mercoledì 25 novembre 2015

Un po' porno e un po' pop. Per quel pochissimo che io pop riesco ad essere, pur sforzandomi

Ascoltavo dalla radio Avril Lavigne cantare complicated e pensavo che a me le adolescenti piacciono molto. Grazie al cazzo direbbe qualcuno. E invece non c'entra niente. Non è un concetto così facile come appare. Tanto per cominciare, se state pensando al sesso siete stati sbalzati già fuori strada. Non è questo il momento. 
Se state pensando che Complicated sia una canzone decisamente mediocre e, tra l'altro, piuttosto trita, non posso certo darvi torto. Anzi, sono d'accordo. Eppure io ci trovo una forza dentro. Ed infatti questa forza non deriva dalla canzone in sé, ma da quello che c'è dentro. L'adolescenza femminile. In una ragazza di quell'età vi è una potenza primitiva, un'energia distruttrice e perciò creativa, una forza dirompente che si auto-alimenta e non trae carica da altro se non da se stessa. Non c'è bisogno di scrivere una bella canzone per liberarla e non c'è bisogno di scriverne neanche una brutta. Viene fuori da sé, spontaneamente. E piega ad essa modi, usanze e tradizioni che vorrebbero imprigionarla, strappa le camicie di forza dentro cui vorrebbero contenerla. In nessuna cosa è viva e pura la forza della ribellione, della contestazione, la spinta della libertà, come nel corpo e nell'anima di un'adolescente. Non c'è neanche nel corpo e nell'anima di un adolescente maschio. Sia perché, malgrado qualcuno ancora fa finta di non accorgersene,  i modi, le usanze, le tradizioni sugli adolescenti maschi tengono una briglia più larga. Sia perché gran parte di quell'energia negli adolescenti maschi viene sprecata. Per dirla con Jep Gambardella, a quell'età gli adolescenti pensano alla fessa. Ne sono attratti irreparabilmente, ridotti da essa in una condizione di subalternità. Immagino che anche le ragazze a quell'età pensino tantissimo al sesso, ma ci pensano senza sudditanza. Per loro il cazzo non è un totem. Anzi, è qualcosa di cui possono servirsi. Volendo. Mentre la fessa è insostituibile, investita di una potenza che trascende il fisico e diviene metafisica. Si capisce bene che le due diverse condizioni implicano un grado di libertà tremendamente squilibrato. 

