mercoledì 27 novembre 2013

Il ritorno delle riflessioni

In fondo ieri notte mi è successo semplicemente un'altra volta di capitare nel posto sbagliato al momento sbagliato. In fondo ci sono abituato, mi succede spesso. E poi, non è meno frequente quello che è successo dopo. Io e lei non ci siamo capiti, sono giunto a sentirmi uno stupido, tanto più che, in sintesi, era proprio ciò che lei sosteneva. Io sentivo che non aveva ragione, ma facevo così fatica a spiegarlo a me stesso che di certo non avrei potuto spiegarlo a lei. Ma sì, mi è successo tante e tante di quelle volte. E con diverse lei, per quanto piuttosto simili tra loro per alcuni fondamentali particolari. Ieri notte, però, mi sono portato dietro come di consueto non proprio una sensazione di piacevolezza nell'anima. Non meno delle altre volte. Rispetto alle altre volte, però, stavolta mi era rimasto anche il rovello di un interrogativo. Sia io che lei, infatti, ad un certo punto ci siamo chiesti cosa diavolo me lo fa fare. Se alla fine succede sempre così, specie con lei, cosa mi impedisce in certe occasioni, in partenza, di desistere? Proprio, testualmente, quello che consigliava Totò, nel caso uno s'accorgesse, dopo aver spremuto la mozzarella, che il latte non esce. E soprattutto aleggiava nell'aria, inevasa, quella sua precisa e ineludibile domanda: "Perché non mi lasci in pace?". 
Mi ci è voluta una notte quasi insonne e una giornata un po' carogna per giungere ad una risposta. Anche se lei non la leggerà mai, perché lei ignora proprio che queste pagine esistono, io a lei mi rivolgo. Anche se ieri sera non gliel'ho detto e ho lasciato che troppo a lungo quella domanda vibrasse nell'aria, fastidiosa come una mosca che ti ronza intorno al viso. Ora però, anche se lei non lo sa e forse non lo saprà mai, questa domanda l'afferro e questa mosca forse riesco a scacciarla dal mio viso.
Comincio col darti atto di avermi fatto una bella domanda. La tua domanda apre una voragine, ci fa sprofondare nel mio mondo. Perché faccio queste cose? Perché pretendo di fare miracoli? Perché mi appassiono alle cause perse? Perché tu, mia cara, sei una causa persa, la cosa è chiara anche a me. Chi lo sa. A volte mi convinco di poter essere dio. Più che altro Gesù. Un Gesù scapestrato, inchiodato a questa Terra, sprofondato in questa melma. Con una missione da compiere. Ignota, ma terribilmente complicata. E degna di gloria. Il fatto è che non sono nemmeno pazzo. O, almeno, gli specialisti del settore dicono di no. Io non sono neanche poi tanto d'accordo con loro. Secondo me potrebbero esserci buone possibilità che io pazzo lo sia, ma pare che proprio questa mia consapevolezza dimostri l'assenza della mia pazzia. Secondo me sono pazzo e quindi, per questo, secondo loro non sono pazzo. La logica dietro questo pseudo-assioma risulta tutt'altro che stringente, ma gli specialisti del settore paiono convinti.
Il fatto forse è che come essere umano non mi ci vedo tagliato, almeno non mi vedo un essere umano come Dio comanda. E allora abbraccio le cause perse come te, provo a fare i miracoli, nella strana pretesa di testarmi come dio. Tu mi dirai: ma se non ti convinci come uomo, con che criterio pensi di poter fare dio? 
E io ti dico: sai com'è? Quando non si riescono a fare le cose possibili, non si riesce a stringere ciò che è a portata di mano, alcuni semplicemente decidono di sputarsi in faccia, io invece passo alle cose impossibili. Essendo esse impossibili, per definizione, se pure non riesco a compierle non c'è bisogno che io mi sputi in faccia. Forse la risposta, che è dentro di me e non so quanto è sbagliata, è proprio questa. Io aborro il gesto dello sputo. Me l'ha inculcato il mio primo allenatore, quando ero piccoletto e giocavo a calcio: "sputare in faccia a qualcuno è ripugnante, è un gesto disdicevole." Specie, aggiungo io, se lo si compie verso se stessi. Ecco quindi, tornando a noi mia cara, se ancora a volte ti cerco, se non do' un calcio nel sedere a te e alla causa persa che tu rappresenti è perché, pur di non sputarmi in faccia, a volte giungo ad illudermi di poter essere uno scalcagnato Gesù.

