giovedì 30 maggio 2013

Un vecchio cronista

Gianni Clerici è un vecchio giornalista. Di quei giornalisti che c'erano una volta. Che, in realtà, erano scrittori che scrivevano anche sul giornale. Che amavano il loro mestiere e il loro mestiere era la scrittura. Di quelli che, per vezzo, si autodefiniscono cronisti. Come fa lui. Per sottolineare e rivendicare la nobiltà di una parola, oltre che di un lavoro. Gianni Clerici la sua vita da cronista ha deciso di dedicarla al tennis. A tennis prima ha giocato e poi ne ha scritto. L'ha anche commentato in tv per molti anni, insieme a Rino Tommasi, un altro cronista, sebbene di un tipo diverso dal suo. Da quando le telecronache del tennis non le fanno più loro due, le partite sono un po' più noiose. 
Quando rievoca i suoi piuttosto modesti trascorsi da giocatore, Gianni Clerici prende in giro il suo dritto, ma non vi addebita la maggiore responsabilità dei suoi mancati successi sportivi. Per essere un campione dello sport, sostiene Gianni Clerici, bisogna avere, oltre che un gran dritto, un'intelligenza modesta. Usa proprio quest'aggettivo. Io non so se sia vero, ma ovviamente non è una questione fondamentale. Uno scrittore che fa il cronista racconta con precisione e con esattezza i fatti, ma a modo suo. Ci mette dentro qualcosa di sé, che se ne frega della verità oggettiva. Ora Gianni Clerici è a Parigi, a seguire da cronista il Roland Garros, proprio come faceva 57 anni fa. Quando ha cominciato. Raccontando di portare con lui ai campi la nipotina Lea, una ragazzina di 7 anni. Ho letto il suo pezzo su "la Repubblica" stamattina e vi ho trovato una dimostrazione pratica di cosa sia un vecchio cronista. Clerici è al campo, con la sua nipotina, a seguire un tennista italiano di nome Seppi che gioca il secondo turno del torneo contro uno sloveno di nome Kavcic. 
< C'è una regola nel mio mestiere, in inglese "no cheers in the press stand" e cioè "non fare il tifo nei posti stampa", e poi ce n'è un'altra, cara Lea: non fare il tifo per qualcuno del tuo Paese> . Lea sembra un pochino sorpresa e allora mi pare utile darle qualche dettaglio. Quello con un po' di barba si chiama Kavcic e viene da una città, Lubiana, che un tempo era austriaca, nel 1941 diventata italiana. Adesso il suo Paese si chiama Slovenia. C'erano le guerre allora, che per fortuna, in Europa sembrano finite. L'altro, Seppi, viene da un paesino, Caldaro, vicino a Bolzano. E Bolzano è una città che, fino al 1919 non era italiana, ma austriaca. I bisnonni dei due, quindi, avrebbero rappresentato l'Austria. < Vedi Lea, che fare il tifo per un Paese non ha senso, se sei brava a scuola>. Lea rimane un po' incerta, e le viene un dubbio logico.< Nonno, io allora sono francese come il papà, o italiana come la mamma?>. Io penso che tu potresti chiamarti europea, mia cara. Se soltanto gli europei si decidessero a cambiare le prese della corrente elettrica. E, nel condurre la mia nipotina al bar della stampa, per offrirle un panino, le mostro come la presa di corrente italiana non s'incastri in quella complementare francese.< è anche per questo, cara Lea, che l'Europa non funziona. Speriamo cambino le prese elettriche quando sarai grande.>

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