martedì 17 novembre 2015

Espressioni strane, tipo: mutazione antropologica

Nel 2015 può succedere che citare Pasolini non sia più considerato tanto figo. In fondo lo è stato per molti anni. Ti abbandonavi all'ebbrezza di una considerazione sociologica, ci infilavi una citazione pasoliniana o anche solo un riferimento alla figura dell'intellettuale ribelle e passavi facilmente per un fine dicitore. Magari anche per un tipo interessante. Ora la moda pare sia cambiata. Pasolini non acchiappa poi così tanto. Sì, gli è rimasta un po' quella patina sacrale, per cui se un Muccino qualsiasi, il fratello più grande per la precisione, scrive su Facebook deprezzanti considerazioni sulle qualità registiche e sull'opera cinematografica pasoliniana, qualcuno insorge. Come a difendere una vecchia bandiera, ammainata, e quindi intesa inevitabilmente come cimelio. Le bandiere. Brutta cosa le bandiere, ogni volta che sventolano è una truffa.
Può succedere, sempre nel 2015, che io mi sieda sul divano di casa e mi metta a guardare un film americano. L'attore protagonista è quel tale che aveva interpretato Donnie Darko. Lo conoscono in tanti perché è stato un film di tendenza. Ti faceva sembrare figo, da giovane, se ti piaceva Donnie Darko. Io lo guardai e non ci capii molto. Non riuscii neanche a comprendere perché potessi sembrare figo se mi fosse piaciuto. O, almeno, se di quel film ci avessi capito qualcosa.
Di quest'altro film si è parlato molto meno. S'intitola Nightcrawler, in italiano lo sciacallo.  Dan Gilroy, il regista, ci ha vinto un premio americano. Egli è il fratello di un altro regista di nome Tony, che io non conosco, e con cui ha spesso collaborato come sceneggiatore. Questo film è la sua opera prima e il premio che ha vinto si chiama Indipendent Spirit Award ed è appunto un premio per il miglior film d'esordio nell'anno 2014. 
Il protagonista è un disoccupato, lui si definisce "privo di un'educazione formale", ma appare piuttosto sveglio ed è così che lui stesso si considera. Per fare soldi ruba rame, biciclette, altre cose a caso. Poi guidando con la sua macchina scassata incrocia, per strada, un'auto in fiamme. Due poliziotti tentano di tirar fuori la donna incastrata all'interno dell'abitacolo e due cameramen riprendono la scena. I poliziotti riescono nell'impresa e salvano la donna, ma il nostro è più interessato ai cameramen. Apprende che si recano sui luoghi in cui sono avvenuti incidenti, omicidi e tragedie o nefandezze varie, per filmare e vendere le immagini al tg che offre di più. Per il nostro disoccupato "privo di un'educazione formale" si tratta di un'illuminazione. Baratta una bicicletta rubata con una telecamera e comincia la sua avventura.
Lui è determinato, deciso, consulta internet da molto tempo, quasi quotidianamente, e così s'indottrina nelle materie più disparate. Lui sa quello che vuole. Lui avanza dove gli altri si fermano. C'è un ferito a terra con un colpo alla gola, un cameraman lo riprende da dieci metri, lui si avvicina e lo filma da sopra la testa dei paramedici che lo curano. Prima che lo caccino a pedate, ha filmato le sue immagini. E trova il compratore. Una donna (interpretata da Renee Russo) a capo di una testata tele-giornalistica diventa la sua Musa. Gli dice: " quando pensi al nostro Tg, pensa a una donna che corre per strada con la gola squarciata. Ti sarà più facile comprendere le immagini che ci servono". Una frase piuttosto banale, sicuramente stupida. Il nostro protagonista non la dimenticherà mai. Ha trovato il suo lavoro e ha trovato la sua missione.
Assume un collaboratore, ancora più disperato di lui ma meno determinato, niente affatto deciso e probabilmente meno incline a consultare internet. Lo paga 30 dollari a serata. Insieme filmano incidenti, omicidi, cercando di arrivare prima sul posto. O quantomeno più vicini. Cominciano a guadagnare. Per il nostro protagonista è l'ora dello step successivo. Vuole il riconoscimento sociale. Non solo. Vuole emendarsi dalla sua solitudine e vivere un rapporto di coppia. Lui sa quello che vuole e la donna che ha scelto è proprio la capa del tg. La sua Musa. Almeno un decennio più anziana di lui. La invita a cena, lei rifiuta, lui dice di essere pronto a vendere le sue immagini a un altro Tg. Gli "offre una scelta", sostiene. Così lei accetta l'invito a cena.
 A cena le "offre un'ulteriore scelta". Se accetta di diventare la sua donna, egli le assicura che sarà in grado di filmare immagini così sensazionali da permettere al suo Tg di sbaragliare la concorrenza e a lei, finalmente, di raggiungere il punto più alto della sua affermazione professionale. La donna pare disgustata. Il nostro protagonista sa quello che vuole e si è informato ben bene su internet circa le cose del mondo, ma il plot che si è scritto nella testa sembra essersi inceppato. Sembra. Un altro fatto di sangue è pronto ad accadere. La fortuna aiuta colui che sa quello che vuole. 
Il finale non lo racconto, perché pare non sia una cosa fatta bene parlare di un film raccontandone il finale. Quello che m'interessa scrivere è che, guardando questo film nel 2015, ho pensato a Pasolini. Mi è venuta in mente un'espressione che lui aveva preso ad usare negli ultimi anni della sua vita. Mutazione antropologica. La vedeva in atto nei giovani a lui contemporanei. L'uomo era destinato a diventare un'altra cosa. Qualcosa che lui considerava ripugnante. Qualcosa che, innervandosi nella contemporaneità telematica, ha subito un'ulteriore evoluzione. Qualcosa che dalla visione di questo film emerge in modo chiaro. Io lo definirei "idiota telematico". Un uomo nuovo che popola un mondo nuovo in cui quello che si cerca sembra poter essere a disposizione di tutti, perché oramai questo uomo nuovo ha perso anche la capacità di capire che, quello che cerca, è assolutamente niente. E quello che il mondo costruito dall'uomo nuovo è in grado di offrire è assolutamente nulla. 
Perché poi, Pasolini, anche quando faceva figo citarlo e rappresentarlo come riferimento, chissà se è stato mai capito davvero. Perché poi, io, chissà che, in realtà, non abbia scritto in fondo semplicemente stronzate. Magari sono un uomo nuovo anch'io. Magari a leggermi saranno solo uomini nuovi. Molto pochi, peraltro. E quindi, pazienza. Tanto vale esser fighi, se ci si riesce.