lunedì 8 luglio 2013

Se questo è essere mediocri





Che poi, invece, nel mondo c'è pure Marion Bartoli. Venerdì mattina Gianni Clerici scriveva su Repubblica che è una tennista mediocre. Lei, visto che si trovava di passaggio sul Centrale, il giorno dopo ha vinto Wimbledon. Così, giusto per ingannare il tempo e la noia di un tipico sabato pomeriggio di inizio luglio. 
Poi il giorno dopo un buontempone di commentatore inglese se n'è uscito dicendo che il padre l'aveva sicuramente educata al lavoro, visto che (secondo lui, il buontempone inglese) gli era apparso chiaro fin da subito che non era un gran bellezza, di quelle tipo la Sharapova. E pensare che in larga parte del mondo vige la convinzione che stupiderie del genere le direbbero soltanto gli Italiani. 
Ad ogni modo sempre lei, Marion, prima ha risposto al buontempone che in effetti è vero, fin da piccola le era chiaro che non sarebbe mai stata bionda. Però fin da piccola sognava di vincere Wimbledon. E giusto per mettere la ciliegina sulla torta, visto che si trovava e alla faccia del buontempone, si è presentata alla celebrazione con quest'audace abito in lamè. E che poi, visto che ora sono io che mi trovo, dico pure che la trovo affascinante e seduttiva. Più della Sharapova. D'accordo meno della Ivanovic. Mi correggo, molto meno della Ivanovic. Però ci tengo pure a dire che anche l'abbondanza, talvolta, può essere affascinante e seduttiva. Mi pare che ho detto tutto

giovedì 13 giugno 2013

Irriducibile

Certe volte basta davvero poco per sentirsi ribelli. Tipo fare un rutto in pubblico. O cose anche più banali. Tipo io, che stasera quasi quasi mi sentivo ribelle postando questo stato sulla mia bacheca Facebook:

Che pure se stasera la tentazione quasi mi solletica, io certe cose su Facebook non le scrivo. Che ci pensi qualcun altro a trastullarsi coi propri versi senza scorza. A me le parole non sfuggono dell'intestino come emesi. E dico emesi perchè dire vomito potrebbe parer brutto. Certe parole, certe cose, certa vita devono rimanere al loro posto. Non so neanche bene dove di preciso, ma qua sopra certo io non ce le metto. Manco stasera. 
Zuckerberg: "attela a pija n'der culo!". Pure stasera

martedì 4 giugno 2013

Certe volte prima di dormire

Quando si ha difficoltà a prendere sonno, può capitare di scrivere delle robe così. Roba che, in quel momento, con gli occhi gonfi e stanchi di chiudersi senza risultato, ti può addirittura sembrare che meritava di vivere su quel pezzo di carta dove l'hai messa. Poi succede che il sonno arriva. La mattina dopo quella roba che hai scritto ti appare un po' diversa, come la tua faccia nello specchio appena sveglio risulta più brutta del normale. Eppure se non avessi scritto quella roba, non avresti preso sonno. E allora forse quella roba avevi da scriverla. O, semplicemente ne avevi voglia.

