mercoledì 14 novembre 2012

Prima delle primarie


Le primarie del centrosinistra hanno fatto molta fatica ad essere prese come una cosa seria. Parte di queste difficoltà dipendono dalla temperie culturale e sociale in cui siamo immersi, direbbero gli analisti fini. Io che non sono analista e soprattutto sono poco fine, direi dipende dal fatto che attualmente l’aggettivo politico accostato a qualsiasi sostantivo tende a provocare irritazione del colon e deliri nichilisti a base di turpiloquio in gran parte della popolazione.
Altra parte di queste difficoltà esulano da queste temperie (che pure ha le sue comprensibili se non addirittura giustificabile cause) e riguardano dati di fatto e ragionamenti piuttosto concreti. Uno dei dati di fatto, direi anche il più importante, è che queste primarie nascono e si sviluppano mentre vige la totale incertezza sulla legge elettorale che permetterà di eleggere il Presidente del Consiglio. Per essere più chiari e precisi queste primarie, che dovrebbero designare il candidato alla Presidenza del Consiglio della coalizione di centrosinistra, si fanno mentre sulla scena politica emerge con sempre maggiore chiarezza e nettezza il fatto che probabilmente le prossime elezioni non eleggeranno nessun Presidente del Consiglio, grazie ai termini della legge elettorale attualmente in discussione in Parlamento. Il paradosso della vicenda non necessita di ulteriori commenti.
Un’altra difficoltà a prendere tutto seriamente appartiene alla responsabilità specifica della coalizione di centrosinistra. Riguarda il fatto che con queste primarie si designerebbe il candidato premier della coalizione di centrosinistra, ma questa coalizione di centrosinistra attualmente è ancora avvolta nel fumo. Qualcuno dei candidati apre la porte a Casini, qualcun altro le chiude, qualcun altro fa generico riferimento ai moderati, qualcun altro ai progressisti, qualcuno chiama i voti dei delusi del centrodestra senza che si capisca in modo chiaro se essi debbano votarlo alle Primarie o in un secondo momento alle Elezioni politiche. Insomma, la vicenda appare avere contorni poco netti e poco definiti.
Per spiegare un’altra difficoltà sono obbligato a richiamare in causa gli analisti fini. Queste primarie non hanno molto appassionato finora perché la situazione economica del nostro Paese e gli obblighi che ne derivano nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea e dei nostri creditori limitano decisamente i margini di manovra dei nostri governi. Cercando di nuovo di essere più chiaro e preciso si ha come l’impressione che, causa nostra esposizione debitoria, le decisioni da prendere siano già state prese da qualcun altro e uno dei motivi per cui pare si voglia andare nella direzione di un altro governo tecnico sia proprio quella di poter e voler proseguire senza interferenze su una strada già tracciata. Un po’ come quando siamo in macchina e ci imbattiamo nel segnale di direzione obbligatoria.
La pars destruens della mia riflessione termina qui. Con un piccolo sforzo potrebbe certamente continuare, ma il resto credo sarebbe meno interessante. Veniamo allora a quella che, almeno nelle mie intenzioni sarebbe la pars costruens. Cominciamo col dire che il confronto tra i 5 candidati andato in onda su Sky l’altra sera pare abbia reso un buon servizio alla competizione. Oggi le primarie appaiono una cosa più seria rispetto a come apparivano fino a 3 giorni fa. La conseguenza che se ne dovrebbe trarre è che posti di fronte all’elettorato tramite il medium televisivo i candidati abbiano saputo trasferire una certa impressione di credibilità. Di questi tempi sarebbe di per sé un fatto sorprendentemente positivo. In molti convengono su questo punto e hanno attribuito il merito al tipo di format televisivo in cui il dibattito si è svolto. Si sostiene abbia funzionato l’idea evitare la consueta sovrapposizione delle voci e di dare ad ogni candidato 1 minuto e 30 tassativi di tempo per rispondere alla singola domanda. Per quanto mi riguarda ritengo che un format del genere paghi un considerevole tributo alla noia. È da valutare anche l’idea di concentrare in un minuto e mezzo risposte a domande molto generiche poste dal conduttore di turno. A me pare limiti fortemente la validità espressiva degli interventi. Un meccanismo del genere sarebbe perfetto per chi ha un’idea robotica del candidato ideale, non per chi, come me, ne ha una più umana. Risulta facile dunque capire che il relativo successo del confronto per me non è effettivamente dipeso dal tipo di format. Questo rende più ottimistica la mia pars costruens. Malgrado la temperie culturale e sociale in cui siamo immersi, il pubblico e l’elettore è ancora disponibile a sentire e valutare persone che ci mettono la faccia e hanno la voglia di mettere in campo idee e  proposte in grado di affrontare i problemi collettivi e le attuali sfide politiche. Evidentemente il pubblico e l’elettore ha ancora voglia di crederci e se, in questo momento storico, non ci crede, è ovvio che la colpa non è fondamentalmente sua. L’elettore, per definizione, ha la necessità di riporre e di concedere la propria fiducia in suoi rappresentanti. Questa fiducia può trovare in qualcuno dei partecipanti al confronto di lunedì sera il suo naturale depositario? Che ognuno risponda secondo propria coscienza. Chiunque sarà designato dalle primarie sarà innanzitutto chiamato a fare i conti con le aporie e con le questioni sollevate nella pars destruens e sarà nella capacità di sciogliere quei nodi che si determinerà effettivamente il suo successo.