martedì 10 novembre 2015

Il tennista che giocò contro il Tempo e vinse al quinto set

Aveva compiuto 30 anni soltanto qualche settimana prima. Ormai era diventato un campione triste. Le telecamere riprendono spesso i tennisti di spalle, dall'alto.  Lui preparava il servizio, raccogliendosi nella sua tipica posizione, pronto ad esplodere il colpo con cui usava scoraggiare i suoi avversari e renderli impotenti di fronte alla sua grandezza. C'erano tennisti che erano molto più alti di lui, che erano capaci di tirare più forte, che erano provvisti di un servizio più potente. Per esempio Ivanisevic. Ma quando lui si trovava spalle al muro, quando l'avversario cominciava a nutrire una piccola speranza di avere la meglio, lui si raccoglieva nella sua posizione, tirava la lingua fuori dalla bocca e sparava inesorabilmente un servizio imprendibile. Non c'era verso di rispondergli, non esisteva possibilità per l'avversario di rimandare la pallina indietro. 
Ormai questo rituale non risultava inevitabile come un tempo e quando si raccoglieva per preparare il servizio, le telecamere finivano per inquadrare l'incipiente chierica che tentava di aggredire la sua testa, e talvolta egli non tirava neanche più la lingua fuori. Sampras stava invecchiando. Tutti dicevano che non era più lui. L'anno precedente non era stato in grado di vincere alcun torneo. Ma il vero sacrilegio si era compiuto qualche mese prima, a Londra. Sampras era il re di Wimbledon. Aveva vinto quel torneo sette volte. Nessuno, nella cosiddetta era Open, ci era riuscito. E anche dopo di lui, perfino colui che si è divertito a cancellargli ogni record, quello svizzero di Roger Federer, non l'ha vinto una volta di più. Sette anche lui. 
Il regicidio avvenne ad opera di un altro svizzero. Era semplicemente una partita di secondo turno e Pete era stato relegato sul campo 2, soprannominato il cimitero dei campioni. Di fronte aveva George Bastl, tennista svizzero di scarso lignaggio, che qualche anno prima il campione sarebbe stato in grado di battere anche usando una vecchia racchetta di legno al posto della sua celeberrima Wilson. E invece il campione perse. Al quinto set. Ricordo ancora il suo sguardo perso nel vuoto a fine partita, adagiato sulla sedia a bordo-campo, privo della forza anche di lasciare il campo, con il vergognoso peso di quella sconfitta addosso. Aveva battuto tutti Sampras, ma il tempo era un avversario che neanche il suo servizio sembrava poter tenere a bada. Sembrava. Perché la partita non era ancora finita. Dopo due mesi ci sarebbero stati gli Us Open. Il campione triste era scomparso dalla scena e tutti erano pronti a giurare che fosse finita così. Non sapevano che lui aveva deciso che la partita non era chiusa. Aveva battuto tutti e voleva battere anche il Tempo. Vinse facilmente le prime due partite e alla terza si trovò di fronte un canadese travestito da inglese di nome Greg Rusedki. Mancino. Proprio uno di quelli che avevano un servizio più potente del suo, sparato dall'alto di 1 m e 93 centimetri . Sul tennis, però,  con il Sampras vero il paragone non reggeva. Tutti, ormai, avevano capito che il Sampras vero non esisteva più, compreso il canadese travestito da inglese e fece di tutto per batterlo. Il vecchio campione riuscì a resistere, attingendo a ogni residuo disponibile della sua classe. La chierica avanzava, la lingua penzoloni tradiva maggiore affanno del solito, ma il campione non aveva ancora finito. Del resto lui ad avversari speciali e a battaglie impervie era abituato, avendo dovuto convivere fin da piccolo con l'anemia mediterranea, senza che questo potesse minimamente impedirgli di diventare Pete Sampras. Il destino, talvolta, si ricorda di mostrarsi clemente con i più grandi e avvenne che il nostro Pete si arrampicò fino alla finale, dove si trovò si fronte il suo avversario storico, il connazionale Andrè Agassi. Andrè era addirittura di un anno più vecchio di lui e Pete aveva sempre rappresentato la sua nemesi. Era un grande tennista Andrè, ma mai quanto Pete ed era sempre rimasto incastrato nella sua ombra. La storia si ripetè. Andrè perse, Pete vinse. Contro il Tempo. Non scese mai più in campo. Il Tempo è l'unico avversario cui non devi mai concedere una rivincita. L'unico modo per sconfiggerlo è fermarlo e quel settembre del 2002, a trent'anni appena compiuti, il campione triste con la lingua penzoloni ci riuscì.