Se te lo racconto, il mio mondo cambia forma. Tolgo il senso dal divano, dove langue stravaccato, e lo porto dov'è l'aria. Vicino al mare.
E tu, mentre ti raccontavo, ti sei riconosciuta. Io ti ho vista, mentre ti vedevi in me. E ho vissuto nei tuoi occhi che non guardavano i miei.

giovedì 30 maggio 2013

Un vecchio cronista

Gianni Clerici è un vecchio giornalista. Di quei giornalisti che c'erano una volta. Che, in realtà, erano scrittori che scrivevano anche sul giornale. Che amavano il loro mestiere e il loro mestiere era la scrittura. Di quelli che, per vezzo, si autodefiniscono cronisti. Come fa lui. Per sottolineare e rivendicare la nobiltà di una parola, oltre che di un lavoro. Gianni Clerici la sua vita da cronista ha deciso di dedicarla al tennis. A tennis prima ha giocato e poi ne ha scritto. L'ha anche commentato in tv per molti anni, insieme a Rino Tommasi, un altro cronista, sebbene di un tipo diverso dal suo. Da quando le telecronache del tennis non le fanno più loro due, le partite sono un po' più noiose. 
Quando rievoca i suoi piuttosto modesti trascorsi da giocatore, Gianni Clerici prende in giro il suo dritto, ma non vi addebita la maggiore responsabilità dei suoi mancati successi sportivi. Per essere un campione dello sport, sostiene Gianni Clerici, bisogna avere, oltre che un gran dritto, un'intelligenza modesta. Usa proprio quest'aggettivo. Io non so se sia vero, ma ovviamente non è una questione fondamentale. Uno scrittore che fa il cronista racconta con precisione e con esattezza i fatti, ma a modo suo. Ci mette dentro qualcosa di sé, che se ne frega della verità oggettiva. Ora Gianni Clerici è a Parigi, a seguire da cronista il Roland Garros, proprio come faceva 57 anni fa. Quando ha cominciato. Raccontando di portare con lui ai campi la nipotina Lea, una ragazzina di 7 anni. Ho letto il suo pezzo su "la Repubblica" stamattina e vi ho trovato una dimostrazione pratica di cosa sia un vecchio cronista. Clerici è al campo, con la sua nipotina, a seguire un tennista italiano di nome Seppi che gioca il secondo turno del torneo contro uno sloveno di nome Kavcic. 
< C'è una regola nel mio mestiere, in inglese "no cheers in the press stand" e cioè "non fare il tifo nei posti stampa", e poi ce n'è un'altra, cara Lea: non fare il tifo per qualcuno del tuo Paese> . Lea sembra un pochino sorpresa e allora mi pare utile darle qualche dettaglio. Quello con un po' di barba si chiama Kavcic e viene da una città, Lubiana, che un tempo era austriaca, nel 1941 diventata italiana. Adesso il suo Paese si chiama Slovenia. C'erano le guerre allora, che per fortuna, in Europa sembrano finite. L'altro, Seppi, viene da un paesino, Caldaro, vicino a Bolzano. E Bolzano è una città che, fino al 1919 non era italiana, ma austriaca. I bisnonni dei due, quindi, avrebbero rappresentato l'Austria. < Vedi Lea, che fare il tifo per un Paese non ha senso, se sei brava a scuola>. Lea rimane un po' incerta, e le viene un dubbio logico.< Nonno, io allora sono francese come il papà, o italiana come la mamma?>. Io penso che tu potresti chiamarti europea, mia cara. Se soltanto gli europei si decidessero a cambiare le prese della corrente elettrica. E, nel condurre la mia nipotina al bar della stampa, per offrirle un panino, le mostro come la presa di corrente italiana non s'incastri in quella complementare francese.< è anche per questo, cara Lea, che l'Europa non funziona. Speriamo cambino le prese elettriche quando sarai grande.>

martedì 21 maggio 2013

L'ineleggibilità di Berlusconi: telegramma dal nulla


Dopo 19 anni questo sarebbe, paradossalmente, il momento adatto per risolvere la questione. Proprio quando si è insieme al governo e proprio per dimostrare che si tratta di puro rispetto delle leggi e delle regole democratiche, piuttosto che di volontà di distruggere l'avversario politico. In un sistema democratico sano, infatti, un partito non dipenderebbe totalmente dal proprio leader e anche senza il proprio leader avrebbe un programma politico e istituzionale da portare avanti. Il problema è che non viviamo in un sistema democratico sano e per questo Berlusconi è da 20 anni il "padrone" di uno schieramento politico e continuerà ad esserlo vita natural durante. E non sarà mai dichiarato ineleggibile.

