mercoledì 8 ottobre 2014

Smetto quando voglio, ovvero come scartare di lato.

Parlare di “Smetto quando voglio”,adesso, risulta fuori tempo. Quindi io, adesso, sono perfetto per parlarne.
Il film è uscito nella sale a febbraio e, per fortuna, non è passato inosservato. L’operazione è perfettamente riuscita. Si trattava dell’opera prima di un regista dal nome hollywodiano, ma dalla provenienza decisamente meno cinematografica. Sidney Sibilia è un giovane, più giovane di quelli che ai nostri tempi sono comunemente ritenuti giovani, senza esserlo. Un giovane del Sud, uno che viene da Salerno. E a 32 anni ha girato e diretto il suo primo film. Di successo. Un portatore di una storia perfetta, insomma, per questi bassi tempi. Uno di quelli che per definizione non ce la possono fare e non ce la dovrebbero fare. Che, però, ce l’ha fatta. Una roba adatta per appiopparvi quella definizione che oramai è diventata cara anche a quell’invasato di Morgan: “una bella storia”. E infatti se ne è parlato, a suo tempo. Il film ha avuto la sua meritata pubblicità. Ed anche i suoi meritati riconoscimenti. Pare che questo Sidney e gli sceneggiatori che hanno lavorato con lui siano davvero bravi e abbiano tirato fuori una pellicola di autentico pregio. Riuscendo ad affrontare un tema realmente drammatico con la leggerezza che si richiede ai nostri tempi, per avere qualcuno che ti ascolta e, in questo caso, che ti guarda. Riuscendo anche nell’impresa di non sacrificare incisività, originalità e intelligenza sull’altare della leggerezza. Grazie anche al lavoro degli interpreti, tutti giovani anch’essi e tutti dall’inoppugnabile talento. Più o meno in questo modo, in una mia interpretazione molto libera e in una mia rappresentazione molto autonoma, si è parlato di “Smetto quando voglio” sin dalla sua uscita a febbraio. Io, che l’ho visto per la prima volta soltanto ieri sera  e che cerco di non criticare mai un film senza prima vederlo, oggi posso dire che c’avevano ragione. E posso provare anche a dire qualcosa che non lo dicevano gli altri, ma ora lo dico io.
“Smetto quando voglio” sembra flirtare con grande trasporto con il paradosso. Sembra voler debordare i confini della verosimiglianza senza travolgerli, appunto con leggerezza. Spostare l’asticella della credibilità non forse un po’ più in alto, ma di lato. I personaggi per quanto attendibili e con storie non impossibili nella complessa realtà contemporanea, difficilmente li puoi scambiare con persone realmente esistenti. Così come l’epopea della stralunata banda che conquista il mercato delle smart drugs può risultare anche credibile, ma solo in una realtà trasfigurata, quasi parallela. Un mondo, appunto, di lato. Scritto così, temo che nessuno mi abbia capito. Neanche forse Enrico Ghezzi. Concedetemi, però, di provare ad essere più chiaro. Alla prima riunione della banda, i fenomenali laureati luminari pezzenti sono ignari del motivo per cui sono effettivamente lì riuniti, all’interno di uno squallido e asfittico capannone ai bordi di una pompa di benzina. Uno degli astanti, un archeologo più quasi mai pagato che mal pagato, il meno giovane e quindi il più rotto all’esperienza del disastro, crede di anticipare il chimico creativo, protagonista principale del film e dichiara la propria indisponibilità all’ennesima protesta, un’altra manifestazione dove rimediare immancabilmente l’ennesima manganellata tra capo e collo dalla polizia. Quello è il punto in cui il film raggiunge il suo realismo più crudo, quello è il momento in cui siamo addirittura nella cronaca del reale. Ed è contemporaneamente anche il momento in cui ci si trova a sprofondare nella pura assurdità, il punto di più cruda incredibilità. Non c’è finzione, non c’è fantasia che possa superare l’assurdità e l’incredibilità di una realtà che colpisce con un violento colpo di manganello sulla testa qualsiasi speranza, qualsiasi velleità di chi nella vita è riuscito dove tutti gli altri non sanno e non possono riuscire. Quella realtà che ti prende per il bavero e ti dice: “ bravo, bravo. Hai voluto studiare più degli altri. Sei più intelligente, sei migliore degli altri?” e sbattendoti in testa un colpo di manganello ti sistema: “e allora sei un perdente. In questo mondo i migliori sono quelli che devono perdere”. Cosa può essere più incredibile? Infatti è da qui che nasce l’idea del protagonista, il chimico che inventa la nuova smart drugs, per fottere finalmente il mercato, direi meglio per fottere con il mercato. Ed è da proprio da qui che nasce anche il senso del film. I suoi dialoghi, la sua storia. Per portarci in un’altra dimensione, in un altro mondo, un po’ paradossale, un po’ grottesco. Una dimensione altra, alternativa rispetto ad una realtà che è così assurda, così incredibile, così invincibile, da potersi solo rifiutare. E a chi non sa, non può e non vuole adeguarsi, non resta che scartare di lato. E cadere. Come fece Bufalo Bill. Come fa questa favolosa banda di laureati.



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