e la decomposizione del concetto di democrazia e il risultato finale è la privazione della libertà. 
La raccomandazione è il modo più efficace attraverso cui il Potere riproduce se stesso, all'infinito, annichilendo ogni possibilità di cambiamento, annientando ogni possibilità di opposizione. Si tratta del più bieco dei ricatti sociali. L'ingiustizia e l'umiliazione, patita da chi avrebbe diritto a svolgere alcune mansioni, a ricoprire alcuni ruoli, a fare il proprio lavoro e avrebbe davvero voglia e volontà di farlo come si deve, rappresentano un fatto drammatico, ma incidentale. C'è un disegno al di sopra, direbbe qualcuno. Non so quanto intelligente e quanto, invece, esso derivi semplicemente dalla sozza pratica. Con la raccomandazione si creano uomini sottoposti, subalterni, sottomessi, ubbidienti. Si toglie la libertà. Perché se c'è qualcuno che ha il potere di mettermi a fare il mio lavoro, ne deriva che costui possiede anche il potere di togliermelo. In qualsiasi momento. Dover ricambiare il favore, in qualche modo, rappresenta una conseguenza perversa e vergognosa, ma (anche in questo caso) solo incidentale. Egli custodisce la mia libertà. E io non potrò mai fare qualcosa, qualunque cosa, che possa scontentarlo. Non potrò mai correre il rischio di danneggiarlo o infastidirlo, nello svolgimento delle mie mansioni. Quindi non sarò mai pienamente libero di svolgerle nel modo giusto e corretto. Così il Potere cresce, si fortifica, si riproduce e diventa indistruttibile, inghiottendo tutto il resto. Attraverso la creazione di tanti soldatini ubbidienti e mai insubordinati e il loro posizionamento a partire dai ranghi secondari fino a sublimarsi nella loro collocazione nei gangli vitali del sistema. 
Sono decenni che la scena mediatica vomita il termine meritocrazia. Il fatto è che si tratta di una parola vuota. I meriti, per definizione, sono sempre relativi. La democrazia non è un campo di battaglia, dove sfidarsi un contro l'altro armati. Il termine meritocrazia tradisce la medesima, sotterranea volontà di continuare a produrre soldatini, schierati uno contro l'altro. Vogliono tenerci al guinzaglio, premiare con una caramella quello di noi che salta più in alto, e poi chiamare questo meritocrazia. Noi, invece, quel guinzaglio dovremmo slacciarcelo, sfilarcelo senza remore.
Chi lo decide cosa merita un premio e cosa no? E soprattutto, perchè? Maradona non avrebbe mai potuto saltare in alto quanto Sotomayor, Jimmy Hendrix non avrebbe saputo dirigere la Filarmonica di Vienna, Eugenio Montale non avrebbe saputo scrivere una canzone di successo come Bob Dylan. Eppure ognuno di questi qualche merito pur ce l'avrebbe, mi sembra. E così ognuno di noi non sarebbe assolutamente in grado di fare un mucchio di cose, però, qualcuna magari sì, e di farla anche bene, con passione e dedizione, tanto da meritarsi qualcosa. Se non altro di essere libero di farla, che gliene sia data la possibilità. La vostra rancida meritocrazia, invece, pretende che tutti facciano più o meno la stessa cosa, ringhiando uno contro l'altro intorno allo stesso osso. Non me la bevo, la vostra rancida meritocrazia. Tutti meritano qualcosa, ognuno merita di essere libero di poterlo dimostrare. L'aspirazione più elevata che la democrazia si porta con sè è la conquista di questo diritto.

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