sabato 20 aprile 2013

Bersani e Walter Chiari


“Avrei una cosa da dirvi, vi prego ascoltatemi. Stavolta è troppo importante, dovete ascoltarmi. Ci siete tutti? Mi sentite tutti? Perfetto. Allora andate tutti affanculooo.” Ieri sera su Blob Enrico Ghezzi faceva passare questa performance d’annata di Walter Chiari e io pensavo a Bersani. Chissà se anche Bersani stava guardando Rai Tre a quell’ora e chissà fino a che punto si sarà identificato. Fatto sta che l’ha fatto davvero. Perché arriva un momento in cui non si può più aggrapparsi all’analisi della sconfitta, alla retorica del capitano coraggioso che non abbandona la nave, della sinistra che soffre insieme al suo popolo, alle metafore più o meno infelici. Arriva un momento in cui non resta altro da dire che “andate a fanculo”. Per molti questo momento è arrivato troppo tardi, la maggior parte invece ci aveva, a sua volta, già mandato lui da molto tempo.
Certo è che oramai erano cascate le braccia anche a chi provava simpatia per la sua naturale bonomia, chi ne provava compassione per il crudele destino che gli era capitato di trovarsi a guidare una carcassa putrefatta, spacciata per partito, e trovarsi lì, spesso da solo, al centro di tutte le pernacchie. Spesso sento dire che il problema del Pd è che è un partito che ha troppe anime. Io credo che invece il dramma del Pd sia il fatto che l’anima proprio non ce l’ha. Ed è per questo che Renzi  sarebbe davvero perfetto come segretario. Bersani non lo era affatto. Bersani non sarebbe stato adatto come segretario neanche di un partito che un’anima l’avesse. Lo sapevano tutti, anche quelli che ce l’hanno messo. Il fatto era che serviva uno che non fosse D’Alema, nè Veltroni, né un democristiano qualsiasi. E che non fosse neanche dalemiano, veltroniano, prodiano, democristiano, affinché all’interno del partito tutti quanti questi potessero continuare liberamente a tirarsi cazzotti, decidere qualcosa per proprio conto, combinare disastri. E la faccia però ce l’avrebbe messa un altro. Bersani appunto. A cui hanno riservato anche la summa iniuria della più ingloriosa delle uscite di scena.
La colpa è soprattutto sua, certo. La faccia ce l’ha messa lui, quella mano sulla spalla ad Alfano ce l’ha messa lui. Fatto sta che ora se ne andrà anche con la macchia capitale, quella d’intelligenza col nemico. Ora che tra l’altro si è capito che il nemico non è Berlusconi, non è fuori. Il nemico è il Pd. Nemico di se stesso e nemico soprattutto di tutti quelli che ci hanno creduto e che l’hanno votato.
Ora anche quelli come me, che l’hanno sempre avuto in simpatia, che hanno sempre pensato e continuano ancora a pensare che sia comunque meglio lui che Renzi,  devono ammettere che come segretario è stato pessimo, che se ne va lasciando un partito infilato nel cassonetto dei rifiuti dove c’è scritto indifferenziata.
Però, ora che li ha mandati tutti a fanculo come Walter Chiari, quelli come me e anche quelli che l’hanno spernacchiato da sempre, dovranno rendersi conto che egli era solo una parte del problema. E, purtroppo, non la parte più importante.

