venerdì 24 ottobre 2014

Solitary road

Mi piace camminare per strade solitarie. Oggi l'ho fatto. Le so riconoscere. C'è ancora vita lì dentro, anche se ti puoi facilmente ingannare che non sia così. Per certe strade solitarie la vita sembra davvero scomparire, assentarsi. Pare essersi fermata prima di lì e ricominciare subito dopo. Alla fine della strada. Ed è proprio questo che me le fa preferire. A volte. In certe strade solitarie puoi finalmente assentarti un attimo dal mondo. Fermarlo. Farlo smettere di girare. E per un attimo esisti solo tu. Il mondo sei tu, la vita sei tu. Fino alla fine della strada.
Ogni strada solitaria che si rispetti ha un muro alto e chiaro che la costeggia. Anche quella nella quale oggi mi sono addentrato. Freddo e insensibile. Specie in una giornata come questa, bagnate da un sole triste e corrucciato. Ho guardato su quel muro, credendo di trovare la mia ombra. Ma quell'ombra non ero io. Me ne sono accorto subito, malgrado la difficoltà che trovo nel riconoscermi. Non ero io, perchè eri tu. E a te ti riconoscerei comunque e dovunque. Per un attimo tutto mi è sembrato ricominciare a girare nel verso giusto, però anche un tipo come me, "uno che vuol pensare di volare" come mi dicesti tu un giorno, sa rendersi conto della differenza tra un'ombra e una persona. Allora ho avuto paura. Ho riguardato sul muro ed ora le ombre erano almeno tre. E prima che potessi riconoscerle, ho smesso di guardare. Ho affrettato il passo, correvo quasi per scappare da quella strada, arrivare in fondo. Alla fine della strada il mondo è cominciato come prima. Alla fine della strada tu non c'eri. Però, io ti cercavo.

mercoledì 8 ottobre 2014

Smetto quando voglio, ovvero come scartare di lato.

