domenica 20 maggio 2012

Il destino di vincere e il destino di perdere









Una partita di calcio è una partita di calcio. Anche quando ci sono svariate decine di milioni di persone a guardarla. Anche quando vale la coppa più importante d’Europa. Anche quando risulta piuttosto noiosa e pare rappresentare al meglio l’immagine della bruttezza, intesa come concetto filosofico. Resta comunque una partita di calcio, niente di più niente di meno. Nonostante la bruttezza evidente e inconfutabile che l’ha contraddistinta, una partita come quella di ieri sera ha un potere e un senso speciali. Raramente si è avuta la percezione di assistere al compimento ineluttabile di un destino sportivo come è stato sul prato dell’Allianz Arena il 19 maggio del 2012.
I confusi, volenterosi e talvolta sgangherati attacchi dei padroni di casa parevano doversi irrimediabilmente infrangersi su quel muro blu, sorretto da chissà quale forza misteriosa, da un fato sfuggente e irriducibile agli affanni umani. Pareva ovvio che non ci fosse verso di abbatterlo. Se quel muro non era caduto di fronte agli assalti di Messi e di tutto il Barcellona come avrebbe mai potuto cadere? Il destino aveva portato il Chelsea fin lì e il destino non l’ avrebbe abbandonato prima di concludere la sua opera.
I tedeschi erano consapevoli di giocarsi la partita che vale l’intera carriera, l’occasione della vita. Erano arrivati proprio lì dove avevano sognato, a giocarsi la finale nel loro stadio.  Anche loro invocavano il loro destino. Ed esso non gli ha fatto mancare, supremo oltraggio, l’illusione di averli accontentati. Mancavano soli sette minuti quando il colpo di testa di Muller poteva valere la vittoria. La Coppa distava soli sette minuti. Da quello che si era visto in campo l’idea che in sette minuti il Chelsea avrebbe potuto imprimere un clamoroso cambiamento di direzione alla vicenda appariva al di fuori di qualsiasi normale logica calcistica. Il Chelsea, in 83 minuti, non aveva mai tirato in porta se non in un unico fiacco e flaccido tentativo di Kalou, dove avrebbe potuto trovare la forza e la capacità di fare un gol in sette minuti? Eppure nell’aria si avvertiva qualcosa di strano, eppure oltre alla logica calcistica ieri sera in campo c’era dell’altro. Ed ecco arrivare il ruggito dall’Africa. Il 34enne ivoriano Didier Drogba, all’ultimo atto di una carriera brillante ma contraddistinta anche da sogni infranti, svetta di testa nell’area avversaria e s’impadronisce della scena. Questa doveva essere la sua serata. Non c’è errore o leggerezza umana che possa interrompere il fiero cammino degli eroi scelti dal fato. Infatti quando nei supplementari Didier fa la sciocchezza e stende Ribery in area causando inopinatamente un rigore, ecco comparire l’altra faccia della medaglia. L’eroe sfortunato, colui che il fato ha ripudiato: Arjen Robben. Probabilmente il calciatore di maggior talento in campo, va sul dischetto e sbaglia il rigore. Quello che succede dopo è solo il compimento e l’epilogo di qualcosa che oramai era già stato definitivamente scritto. Come ogni vittoria ha un volto e un simbolo, così lo ha ogni sconfitta. Quello della sconfitta è il volto di quest’olandese 28enne, stempiato e incompiuto. Due anni fa Arjen Robben aveva incantato l’Europa con il suo magnifico sinistro a rientrare, ma poi al momento decisivo era comunque inciampato. Nella finale dei Mondiali, lanciato verso la porta spagnola con davanti il destino di portare l’Olanda alla conquista del suo primo titolo mondiale, vide improvvisamente quella porta chiudersi in faccia e calciò fuori sull’uscita di Casillas la palla della vittoria. Vinse la Spagna. Stavolta ha vinto il Chelsea. Chissà se prima della fine della sua carriera il destino concederà la sua possibilità di rivincita anche ad Arjen. Stavolta toccava a Didier.


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