giovedì 7 marzo 2013

La ragazza del mistero


"Pagare con i soldi e con l’amore insieme ti fa rimanere senza più niente di niente." 
Era passato quasi un anno e lui, al volante della sua auto, immaginava di poter intrattenere e istruire un  uditorio composito e di giovane età declamando con solennità appassionata queste sue personali riflessioni. Il pubblico, che la sua mente stessa figurava e aveva predisposto, seguiva con empito e partecipazione. I suoi vagheggiamenti subirono una brusca interruzione. Dal lato opposto della carreggiata si era profilata una figura tra l’onirico e il letterario. Aveva i capelli corti, a spazzola, un cappottino color cammello da cui scendeva una gonna beige né particolarmente corta né particolarmente stretta, delle calze chiare e delle scarpe non molto alte dello stesso colore della gonna. Sotto la luce delle stelle e della soffice luna di quella sera, soltanto lambita dalla luce dei deboli lampioni di quel punto della strada, assumeva le sembianze di un suadente enigma da attraversare e da provare a scoprire. Un taglio da ragazzino, su una figura di pura femminilità. Un portamento e uno stile da donna matura, confuse con un’ indefinibile aura di freschezza e leggerezza da ragazzina. Rallentò la macchina e con più fatica i suoi pensieri e qualche centinaio di metri più avanti fece immediata inversione. Si avvicinò con il cuore gonfio di emozione e, dal finestrino chiuso, cominciò a fissare il suadente enigma, provando contemporaneamente a dare l’impressione di essere passato di lì accidentalmente. La ragazza condivise il suo sguardo, mal celando una certa insofferenza per la sua fissità. Lui se ne accorse, pensò anche che era il caso di dissimulare il suo incanto, di distogliere lo sguardo, ma non poté farlo subito. Gli sembrava, con quello sguardo, di aver vissuto finalmente il privilegio di poter contemplare un’Idea Platonica. La bellezza del suo viso pareva non appartenere a questo mondo. Probabilmente risiedeva nell’Iperuranio, dove secondo Platone esistono solo le idee eterne e immutabili, prima e senza che esse si contaminano con la finitezza e la parzialità di questo mondo. Quella bellezza, però, apparteneva ad una persona in carne ed ossa che, detto per inciso,  proruppe in una risata fragorosa, udibile al di là del finestrino. Probabilmente era il suo modo per dissimulare l’imbarazzo provocato da quello sguardo così insistito. Era arrivato, insomma, il momento di scappare. Talvolta, di fronte alla bellezza, scappare può risultare davvero la scelta giusta. Lui non era quel genere di uomo. Soprattutto non era il tipo da fare la scelta giusta. Si trattava semplicemente di allontanarsi, di differire il momento. Sarebbe tornato presto.

