venerdì 10 agosto 2012

Gli 800 metri di una donna

 



Un’ Olimpiade è mille e più storie di uomini e donne. Uomini e donne che vincono e uomini e donne che perdono. Storie dove vincere o perdere non significa solo conquistare una medaglia. Non è la qualità del metallo che ci si appende al collo o il voto di un giudice di gara a dare il senso di una vittoria o di una sconfitta. Una storia per essere degna di essere raccontata non necessariamente deve celebrare una medaglia d’oro. All’Olimpiade, come nella vita, vincere non significa arrivare per forza primi. La storia di Caster Semenya è una di queste mille e più storie. Caster correrà domani sera 800 metri che valgono qualcosa di diverso dalla medaglia d’oro.
Del resto lei sa già cosa significa tagliare il traguardo prima delle altre. Tre anni fa, a soli 18 anni, la sua corsa mangiò pista e avversarie e stravinse i Campionati del Mondo a  Berlino. Batterle tutte, però, non le servì a farla sentire come loro. Caster, infatti, è una ragazza sudafricana che sembra un ragazzo. Anzi, averle battute peggiorò la situazione. Si sa, è più facile tollerare chi è diverso quando se ne sta nel suo angolino senza dare fastidio. Diventa più difficile  quando pretende di toglierci spazio e gloria.  Così i sorrisini, i pettegolezzi e le toccatine di gomito diventano frustrazioni, reclami, proteste. Così la ragazza sudafricana viene messa all’indice e sottoposta a indagine, vietandole di correre fino a quando la Federazione di Atletica non riterrà di aver avuto il responso finale.
 È difficile immaginare cosa possa aver provato in quei mesi Caster Semenya, quello che è certo è che lei non si è arresa, non è crollata e ha continuato a credere nel suo sogno che chi ha un minimo di sensibilità capisce che non è solo correre gli 800 metri. Si può capire però anche che, a volte, 800 metri possono dare un senso alla vita. Di certo ha avuto bisogno di molta forza Caster, in quei momenti e un po’ di quella forza magari l’ha avuta perché è stata costretta a darsela fin da bambina, per combattere contro il suo destino di donna che non sembra una donna, nata negli ultimi anni dell’apartheid.
Caster non sembra una donna, ma è una donna.  Il doping non c’entra nulla e anche la Iaaf (Associazione internazionale di atletica) ha decretato che  ha pieno diritto a gareggiare con le donne.  Il diritto a essere donna non gliel’avrebbe mai potuto togliere nessuno, neanche la Iaaf. Del resto il saggio ci ammonisce che non tutto è come sembra e quindi sarebbe buona regola non affidarsi semplicemente all’apparenza ma avere la forza e la sensibilità per spingersi all’essenza.
Le Olimpiadi sono queste. Vedere ieri la gioia negli occhi di questa ragazza mentre torna a correre e a poter essere se stessa a dispetto dei pregiudizi. E vederla correre domani sera per provare a vincere la sua medaglia d’oro, magari con Mandela Day dei Simple Minds in sottofondo.


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