lunedì 24 agosto 2015

Ascanio Celestini, le donne e il cimitero

Caro Ascanio Celestini,
io non lo so perchè discorriamo di tutto, ma non parliamo di morte. Ho provato a darti una possibile risposta su Twitter, che sicuramente non accoglierai e che probabilmente non prenderai neanche in considerazione. Devo ammettere che il tuo scritto mi ha fatto riflettere. Nutro sempre interesse verso qualcuno o qualcosa che possa spingermi a guardare le cose da una prospettiva diversa, ribelle rispetto al senso comune e dominante. Quand'anche, come in questo caso specifico, questa prospettiva possa apparirmi più tenebrosa e anche più storta di quella del senso comune e dominante. E allora ho pensato che, forse, non parliamo di morte perchè la morte non ha alcun senso. E nella sua spietata e invincibile assenza e privazione di senso ha il potere di deprivare di significato e di valore anche tutto il resto. Se pensiamo alla morte tutta la vita rischia di apparirci priva di senso e con essa tutte le passioni, le idee, le battaglie, i sentimenti che possano animarla e riempirla. Mi perdonerai se non arrivo a citare Pasolini, ma ho la limitata capacità di fermarmi semplicemente a Francesco Guccini e alla sua "Canzone per un'amica". La mia riflessione, invece, non si è fermata qua. Sebbene io non sia riuscito in alcun modo a trovare una correlazione tra l'inquietante funerale del boss dei Casamonica e il sentimento di oscenità pubblica che ne deriva, si è affacciato alla mia mente il ricordo di una vicenda ben strana. Non ha un significato preciso e non se ne può trarre alcun valore filosofico o teologico. Non credo possa illuminare niente di questo tremendo buio in cui siamo immersi e non può assolutamente risolvere nessuno dei dilemmi che dilaniano la nostra società. Così come il tuo pezzo. Esattamente allo stesso modo. Con la differenza, però, che il tuo pezzo mi sembrava avere l'aspirazione a farlo e mi sembrava animato dalla volontà di riuscirvi. La storia che voglio raccontare io non ha alcuna aspirazione e non esprime nessuna volontà. si tratta della confessione che un mio amico mi ha fatto qualche tempo fa. Ed è anche una storia piuttosto triste. Questo mio amico qualche anno fa aveva una fidanzata. Non era sicuro di amarla, ma non l'avrebbe lasciata mai. Credeva che lei lo amasse e ciò gli bastava a rendere la sua vita più sensata. In un certo modo la consapevolezza dell'amore di lei gli allontanava l'idea della morte. Finchè un giorno, senza che vi fosse qualche particolare ricorrenza, decisi di rendere omaggio ai suoi parenti e conoscenti morti. Si recò al cimitero del suo paese natale e depose un fiore sulla tomba di ognuno di loro. La sera uscì con la sua ragazza e fu l'ultima sera. Lei gli sbattè in faccia, senza preavviso, che non lo amava più e che non aveva nessuna intenzione di rivederla mai più, la sua faccia. Il mio amico passò dei brutti momenti. Ci volle del tempo prima che riuscisse a riprendersi. Ma ce la fece. Poi successe che s'innamorò di un'altra ragazza, o almeno lui così credeva. Stavolta la storia fu ben più complicata. Lei non voleva saperne di concedersi e lui non era sicuro che potessero mai amarsi davvero. Ciò non gl'impedì di continuare a rincorrerla e di permettergli di pensare ad altre che non a lei per più di due anni. Nell'indomabile speranza che un giorno si sarebbero amati. Finchè non gli capitò di dover accompagnare un parente al cimitero del suo paese natale. Stavolta non depose fiori, ma rivisitò tutte le tombe dei suoi parenti e conoscenti morti. La sera quella ragazza gli mandò un sms in cui diceva: "tutto bene. Non preoccuparti per me". Il giorno dopo provò a chiamarla, ma il suo telefono non poteva più squillare. Aveva cambiato numero. Aveva cambiato casa. Aveva cambiato vita. Tutto senza di lui e senza nemmeno salutarlo. Non l'ha rivista mai più. Questo mio amico non riesce a farsene una ragione e non ha ancora deciso se deve smettere d'innamorarsi o deve smettere di andare al cimitero del suo paese natale a rendere omaggio ai morti.

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