mercoledì 27 febbraio 2013

Capire, non capire, fare finta


Analisi politiche, politologiche, sociologiche ci stanno inondando com’era previsto, prevedibile e inevitabile. A me basterebbero poche considerazioni, magari secche. Ammesso che abbia il dono della sintesi.
Berlusconi non aveva nessuna intenzione di vincere queste Elezioni. Non per il fatto di vincere in sé, che ovviamente a tutti (e a lui in speciale modo) non dispiace affatto. Per il fatto,invece, che vincere gli avrebbe comportato l’onere di governare. Oramai se ne è accorto anche lui che ciò comporta delle responsabilità e dei grattacapi che Dio lo scansi, specie in tempi di spread, di tagliole finanziarie e di disperazione diffusa tra i comuni mortali (gli umani che ancora oggi abitano questa Terra, sebbene in molti paiono essersene dimenticati). All’ inizio, tra l’altro, pareva non aver nessuna speranza di farlo, anzi pareva sul punto di finire sotterrato. A quel punto ha deciso che bisognava tentare il tutto per tutto, togliersi la terra di dosso e ricacciare la testa fuori. Almeno per avvicinarsi, avvicinarsi al punto da non far vincere gli avversari, sfruttando le bizzarre caratteristiche della legge elettorale con cui lui stesso, in tempi non sospetti, aveva incatenato il Paese. Insomma aveva l'obbligo di scongiurare il drammatico pericolo (per lui) di divenire irrilevante e costringere i suoi avversari a dover fare ancora i conti e venire a patti con lui. Ha deciso, quindi di combattere. Il modo è stato l’unico che lui conosce e può e sa utilizzare molto bene. Ha investito come una valanga la televisione, sparando raffiche di balle, battute, battutine, battutacce, prendendosela coi comunisti che sono tristi, vogliono le tasse e, tra l’altro, puzzano. Solleticando il telespettatore, il suo caro pubblico televisivo nei suoi bassi istinti. Vantando ed ostentando la sua “potenza”, la sua forza, la sua grandezza attraverso i canali che il suo pubblico si limita a conoscere. Sfruttando il Milan, i cotillons, le sgallettate. Insomma ha fatto il Berlusconi. E il suo pubblico ha fatto il suo pubblico, cioè l’ha votato. Per sua fortuna non abbastanza da farlo vincere. Con il risultato che il giorno dopo, mentre Alfano lamentava l’inattendibilità di un distacco così risicato, lui di prima mattina, nella sua Tv, tacitava il suo premier in pectore, dicendo che “sì avevano perso, ma ora erano pronti alla responsabilità, per il bene dell’Italia”. Con il sottopancia, evidente, anche a chi vuol far finta di non capire, che finché qualche magistrato non l’avrebbe condannato e Mediaset avrebbe continuato a prosperare e irretire il Paese, lui non avrebbe detto “a” e avrebbe fatto governare chiunque l’avrebbe voluto.
Bersani voleva vincere, voleva governare, magari voleva anche l’Italia giusta, ma ha perso. Forse sarebbe tecnicamente più corretto dire non ha vinto, ma in realtà ha perso. Come sempre. Tanto che ieri mi sono chiesto se io non avessi una certa, difficilmente spiegabile e piuttosto immarcescibile simpatia per chi perde, ci sarebbe ormai qualche altra motivazione per ostinarmi a votare da quella parte. Per ora non mi sono dato una risposta certa. Anche se, devo ammettere, che il suo comportamento dopo la sconfitta e la sua reazione politica, in parte, hanno confortato la mia scelta elettorale. Cosa ha fatto Bersani ieri? Ha preso atto nel tono e nei contenuti della sua sconfitta personale, se ne è caricato addosso il peso e ha dimostrato di voler provare a fare in modo che sotto questo peso non sprofondasse anche il Parlamento e , di conseguenza, il Paese. Per evitare lo sprofondamento, piuttosto che rivolgersi a Berlusconi, ha chiaramente mostrato di voler lanciare una fune cui co-aggrapparsi a Grillo. L’ha fatto secondo me in un modo anche elegante, istituzionalmente corretto, senza abbassarsi i pantaloni ma con la giusta umiltà. Ha detto: “noi non cerchiamo sotterfugi, scappatoie, arzigogoli sottobanco. Il voto ha dimostrato ancora di più che, affinchè l’Italia non muoia, bisogna cambiare davvero. Porteremo in Parlamento le nostre proposte per provare a farlo. Vediamo chi vorrà sostenerne insieme a noi il peso. Il M5s finora ha detto tutti a casa, ora che sono anche loro qui, vediamo se vogliono davvero far qualcosa per cambiare o vogliono andare a casa anche loro”.
Grillo e Casaleggio hanno fatto finta di non aver capito. Probabilmente i loro elettori non hanno capito davvero o fanno finta anche loro. Non lo so. Il punto è che rispondere: “Bersani è uno stalker politico e noi non voteremo nessuna fiducia, ma solo le proposte che riterremo giuste chiunque sia in grado di farlo” significa prendere in giro non solo Bersani, ma se stessi e tutti quelli che davvero credono e hanno creduto in questo Movimento, dandogli il proprio voto. Chi li ha votati per puro spirito di contraddizione, per sentirsi figo e alternativo o perché così si sentiva in grado di dare un bel vaffanculo a tutto il mondo non è stato preso in giro, ma questo credo conti poco. Conta invece che è chiaro anche ai bambini che se non ci potrà essere un governo serio e sensato nessuno mai potrà portare in Parlamento quelle proposte che il M5S dice di avere tanto a cuore. Perché il punto è che un governo ci dovrà essere per forza. Napolitano fino alla scadenza del suo mandato non può per legge sciogliere le camere e di conseguenza non ci potranno essere nuove Elezioni. Ammesso che, con questa legge elettorale, esse possano mai servire a qualcosa. Quindi oltre alla solita domanda su chi in realtà comanda e prende le decisioni in questo Movimento, che in teoria e per vanto dei suoi stessi appartenenti dovrebbe essere il modello democratico del futuro, sorge spontanea una seconda domanda. Anzi ne sorgono altre due, ma sì abbondiamo. Le altre due domande sono: 1) “ma Grillo, Casaleggio o chi per loro, ci sono o ci fanno?”  2) Tutta la gente che crede in questo Movimento e nelle sue idee oltre ad esser pedissequamente d’accordo su qualsiasi cosa spari Grillo, ha davvero a cuore il fatto che le proprie proposte e le proprie idee vengano poi effettivamente realizzate? Almeno in parte. Perché si può cominciare così, si prende il 25 % e si comincia a fare qualcosa, poi magari si prende di più si cresce e si acquisisce più forza per fare sempre di più, di più, di più. Voi, invece, in realtà che volete fare? Forse il dono della sintesi non ce l’ho avuto, ma ammetterete che era difficile.

