venerdì 31 agosto 2012

Discorsi vani nell'era post-postideologica


Nel furore post-postideologico le idee perdono qualsiasi forma di consistenza. Non sembrano neanche più pensate, tantomeno ideate da qualcuno. Le idee vengono espulse, come una vecchia marmitta catalitica espellerebbe gas di scarico prodotto da un vecchio motore poco ecologico. L’era post-postideologica ha bisogno di nuovi media e di nuovi santoni. Ci vorrebbe anche un mondo nuovo da profetizzare, un nuovo orizzonte da indicare, ma i nuovi santoni non riescono ad arrivare a tanto. Essi furoreggiano. Scrivono e stampano parole roboanti, espressioni forti,  fanno venire il giorno del giudizio a cadenza più o meno bisettimanale. Anche tre volte a settimana, se gli gira. Sparano con cartucce enormi, sempre a salve e quasi sempre a cazzo, ma ai seguaci dei santoni dell’era post-postideolgica va bene così. Purchè si faccia rumore, anzi più forte è il rumore meglio è per loro, perché risulta più facile ottundere il pensiero. Pensare è complicato, si sa. Io a volte ci provo, ma sinceramente non sempre ci riesco. Fare rumore è più facile. Ci riescono tutti e il rumore tutti lo capiscono.
Così nel furore post-postideologico ci si convince che la politica è qualcosa di strano. Magari ci si convince che la politica non esiste, un po’ come si diceva a Palermo della mafia in tempi “non” sospetti. Solo che quando si diceva della mafia era perché non la si voleva combattere, la si voleva far prosperare. Al contrario quando i santoni e i loro seguaci vomitano sulla politica e su chiunque faccia politica in questa disastrata Repubblica, lo fanno perché così credono di potergli fare la guerra e di far prosperare pace, giustizia, fraternità e solidarietà. Nel furore post-postideologico si dice di sognare una nuova rivoluzione. Contro cosa di preciso e in prospettiva di quale nuovo orizzonte non è dato saperlo, ma in fondo nell’era post-postideologica non è questa la cosa importante.
Sarebbe importante in altre condizioni, in un’era diversa. Sarebbe importante se il pensiero “si posasse sui clivi e sui colli”, se le idee avessero una loro consistenza e si potrebbero respirare come aria pura. Allora magari si capirebbe che è importante, oltre che necessario, distinguere la lana della seta. Che non si ha torto o ragione a prescindere, ma su basi logiche, morali ed etiche. Che ci sono diversi modi di fare politica e diversi modi d’intenderla. Che in una democrazia funzionante e sana si deve avere il giusto e sacrosanto rispetto delle istituzioni e chi per primo deve assolutamente averlo è proprio chi è delegato al compito di rappresentarle. Insomma ci sono dei concetti filosofici, delle leggi, delle regole etiche che starebbero alla base e da questi si dovrebbe partire per decidere come comportarsi e cosa fare. Da qui si può decidere chi ha torto o ragione. Perché, tra l’altro, non c’è nessuno che abbia torto o ragione a prescindere. Dipende dai casi e chi ha ragione una volta, non è detto che non possa avere torto la volta successiva.
Sono tutte cose, però, che in questo furore oramai contano davvero poco. I nuovi santoni puntano il dito e cercano la luna, senza sapere però neanche la luna dove sia. Risulta consequenziale che i loro seguaci guardino il dito e non guardino la luna.

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