Parlare di “Smetto quando voglio”,adesso, risulta fuori tempo. Quindi io, adesso, sono perfetto per parlarne.
Il film è uscito nella sale a febbraio e, per fortuna, non è passato inosservato. L’operazione è perfettamente riuscita. Si trattava dell’opera prima di un regista dal nome hollywodiano, ma dalla provenienza decisamente meno cinematografica. Sidney Sibilia è un giovane, più giovane di quelli che ai nostri tempi sono comunemente ritenuti giovani, senza esserlo. Un giovane del Sud, uno che viene da Salerno. E a 32 anni ha girato e diretto il suo primo film. Di successo. Un portatore di una storia perfetta, insomma, per questi bassi tempi. Uno di quelli che per definizione non ce la possono fare e non ce la dovrebbero fare. Che, però, ce l’ha fatta. Una roba adatta per appiopparvi quella definizione che oramai è diventata cara anche a quell’invasato di Morgan: “una bella storia”. E infatti se ne è parlato, a suo tempo. Il film ha avuto la sua meritata pubblicità. Ed anche i suoi meritati riconoscimenti. Pare che questo Sidney e gli sceneggiatori che hanno lavorato con lui siano davvero bravi e abbiano tirato fuori una pellicola di autentico pregio. Riuscendo ad affrontare un tema realmente drammatico con la leggerezza che si richiede ai nostri tempi, per avere qualcuno che ti ascolta e, in questo caso, che ti guarda. Riuscendo anche nell’impresa di non sacrificare incisività, originalità e intelligenza sull’altare della leggerezza. Grazie anche al lavoro degli interpreti, tutti giovani anch’essi e tutti dall’inoppugnabile talento. Più o meno in questo modo, in una mia interpretazione molto libera e in una mia rappresentazione molto autonoma, si è parlato di “Smetto quando voglio” sin dalla sua uscita a febbraio. Io, che l’ho visto per la prima volta soltanto ieri sera  e che cerco di non criticare mai un film senza prima vederlo, oggi posso dire che c’avevano ragione. E posso provare anche a dire qualcosa che non lo dicevano gli altri, ma ora lo dico io.
“Smetto quando voglio” sembra flirtare con grande trasporto con il paradosso. Sembra voler debordare i confini della verosimiglianza senza travolgerli, appunto con leggerezza. Spostare l’asticella della credibilità non forse un po’ più in alto, ma di lato. I personaggi per quanto attendibili e con storie non impossibili nella complessa realtà contemporanea, difficilmente li puoi scambiare con persone realmente esistenti. Così come l’epopea della stralunata banda che conquista il mercato delle smart drugs può risultare anche credibile, ma solo in una realtà trasfigurata, quasi parallela. Un mondo, appunto, di lato. Scritto così, temo che nessuno mi abbia capito. Neanche forse Enrico Ghezzi. Concedetemi, però, di provare ad essere più chiaro. Alla prima riunione della banda, i fenomenali laureati luminari pezzenti sono ignari del motivo per cui sono effettivamente lì riuniti, all’interno di uno squallido e asfittico capannone ai bordi di una pompa di benzina. Uno degli astanti, un archeologo più quasi mai pagato che mal pagato, il meno giovane e quindi il più rotto all’esperienza del disastro, crede di anticipare il chimico creativo, protagonista principale del film e dichiara la propria indisponibilità all’ennesima protesta, un’altra manifestazione dove rimediare immancabilmente l’ennesima manganellata tra capo e collo dalla polizia. Quello è il punto in cui il film raggiunge il suo realismo più crudo, quello è il momento in cui siamo addirittura nella cronaca del reale. Ed è contemporaneamente anche il momento in cui ci si trova a sprofondare nella pura assurdità, il punto di più cruda incredibilità. Non c’è finzione, non c’è fantasia che possa superare l’assurdità e l’incredibilità di una realtà che colpisce con un violento colpo di manganello sulla testa qualsiasi speranza, qualsiasi velleità di chi nella vita è riuscito dove tutti gli altri non sanno e non possono riuscire. Quella realtà che ti prende per il bavero e ti dice: “ bravo, bravo. Hai voluto studiare più degli altri. Sei più intelligente, sei migliore degli altri?” e sbattendoti in testa un colpo di manganello ti sistema: “e allora sei un perdente. In questo mondo i migliori sono quelli che devono perdere”. Cosa può essere più incredibile? Infatti è da qui che nasce l’idea del protagonista, il chimico che inventa la nuova smart drugs, per fottere finalmente il mercato, direi meglio per fottere con il mercato. Ed è da proprio da qui che nasce anche il senso del film. I suoi dialoghi, la sua storia. Per portarci in un’altra dimensione, in un altro mondo, un po’ paradossale, un po’ grottesco. Una dimensione altra, alternativa rispetto ad una realtà che è così assurda, così incredibile, così invincibile, da potersi solo rifiutare. E a chi non sa, non può e non vuole adeguarsi, non resta che scartare di lato. E cadere. Come fece Bufalo Bill. Come fa questa favolosa banda di laureati.



mercoledì 1 ottobre 2014

Il cavallo di Renzi

La sinistra italiana in questi 20 anni ha governato poco e male. Poco perché ha spesso perso. Male perché non ha assolto ai suoi compiti storici. Non ha frenato la deriva disegualitaria nei giochi dell’economia e del potere. Non ha avuto la forza e forse nemmeno la voglia di imporre una propria visione di modello sociale ed economico realmente alternativo, nuovo e convincente. Per questo la sinistra è in crisi gravissima e il mondo non mi pare vada tanto bene. Tuttavia, sostituire definitivamente la sinistra con un magma uniforme di destra che copre tutto l’arco costituzionale, non mi pare una soluzione accettabile. Se l’effettivo compito che si è assunto Renzi è di uccidere definitivamente la sinistra italiana, mi pare stia a cavallo. A cambiare l’Italia, invece, lo vedo un po’ indietro col programma. Ammesso che gli sia chiaro qual è il programma.