martedì 16 giugno 2015

Postilla ad un vecchio post

Qualche mese fa, commentando la Riforma del Senato messa in campo da Renzi, ebbi a dire che mi sembrava complessivamente non disastrosa. Mi do atto che, allora come adesso, segnalai che m'inquietava la totale assenza di prospettiva ideale nella furibonda attività politica e governativa di questa maggioranza. Ritenevo allora come ora, come sempre, ravvisabile l'assenza di una visione, la mancanza della tensione verso una direzione chiara e riconoscibile e notavo  il dibattersi e il dimenarsi furibondo di questo Presidente del Consiglio e del suo governo come se fossero all'interno di una giostra di riformismo più pubblicitario e plastificato che di sostanza e prospettico, un riformismo inteso come fine e non come mezzo. E questo fine, tra l'altro e peggio mi sento, sembrava essere essenzialmente teso a riverberare il consenso e la popolarità del "leader". Tutto questo mi appariva non solo vano, ma pericoloso per la tenuta del nostro tessuto istituzionale e insidioso per la salute della nostra democrazia. Bene. Me ne sono dato atto. Ora, però, la riflessione e il dovere mi impongono di contraddirmi e di fare ammenda riguardo alla valutazione espressa riguardo specificamente alla Riforma del Senato. Avevo sottovalutato l'impatto che essa avrebbe avuto in combinazione con l'Italicum. Eleggere una sola camera, con i criteri predisposti dall'Italicum, risulta senza dubbio una mazzata al concetto di sovranità popolare e al concetto di composizione democratica del voto all'interno delle istituzioni. Oltretutto la riforma appare complessivamente pasticciata e ritengo esemplificativo di ciò il fatto che un organo che, tra i suoi compiti peculiari, dovrà avere quello di controllo sugli atti e sull'operato delle Regioni, sia composto da persone scelte dalle Regioni stesse. Il classico esempio di controllore scelto dal controllato che pare essere un vezzo tipico di questi nostri bassi tempi.

mercoledì 10 giugno 2015

Abitudini televisive degli Italiani



Dare la colpa a qualcun altro è un esercizio così facile che tutti possono riuscirci. Una di quelle cose che potete comodamente fare seduti dal divano di casa vostra. Ancor più facile che replicare una ricetta proposta da Benedetta Parodi.  Per dare la colpa a qualcuno non c’è bisogno di staccarsi neanche dalla tv e di alzarsi dal divano, mentre per replicare una ricetta di Benedetta Parodi bisogna alzarsi, andare in cucina e se poi ci si rende conto di non avere gli ingredienti  in frigorifero, bisogna addirittura uscire per fare spesa. Non semplice come decidere di piantarla col buonismo e dire basta all’immigrazione selvaggia di costoro che vengono a rubarvi non più neanche il lavoro, che quello ormai è un puro optional, ma vengono a occupare le vostre case o addirittura ad usurpare le camere d’albergo, magari non proprio vostre ma di qualche vostro amico. Ben pagato dallo Stato, per carità, ma vi pare giusto che lo Stato spenda così i vostri soldi?  Dite basta e battete il pugno sul bracciolo del divano, non c’è bisogno neanche di andare a fare le ronde ché ormai non ve le chiedono più. Facilissimo. Ancor meno complicato che partecipare al televoto di un talent show. Perché per  televotare bisogna scegliere chi vi piace di più e, oltretutto, il televoto tendenzialmente si paga. Dare addosso al clandestino dal divano di casa propria, invece, non costa nulla. Vi rimette in pace con voi stessi e col vostro Paese,  v’inebria anche di un conturbante sentimento di patriottismo. E poi vi rilassa. Magari non vi appassiona come le emozionanti sessioni notturne alla caccia del mostro assassino nascosto dentro al plastico, ma quell'altro esercizio ha un effetto più taumaturgico sulla vostra coscienza. Perché quando tirano fuori il mostro del plastico e voi vi convincete che è lui, poi magari salta fuori qualcuno che dice che non è così. Qualcuno che insinua che la verità sia più complessa e che le cose non sono così come sembrano. I mostri del plastico hanno quasi sempre un buon avvocato, i clandestini invece no.  Con i clandestini basta dire “no al buonismo” e potete smontare ogni velleità di difesa. Facilissimo.  
Pensate, invece, come sarebbe difficile alzarsi dal divano. La fatica che vi costerebbe usare davvero il cervello e cercare di capire il mondo. Acquisire davvero consapevolezza di dove risiedano le ingiustizie e di quali sono davvero i vostri diritti negati.  Capire chi è, davvero, che ve li nega e combattere per riconquistarli. Alzare la testa. Leggere qualche libro in più. Partecipare alla vita politica e ribellarsi a chi vi confina sul divano di casa vostra a ingozzarvi delle loro cretinate. Essere liberi. Costa tanta fatica. Troppa. Vi conviene?                        

