venerdì 14 novembre 2014

Note a margine

Qualcuno, dopo aver letto il precedente post, mi ha detto che io sottovaluto l'importanza della comunicazione. Qualcun altro ha ritenuto che fosse piuttosto bizzarro che scrivessi una roba del genere proprio io, che ho deciso, nottetempo, di invischiarmi nel famigerato Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, portandolo anche a termine. Non è così. L'importanza della comunicazione non credo affatto mi sfugga. Ritengo piuttosto che sia proprio questa consapevolezza e questa comprensione a farmi avere determinati punti di vista. Mi riferisco alla consapevolezza e alla comprensione del fatto che la comunicazione sia così importante da rappresentare, addirittura, un bisogno. Se non sapessimo o potessimo comunicare, non potremmo vivere. La nostra mente è strutturata per comunicare. Alcuni nostri organi sono essenzali a questa funzione, rendendoci capaci di emettere suoni complessi, di pronunciare parole. E non si tratta neanche di un bisogno solo umano. Sicuramente anche altre forme animali condividono questo bisogno e lo esprimono e lo soddisfano in forme che a noi in gran parte sfuggono, perchè la comunicazione non è soltanto un prodotto della mente, ma una realizzazione dell'essenza del comunicatore. Ragion per cui noi, con la nostra mente e la nostra essenza umane, non siamo in grado di comprendere appieno l'espressione di altri esseri.
Per quanto riguarda il corso di laurea in Scienze della Comunicazione, va compresa la differenza tra scienza e tecnica. La scienza è il complesso di conoscenze, la tecnica è il modo con cui vengono applicate.
Potrebbe risultare interessante spiegare che la frase "l'ultimo rifugio dei vigliacchi è la comunicazione" saltò fuori proprio nel corso di una lezione all'Università. Era una delle prime lezioni a cui assistevo e Stefano Gensini, il mio professore di semiotica, fece riferimento ad una canzone dal titolo "L'aggettivo mitico", in cui De Gregori cantava questa frase. Io conoscevo la canzone e questa frase mi aveva colpito, ma allora non ero ancora in grado di attribuirvi il senso che vi attribuisco adesso. Il senso, cioè, che ho cercato di esprimere scrivendo quella roba e che ora ritorno a cercare di esprimere. Un senso che si configura soprattutto come un senso del limite. Il limite oltre il quale la comunicazione smette la propria funzione essenziale e diventa manipolazione o, peggio, costruzione ed edifizazione del nulla. Per comprendere la natura di cui questo limite consiste e il posto preciso dove esso è situato, ci corre in aiuto la filosofia, ci porta per mano Kant. In uno dei suoi imperativi categorici Kant ammoniva a non trattare l'uomo, nè se stessi nè gli altri, come fine e non come mezzo. Per Kant l'uomo è il fine, perchè l'uomo è la Ragione all'interno della quale vivono i principi morali. Per me, semplicemente, la comunicazione è un mezzo. Un mezzo attraverso cui veicolare idee, principi morali o immorali che siano. Un mezzo attraverso cui dare un senso al mondo e alla vita. Probailmente neanche un mezzo, ma il mezzo. La musica, l'arte, il cinema, la letteratura, il linguaggio, la pubblicità, sono tutti sottoinsiemi che fanno capo all'insieme che li comprende tutti e che è appunto la comunicazione. Il problema sorge quando il mezzo diventa il fine. Se si pretende di padroneggiare una tecnica e di esercitarla in modo da permettere, grazie ad essa, di poter far passare qualsiasi stronzata come un'idea accettabile e convincente non siamo semplicemente nel campo dell'immoralità kantiana, ma siamo al punto in cui qualsiasi esigenza e qualsiasi cosa convenga a chi detiene il potere economico e politico può diventare senso comune, legge e regola. La comunicazione usata come fine e non come mezzo, quindi, presta inevitabilmente il fianco alla dominanza e all'assoggettamento. E alla dipendenza di chi la subisce.

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