lunedì 12 ottobre 2015

L'imboscata a Capuano e la mistica del calcio

Il calcio è una credenza popolare. Religione deriva dal latino religio e l'etimologia risulta piuttosto controversa. Una delle ipotesi la fa discendere dal verbo latino religare, il cui significato è unire insieme, legare. In tal caso non risulterebbe difficile definire il calcio una religione. Qualcuno, il cui pensiero ha fatto discretamente scuola, la religione l'ha definita l'oppio dei popoli. Vale facilmente anche per il calcio. De Gregori, in una recente canzone, canta: "religione può essere un sentimento, religione può essere una fuga d'amore, religione può essere intrattenimento, religione può essere terrore". Si può facilmente sostituire la parola calcio a religione e la cosa funzionerebbe uguale. 
Il calcio, insomma, è una religione. Ha una sua mistica. Ha i suoi luoghi sacri, in cui non si celebrano messe, non si distribuiscono ostie, ma si danno formazioni, si dicono parole vergognose, scandalose, scandalosi e vergognosi si possono definire i propri giocatori, si urla, ci si fa venire la bava alla bocca, talvolta ci si afferra per la collottola, talaltra ci si prende proprio a pugni. Lo spogliatoio è il luogo sacro del calcio. Ha una sua letteratura, una sua mistica, appunto. Anche un suo cinema. Paolo Sorrentino, nel suo primo film, vi dedicò una scena di una forza simbolica straripante. L'allenatore di Antonio Pisapia percuote la sua squadra con linguaggio e atti puramente indegni. Prende addirittura a schiaffi un suo calciatore, un altro lo spinge fino a farlo ruzzolare in terra. Roba che lo sfogo di Eziolino, in confronto, è un buffetto sulla guancia. Il protagonista del film, Antonio Pisapia, capitano e stopper della squadra, sfida il suo allenatore. Con calma, voce limpida e misurata, interviene a proporre una variante tattica all'indemoniato mister. Il mister non ha alcuna intenzione di concedergli dignità umana pari alla sua propria e l'offende sanguinosamente. Pisapia si alza, sbatte la porta dello spogliatoio e scende in campo. Per rispondere lì, sul terreno da gioco. Chiudendo dentro, all'interno dello spogliatoio, le urla, la follia e lo scandalo. 
Nello spogliatoio dell'Arezzo, invece, c'era qualcuno già pronto a registrare. Prima che il mister iniziasse a parlare. Prima che urlasse e sfogasse la sua delusione verso una squadra che aveva pesantemente toppato. Tanto da perdere contro una compagine di Promozione. Li accusa di essere stati scandalosi, vergognosi. Vola qualche parolaccia. Dice: "se perdete con la Carrarese vi squarto, ne metto 10 fuori rosa". Perchè con la Carrarese non vuole perdere. Perchè crede nella sua squadra. Per Eziolino la sua squadra è come una sua creatura. L'ha costruita lui, ha provato a dargli un'anima. E quella squadra un'anima pareva davvero ce l'avesse. Fino ad allora il campo pareva aver dimostrato quello. Ora sente che qualcosa comincia a deteriorarsi, a incrinarsi pericolosamente. Vuole intervenire. Lo fa a modo suo. Vi squarto non è un' espressione poetica, ma lui è Eziolino, un uomo non peculiarmente celebre per la dolcezza del linguaggio. Il vero scandalo di quello sfogo è che c'era qualcuno pronto a registrarlo e diffonderlo. Il che ci può anche stare, per riderci su, magari a vittoria avvenuta. Eziolino concede anche questo. Lo tollera. Io lo so, e l'ha detto anche lui. Farlo uscire dallo spogliatoio per darlo in pasto agli avvoltoi, no. Questo non ci può stare e non può essere tollerato. 
Il calcio ha una sua mistica. Il calcio ha i suoi luoghi sacri. Il campo è il luogo in cui questa religione si mette in pratica e il campo è il luogo dove si misura il valore di qualsiasi uomo di calcio. Sarà solo il campo a giudicare il valore di Eziolino e della sua squadra. Non potrà essere mai un misero video su youtube a sostituirsi al campo di calcio.