giovedì 4 giugno 2015

Se mi piace il Barcellona c'è un motivo

Ormai sono diverse settimane che una massa più o meno informe di persone pensano a lei. Essi lavorano e pensano a lei, tornano a casa e pensano a lei, chiudono gli occhi e pensano a lei, essi non dormono e pensano a lei. Vivono quasi tutti qui in Italia, molti di loro sono nel tuo paese, alcuni abitano vicino a te, li incontri per strada, alcuni li conosci proprio bene. Sognanti e frastornati, da qualche settimana, trascinano la loro vita nell'attesa di un evento. L'Italia ne è piena ed è piena anche di coloro che non li possono soffrire. Anzi, che sperano con tutto il cuore che siano gli altri a soffrire, che anela la loro umiliazione, che freme per la loro disfatta. I primi sono gli juventini, ce ne sono troppi e da settimane chiudono gli occhi, non dormono e pensano alla loro Juve e alla finale di Champions. Quegli altri sono gli anti-juventini, sono troppi anche loro e sabato sera saranno anch'essi davanti alla tv, probabilmente con la bocca aperta.
Più o meno è così che vivono il calcio milioni di persone nel nostro Paese ed è anche così che il calcio è nato, cresciuto, si è sviluppato e resiste orgogliosamente come fenomeno sociale in Italia e nel mondo. Va bene, va male. Non lo so e chissenefrega. Ognuno è libero di scegliersi le proprie passioni e di sentirle e viverle come più gli aggrada. Tanto più che sabato sera davanti al televisore ci sarò anch'io, probabilmente con la bocca chiusa. Del resto sono circa vent'anni che di partite veramente importanti non me ne perdo una. Nonostante del calcio come fenomeno sociale me ne impipo ormai grandemente. Sono stato ingenuo anch'io, lo ammetto. Sono stato un tifoso. Uno di quelli che riteneva che tifare per il Napoli fosse un tratto della propria personalità, che Maradona fosse un simbolo che identificava una comunità, simbolo di un amore in cui riconoscersi. Non lo penso più e non solo perchè Maradona non gioca più. Mi sono semplicemente laicizzato. In altri ambiti li chiamerebbero effetti della secolarizzazione. Ora il calcio lo guardo, lo seguo, talvolta non riuscendo a trattenere moti di disgusto e sentimenti di ripulsa, ma in un certo modo resisto. E il motivo vero per cui riesco ancora a resistere è che su un campo di calcio, ogni tanto e in dosi ormai quasi omeopatiche, si realizza qualcosa di spettacolare, qualcosa di affascinante al punto che talvolta anche io rimango lì a guardare a bocca aperta.
Questo sport è diventato monotono, ripetitivo, uguale a se stesso. Più cianciato, ciarlato, ciurlato nel manico, pubblicizzato, maketizzato che giocato, vissuto, sentito. Il campionato di Serie A ha da anni poco senso, esiti assai prevedibili e, cosa ben più grave, non sempre cristallini. Talvolta mi capita di nutrire il sospetto che quello che succede sul campo sia stato, più o meno parzialmente, preordinato e prefiguerato prima e altrove. E ti passa la voglia.
Poi, però, vedi un piccoletto che s'incolla il pallone al piede sinistro, s'infila sicuro e invincibile come un bambino tra gli adulti, li rade al suolo con la sola potenza di una finta e scavalca il portiere con un tocco poetico. Il calcio ha ancora senso perchè c'è Messi.
Oppure vedi un tizio un po' strambo e matto, con i dentoni un po' sporgenti, che se gli dai fastidio è capace pure di rifilarti un morso, però quando prende il pallone tra i piedi sembra abbia chissà quale torto atavico da vendicare. Gli avversari gli si lanciano contro inviperiti, ma lui gli fa passare il pallone sotto le gambe con leggiadria e poi, senza dare neanche il tempo di reagire, spara un destro dentro al sette. Il calcio vive perchè c'è Suarez.
E poi c'è un altro che è un fuscello coi capelli a cresta variopinta, che a vederlo così non gli daresti certo un passaggio, se lo incontrassi sulla tua strada a fare l'autostop. Lui, però, piazza il piede sopra al pallone e comincia a danzare. Destro, sinistro, suola, tacco, punta che gli avversari s'infumano paurosamente, perchè pare voglia sfotterli, ma non lo prendono mai, tranne che per tirargli un calcione per vana ripicca. Perchè Neymar, in fondo, non manca di rispetto agli avversari. Semplicemente gioca, crea, si diverte. Perchè il calcio è questo. Se non ci si diverte allora che senso ha?
E allora, con buona pace degli juventini e degli anti-juventini, io sabato sera la partita me la guardo perchè gioca il Barcellona e perchè in campo ci sono Messi, Suarez e Neymar.