venerdì 6 novembre 2015

Sulla raccomandazione, sulla cosiddetta meritocrazia e sulla libertà

Comunità disfatta, società corrotta, democrazia infetta. Non sto scimmiottando un vecchio, glorioso titolo dell'Espresso, rievocandolo nei bassi tempi di Mafia Capitale. Sto riflettendo sulla piaga, ormai ridottasi in cancrena, della raccomandazione. Sto pesando il concetto di meritocrazia, ormai invocata come una divinità greca. Sto cercando la libertà, come spesso mi capita, come se fosse un'apocalisse. 
Sono in mezzo a noi, sono intorno a noi, in molti casi siamo noi e non a fare promesse, come sostiene il pezzo rap, ma ad essere raccomandati. Non facciamo quello che sappiamo fare, non sappiamo fare quello che facciamo e, soprattutto, non lo facciamo come si deve fare. La conseguenza è il disfacimento e la decomposizione del concetto di democrazia e il risultato finale è la privazione della libertà. 
La raccomandazione è il modo più efficace attraverso cui il Potere riproduce se stesso, all'infinito, annichilendo ogni possibilità di cambiamento, annientando ogni possibilità di opposizione. Si tratta del più bieco dei ricatti sociali. L'ingiustizia e l'umiliazione, patita da chi avrebbe diritto a svolgere alcune mansioni, a ricoprire alcuni ruoli, a fare il proprio lavoro e avrebbe davvero voglia e volontà di farlo come si deve, rappresentano un fatto drammatico, ma incidentale. C'è un disegno al di sopra, direbbe qualcuno. Non so quanto intelligente e quanto, invece, esso derivi semplicemente dalla sozza pratica. Con la raccomandazione si creano uomini sottoposti, subalterni, sottomessi, ubbidienti. Si toglie la libertà. Perché se c'è qualcuno che ha il potere di mettermi a fare il mio lavoro, ne deriva che costui possiede anche il potere di togliermelo. In qualsiasi momento. Dover ricambiare il favore, in qualche modo, rappresenta una conseguenza perversa e vergognosa, ma (anche in questo caso) solo incidentale. Egli custodisce la mia libertà. E io non potrò mai fare qualcosa, qualunque cosa, che possa scontentarlo. Non potrò mai correre il rischio di danneggiarlo o infastidirlo, nello svolgimento delle mie mansioni. Quindi non sarò mai pienamente libero di svolgerle nel modo giusto e corretto. Così il Potere cresce, si fortifica, si riproduce e diventa indistruttibile, inghiottendo tutto il resto. Attraverso la creazione di tanti soldatini ubbidienti e mai insubordinati e il loro posizionamento a partire dai ranghi secondari fino a sublimarsi nella loro collocazione nei gangli vitali del sistema. 
Sono decenni che la scena mediatica vomita il termine meritocrazia. Il fatto è che si tratta di una parola vuota. I meriti, per definizione, sono sempre relativi. La democrazia non è un campo di battaglia, dove sfidarsi un contro l'altro armati. Il termine meritocrazia tradisce la medesima, sotterranea volontà di continuare a produrre soldatini, schierati uno contro l'altro. Vogliono tenerci al guinzaglio, premiare con una caramella quello di noi che salta più in alto, e poi chiamare questo meritocrazia. Noi, invece, quel guinzaglio dovremmo slacciarcelo, sfilarcelo senza remore.
Chi lo decide cosa merita un premio e cosa no? E soprattutto, perchè? Maradona non avrebbe mai potuto saltare in alto quanto Sotomayor, Jimmy Hendrix non avrebbe saputo dirigere la Filarmonica di Vienna, Eugenio Montale non avrebbe saputo scrivere una canzone di successo come Bob Dylan. Eppure ognuno di questi qualche merito pur ce l'avrebbe, mi sembra. E così ognuno di noi non sarebbe assolutamente in grado di fare un mucchio di cose, però, qualcuna magari sì, e di farla anche bene, con passione e dedizione, tanto da meritarsi qualcosa. Se non altro di essere libero di farla, che gliene sia data la possibilità. La vostra rancida meritocrazia, invece, pretende che tutti facciano più o meno la stessa cosa, ringhiando uno contro l'altro intorno allo stesso osso. Non me la bevo, la vostra rancida meritocrazia. Tutti meritano qualcosa, ognuno merita di essere libero di poterlo dimostrare. L'aspirazione più elevata che la democrazia si porta con sè è la conquista di questo diritto.