mercoledì 5 agosto 2015

Il mio calcio



Sono le 7 e 30 di mattina. Sono seduto davanti al computer e non ho voglia di pensare alla mia vita. Provo a battere le mie dita sui tasti, sperando possa venirne fuori qualcosa di senso compiuto. Cerco una traccia, sono come un cane che fiuta nel terreno, però non so bene quello che ho intenzione di trovare. Non esiste una storia che racconti di un calciatore che sceglie di non essere e di non fare il calciatore. Nessuno, almeno, l’ha mai raccontata. Non l’hanno raccontata perché quelli che decidono di smettere di fare i calciatori e magari decidono di trovarsi un lavoro serio, appartengono al mondo delle ombre. Sui giornali non ci sono mai finiti e in televisione nessuno l’ha mai visti. Sono coloro che con il calcio non possono vivere. Coloro che devono guadagnarsi da vivere, che nel mondo non hanno un posto e uno spazio che sia a loro riservato e l’unico calcio che riescono a giocare non è quello in grado di poterli aiutare. Quel loro calcio non basta a guadagnarsi da vivere. Storie che non vengono raccontate. Storie, invece, di calciatori con ingaggi milionari o giù di lì, che prendono, salutano la compagnia e vanno a vivere in una casetta su un lago della Finlandia non ne esistono.
A pensarci bene, io, nella vita, non avrei voluto davvero fare il calciatore. Avrei mai rinunciato a un ingaggio milionario per andarmene a vivere in una casetta su un lago della Finlandia? Seduto davanti a questo computer, non lo so. Tuttavia ne dubito. So che non avrei voluto fare il calciatore di mestiere. Almeno un allenamento al giorno, tutti i giorni. Ogni maledetta domenica una partita, ogni maledetta domenica un’esibizione in cui devi dimostrare chi sei. Ogni maledetta domenica devi essere più bravo di un altro. E ogni volta che non ci riesci, hai perso. Hai perso contro gli altri, hai perso contro te stesso. Lo so, il calcio è uno sport di squadra. Sentirmi parte di una squadra non mi viene naturale. Posso riuscirci, ma a determinate condizioni e in situazioni specifiche. Ho bisogno di comunanza non già d’interessi e obiettivi, ma di comunanza di passioni e sentimenti. Potrei dire anche d’ideali e dicendolo ora, davanti a questo computer, mi rendo conto che sarei stato più adatto a fare politica, a entrare in un partito. Però mi rendo anche conto che sto ammettendo un’idea romantica di politica e di partito che in alcun modo si attaglia alla realtà contemporanea.   
Cerco una traccia, come un cane che fiuta nel terreno, ma forse quello che cerco non lo trovo perché non esiste. Sicuramente, quando ero bambino, non c’era cosa al mondo che mi piacesse di più che giocare a calcio. E non c’è niente che mi è piaciuto fare più di quello, neanche dopo. Forse solo innamorarmi l’ho trovato più appassionante, ma innamorarmi non è fare. Innamorarmi è aspettare, sognare, sperare. Neanche fare l’amore è innamorarsi. Ammesso che esista fare l’amore e non sia la stessa cosa che scopare. Niente mi è mai piaciuto di più che avere un pallone tra i piedi e sfidare gli avversari, inventare traiettorie e creare azioni. Non c’era strumento più capace del pallone di coagulare e poi addirittura realizzare le mie fantasie e non c’era luogo più idoneo per metterle in pratica del campo da calcio. Tuttavia il calcio per me era un gioco. Il gioco di un bambino, poi di un ragazzino. Forse davvero non avrei voluto che fosse il mio mestiere. E comunque né il mio destino, né il mio talento limitato me l’hanno permesso.

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