venerdì 29 giugno 2012

I protagonisti




                             


Cesare Prandelli è una persona educata. Non gli appartengono pretese “superomiste”. All’interno di un bengodi irrorato da getti irreali di denaro e in cui la fama ti segue ad ogni passo che muovi, pure se lo muovi per sbaglio, a molti suoi colleghi capita facilmente di sentirsi Napoleone. Prandelli non solo non si sente Napoleone, ma non si sente nemmeno Mourinho. Si porta addosso come se fosse una filosofia di vita quello che gli inglesi chiamano understatement, ma lo fa con sicurezza e convinzione. Mai una parola sopra le righe, mai un’alzata di volume eppure la sua autorevolezza si sente, si pesa dentro e fuori lo spogliatoio. Cesare Prandelli ha stile, un suo stile non copiato da nessun altro e non studiato a tavolino, ma proprio suo. Ha preso in mano la Nazionale italiana di calcio in uno dei suoi momenti più bassi, dopo essere stata eliminate ai mondiali da Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda, senza vincere nemmeno una partita, neanche con la Nuova Zelanda. Più in basso di così, sarebbe risultato difficile anche scavare. Eppure i risultati non raccontano tutto. Il momento era tra i più bassi perché anche gli Italiani parevano aver smesso di amarla. E quello che è successo dopo, tra scandali, scommesse e putridumi vari non aveva certo aiutato a renderla più attraente e appassionante. Lui però non ha abbandonato la sua strada, ha continuato dritto con le sue idee e ha proseguito il suo lavoro, facendolo sempre e comunque col suo stile. In quei giorni caldi si ricorda solo una frase apparentemente stridente, quando disse: “ se ce lo doveste chiedere, noi siamo anche pronti a restare a casa” o qualcosa del genere. In realtà anche in questa frase c’è tutto Cesare Prandelli. Uno a cui le storie di scommesse e di partite truccate non riescono proprio ad andare giù e che chiama se stesso e coloro che guida, alle proprie responsabilità e al compito di dover emendare questo disonore. Giocando a calcio. Ed è proprio questo che questa Nazionale, pur passando per vicissitudini e piccoli inciampi iniziali sta facendo. Come l’Italia oramai non faceva da tempo immemore e come non ha fatto neanche quando a Berlino alzò la Coppa del Mondo. Quella era un’altra Nazionale e sulla panchina c’era un’altra persona.
Marcello Lippi è un allenatore vincente. Così lo ritengono tutti e così ovviamente si sente anche lui. Del resto ha vinto campionati e trofei italiani, ha vinto la Champions League e nel 2006 anche i Mondiali. Proprio l’ebbrezza di quest’ultimo successo, probabilmente gli ha dato un po’ alla testa. Dopo due anni ritornò su quella panchina e voleva vincere di nuovo, ma stavolta voleva che la sua impronta fosse ancora più chiara, che fosse chiaro a tutti che questa vittoria appartenesse anche a lui. E così costruì un abbozzo di Nazionale della quale facevano parte quelli che, a suo insindacabile giudizio, erano “bravi ragazzi”. Quindi, per esempio, a Cassano sbattè la porta in faccia. L’irrequieto barese non corrispondeva a quella che era la sua concezione di bravo ragazzo. Marcello Lippi vagheggiava una squadra di soldatini ubbidienti, pronti ad adempiere coscienziosamente ai suoi ordini. Il problema fu che i suoi ordini si rivelarono perlopiù sballati, i giocatori si trovarono piuttosto a disagio nei panni di soldatini e uscimmo giocando da cani e non riuscendo a battere neanche la Nuova Zelanda. Magari sarebbe stato d’aiuto anche possedere consapevolezza del fatto che i Mondiali del 2006 l’ avevamo vinti non senza merito, ma comunque anche parecchio per caso e comunque dando molto vagamente l’idea di giocare a calcio in un modo piacevole e apprezzabile.
In questa Nazionale invece c’è Cassano e c’è anche Balotelli, un altro che con Lippi non avrebbe mai giocato. Invece Prandelli col suo stile e col suo understatement ha fatto capire ai due che in campo ci si comporta in un certo modo e a lui basta che loro in campo in questo modo si comportino. Poi fuori dal campo le persone non sono tutte uguali e non spetta certo ad un allenatore dare patenti di bravi o di cattivi ragazzi.
C’è ancora una finale da giocare che ovviamente può essere vinta o persa, ma ora gli Italiani amano questa Nazionale, perché fa l’unica cosa che un appassionato di calcio chiede o dovrebbe chiedere alla squadra per cui fa il tifo e cioè giocare davvero a calcio.

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