venerdì 25 gennaio 2013

Tutto questo Alice non lo sa


“ Promettimi che non mi lascerai mai. Promettimi che saremo una cosa sola per sempre”. Qualcuno nel sentirsi pronunciare gravemente queste parole facilmente potrebbe confonderlo con amore, potrebbe credere di essere amato. Invece raramente non finirà per bere l’amaro calice della disillusione e scoprire che il calice vuoto è la sola cosa che gli resta. Non prendetela come una sentenza inoppugnabile, qui non siamo alla Posta del Cuore. Non prendetela troppo sul serio, qui non siamo a dettare regole fisse e neanche ad una puntata di Porta a Porta nelle vesti di un Paolo Crepet qualsiasi. Non prendetela troppo sul serio, ma almeno prendetela in modo leggermente più serio della Posta del Cuore, di Paolo Crepet e di Porta a Porta. Se vi sentite pronunciare quelle parole, in modo soave e grave che sia, potreste anche aver ragione a sentirvi amati. L’amore e la verità hanno più di una faccia, non hanno un’unica sembianza in cui possono apparirci ed essere chiaramente riconosciuti. Tuttavia bisogna considerare che l’essere umano, specie in questi bassi tempi, reca dentro di sé più di un’angoscia e più di una paura. Tra queste vi è quella della solitudine, di trovarsi a non poter condividere con nessuno gli affanni e i piaceri della vita. Come tutte le angosce e le paure anche questa necessita di essere esorcizzata, richiede di essere sfuggita. “ Promettimi che non mi lascerai mai. Promettimi che saremo una cosa sola per sempre”, dunque, può anche non essere né amore né un calesse, ma semplicemente un tentativo per esorcizzare e sfuggire questa paura. Un modo per effettuare uno scambio, per stringere un accordo, suggellare un’alleanza. Tu mi aiuti a esorcizzare l’angoscia della solitudine e io solo in quel caso ti do in cambio la mia offerta d’amore. Forse anche questo può essere amore, direbbe qualcuno. Qualcun altro no. Qualcun altro sostiene che amare significa rifuggire anche solo l’idea dello scambio. Quando si chiede qualcosa in cambio, per definizione la purezza e la verità di quello che si prova e si dà ne ricevono una seria compromissione. Qualcuno, insomma, forse direbbe che quando due persone nemmeno se lo chiedono se staranno per sempre insieme, probabilmente si amano. Non se lo chiedono perché nemmeno ci pensano. Forse non se lo chiedono perché nemmeno ci pensano che possano mai lasciarsi. In ogni caso per amare l’altro non chiedono nulla in cambio. Forse è davvero questo l’amore? Esiste davvero quest’amore? Tutto questo Alice non la sa. E nemmeno io.