mercoledì 27 novembre 2013

Il ritorno delle riflessioni

In fondo ieri notte mi è successo semplicemente un'altra volta di capitare nel posto sbagliato al momento sbagliato. In fondo ci sono abituato, mi succede spesso. E poi, non è meno frequente quello che è successo dopo. Io e lei non ci siamo capiti, sono giunto a sentirmi uno stupido, tanto più che, in sintesi, era proprio ciò che lei sosteneva. Io sentivo che non aveva ragione, ma facevo così fatica a spiegarlo a me stesso che di certo non avrei potuto spiegarlo a lei. Ma sì, mi è successo tante e tante di quelle volte. E con diverse lei, per quanto piuttosto simili tra loro per alcuni fondamentali particolari. Ieri notte, però, mi sono portato dietro come di consueto non proprio una sensazione di piacevolezza nell'anima. Non meno delle altre volte. Rispetto alle altre volte, però, stavolta mi era rimasto anche il rovello di un interrogativo. Sia io che lei, infatti, ad un certo punto ci siamo chiesti cosa diavolo me lo fa fare. Se alla fine succede sempre così, specie con lei, cosa mi impedisce in certe occasioni, in partenza, di desistere? Proprio, testualmente, quello che consigliava Totò, nel caso uno s'accorgesse, dopo aver spremuto la mozzarella, che il latte non esce. E soprattutto aleggiava nell'aria, inevasa, quella sua precisa e ineludibile domanda: "Perché non mi lasci in pace?". 
Mi ci è voluta una notte quasi insonne e una giornata un po' carogna per giungere ad una risposta. Anche se lei non la leggerà mai, perché lei ignora proprio che queste pagine esistono, io a lei mi rivolgo. Anche se ieri sera non gliel'ho detto e ho lasciato che troppo a lungo quella domanda vibrasse nell'aria, fastidiosa come una mosca che ti ronza intorno al viso. Ora però, anche se lei non lo sa e forse non lo saprà mai, questa domanda l'afferro e questa mosca forse riesco a scacciarla dal mio viso.
Comincio col darti atto di avermi fatto una bella domanda. La tua domanda apre una voragine, ci fa sprofondare nel mio mondo. Perché faccio queste cose? Perché pretendo di fare miracoli? Perché mi appassiono alle cause perse? Perché tu, mia cara, sei una causa persa, la cosa è chiara anche a me. Chi lo sa. A volte mi convinco di poter essere dio. Più che altro Gesù. Un Gesù scapestrato, inchiodato a questa Terra, sprofondato in questa melma. Con una missione da compiere. Ignota, ma terribilmente complicata. E degna di gloria. Il fatto è che non sono nemmeno pazzo. O, almeno, gli specialisti del settore dicono di no. Io non sono neanche poi tanto d'accordo con loro. Secondo me potrebbero esserci buone possibilità che io pazzo lo sia, ma pare che proprio questa mia consapevolezza dimostri l'assenza della mia pazzia. Secondo me sono pazzo e quindi, per questo, secondo loro non sono pazzo. La logica dietro questo pseudo-assioma risulta tutt'altro che stringente, ma gli specialisti del settore paiono convinti.
Il fatto forse è che come essere umano non mi ci vedo tagliato, almeno non mi vedo un essere umano come Dio comanda. E allora abbraccio le cause perse come te, provo a fare i miracoli, nella strana pretesa di testarmi come dio. Tu mi dirai: ma se non ti convinci come uomo, con che criterio pensi di poter fare dio? 
E io ti dico: sai com'è? Quando non si riescono a fare le cose possibili, non si riesce a stringere ciò che è a portata di mano, alcuni semplicemente decidono di sputarsi in faccia, io invece passo alle cose impossibili. Essendo esse impossibili, per definizione, se pure non riesco a compierle non c'è bisogno che io mi sputi in faccia. Forse la risposta, che è dentro di me e non so quanto è sbagliata, è proprio questa. Io aborro il gesto dello sputo. Me l'ha inculcato il mio primo allenatore, quando ero piccoletto e giocavo a calcio: "sputare in faccia a qualcuno è ripugnante, è un gesto disdicevole." Specie, aggiungo io, se lo si compie verso se stessi. Ecco quindi, tornando a noi mia cara, se ancora a volte ti cerco, se non do' un calcio nel sedere a te e alla causa persa che tu rappresenti è perché, pur di non sputarmi in faccia, a volte giungo ad illudermi di poter essere uno scalcagnato Gesù.

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