martedì 10 novembre 2015

Il tennista che giocò contro il Tempo e vinse al quinto set

Aveva compiuto 30 anni soltanto qualche settimana prima. Ormai era diventato un campione triste. Le telecamere riprendono spesso i tennisti di spalle, dall'alto.  Lui preparava il servizio, raccogliendosi nella sua tipica posizione, pronto ad esplodere il colpo con cui usava scoraggiare i suoi avversari e renderli impotenti di fronte alla sua grandezza. C'erano tennisti che erano molto più alti di lui, che erano capaci di tirare più forte, che erano provvisti di un servizio più potente. Per esempio Ivanisevic. Ma quando lui si trovava spalle al muro, quando l'avversario cominciava a nutrire una piccola speranza di avere la meglio, lui si raccoglieva nella sua posizione, tirava la lingua fuori dalla bocca e sparava inesorabilmente un servizio imprendibile. Non c'era verso di rispondergli, non esisteva possibilità per l'avversario di rimandare la pallina indietro. 
Ormai questo rituale non risultava inevitabile come un tempo e quando si raccoglieva per preparare il servizio, le telecamere finivano per inquadrare l'incipiente chierica che tentava di aggredire la sua testa, e talvolta egli non tirava neanche più la lingua fuori. Sampras stava invecchiando. Tutti dicevano che non era più lui. L'anno precedente non era stato in grado di vincere alcun torneo. Ma il vero sacrilegio si era compiuto qualche mese prima, a Londra. Sampras era il re di Wimbledon. Aveva vinto quel torneo sette volte. Nessuno, nella cosiddetta era Open, ci era riuscito. E anche dopo di lui, perfino colui che si è divertito a cancellargli ogni record, quello svizzero di Roger Federer, non l'ha vinto una volta di più. Sette anche lui. 
Il regicidio avvenne ad opera di un altro svizzero. Era semplicemente una partita di secondo turno e Pete era stato relegato sul campo 2, soprannominato il cimitero dei campioni. Di fronte aveva George Bastl, tennista svizzero di scarso lignaggio, che qualche anno prima il campione sarebbe stato in grado di battere anche usando una vecchia racchetta di legno al posto della sua celeberrima Wilson. E invece il campione perse. Al quinto set. Ricordo ancora il suo sguardo perso nel vuoto a fine partita, adagiato sulla sedia a bordo-campo, privo della forza anche di lasciare il campo, con il vergognoso peso di quella sconfitta addosso. Aveva battuto tutti Sampras, ma il tempo era un avversario che neanche il suo servizio sembrava poter tenere a bada. Sembrava. Perché la partita non era ancora finita. Dopo due mesi ci sarebbero stati gli Us Open. Il campione triste era scomparso dalla scena e tutti erano pronti a giurare che fosse finita così. Non sapevano che lui aveva deciso che la partita non era chiusa. Aveva battuto tutti e voleva battere anche il Tempo. Vinse facilmente le prime due partite e alla terza si trovò di fronte un canadese travestito da inglese di nome Greg Rusedki. Mancino. Proprio uno di quelli che avevano un servizio più potente del suo, sparato dall'alto di 1 m e 93 centimetri . Sul tennis, però,  con il Sampras vero il paragone non reggeva. Tutti, ormai, avevano capito che il Sampras vero non esisteva più, compreso il canadese travestito da inglese e fece di tutto per batterlo. Il vecchio campione riuscì a resistere, attingendo a ogni residuo disponibile della sua classe. La chierica avanzava, la lingua penzoloni tradiva maggiore affanno del solito, ma il campione non aveva ancora finito. Del resto lui ad avversari speciali e a battaglie impervie era abituato, avendo dovuto convivere fin da piccolo con l'anemia mediterranea, senza che questo potesse minimamente impedirgli di diventare Pete Sampras. Il destino, talvolta, si ricorda di mostrarsi clemente con i più grandi e avvenne che il nostro Pete si arrampicò fino alla finale, dove si trovò si fronte il suo avversario storico, il connazionale Andrè Agassi. Andrè era addirittura di un anno più vecchio di lui e Pete aveva sempre rappresentato la sua nemesi. Era un grande tennista Andrè, ma mai quanto Pete ed era sempre rimasto incastrato nella sua ombra. La storia si ripetè. Andrè perse, Pete vinse. Contro il Tempo. Non scese mai più in campo. Il Tempo è l'unico avversario cui non devi mai concedere una rivincita. L'unico modo per sconfiggerlo è fermarlo e quel settembre del 2002, a trent'anni appena compiuti, il campione triste con la lingua penzoloni ci riuscì.

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