lunedì 29 ottobre 2012

Il calcio all'italiana

Il calcio oramai mi piace poco. Continuo a seguirlo, con crescente distrazione e con sempre maggiore sforzo,  ma ancora non ho mollato del tutto. Del resto in Italia il calcio lo seguono quasi tutti, specie tra gli appartenenti al genere maschile e io,non so perchè ,ma devo ammettere a malincuore di non essere ancora abbastanza anti-conformista come sognerei di essere.
Ieri è successa una di quelle cose per cui, dopo la partita, gli "appassionati" continuano ad appassionarsi per tempi interminabili anche dopo il triplice fischio finale. E discutono, si accapigliano, disputano tra loro. Si divertono insomma, anche se ho dei seri dubbi su questo, ma visto quanta energia vi mettono, se non altro spero davvero che essi si divertano. Lo spero per loro.
Stamattina sono passato per il blog di un giornalista sportivo che stimo. Si chiama Maurizio Crosetti e si rivolgeva in tono piacevolmente e pungentemente ironico nei confronti del presidente in pectore della Juve, ultimo della dinastia Agnelli. Apriti cielo. Come se gli avessero offeso un parente caro, i tifosi juventini si sono scatenati, prostrati dal mondo crudele che sarebbe sempre pronto a vilipenderli perchè loro come dice la riuscita parodia di Crozza: " sono antipatici perchè vincono! Chapeau". All'ennesima filippica di un tale che si firmava Levovlosvedese su Moggi, Calciopoli che gli hanno tolto gli scudetti etc. ho deciso di intervenire anch'io:

Levlovlosvedese devo riportarti all'attualità. Stiamo parlando dell'attuale Agnelli e della sua ferrea volontà di riformare il calcio.  Se siamo qui per riformare, ebbene la vicenda di Catania mi pare configuri una forma alquanto controversa. Sei uomini in giallo prima convalidano un gol poi, siccome i giocatori della Juventus protestano, dopo circa due minuti di "riflessione" cambiano opinione e decretano che il gol è da annullare. Che sia la Signora, la Beneamata, la squadra del sindaco o del commendatore del villaggio queste cose sono accadute tante volte su campi di Serie A e sui campi di provincia. Sono disgustose ovunque capitino e ovviamente il disgusto è tanto più diffuso quante più persone coinvolge grazie ai potenti mezzi della televisione. Con l'aggravio del fatto che, ai nostri tempi, sìddetti professionisti del fischietto ancora hanno questa vergognosa tendenza a inginocchiarsi e poi a mettersi anche proni di fronte allo "squadrone potente" di turno. Che poi questa potenza non si capisce dove vada a finire quando si va a giocare sul campo di un certo Nordjselland (che se l'ho scritta bene è pure un miracolo visto che come me quasi nessuno l'aveva sentita nominare prima) e riescono nell'impresa di non batterli.  Di fronte a tutto questo, di fronte a scene come quelle di Catania, a quella pantomima assurda inscenata da quegli uomini in giallo, non provare neanche un poco di vergogna o quantomeno di sconforto e riuscire ancora ad uscirsene con questa cantilena di Calciopoli e Moggi etc. etc. mi pare francamente roba quasi da feticisti. Cerchiamo di andare oltre per una volta. Nel calcio come nella vita è importante, andare oltre. Lo so per alcuni può risultare difficile, ma almeno sforziamoci di farlo.

lunedì 10 settembre 2012

Dall'altro lato del filo spinato


Ieri sera ho rivisto This must be the place di Sorrentino e mi sono convinto che si tratta di uno di quei film che non avrei mai voluto perdermi. Non raggiungo certo il fanatismo di pensare che non ci siano stati film più belli né che non ce ne saranno ancora altri . Non posso neanche dire che sia il film che a me personalmente piace di più, perché non è così e poi perché troverei piuttosto sciocco industriarmi a formulare una classifica sui film che ho visto. Le classifiche e le hit parade hanno poco senso, in generale.
Tuttavia in This must be the place ci sono tante e tali cose che quando alla fine del film ti alzi dalla poltrona il mondo ti sembra un po’ meglio di come l’avevi lasciato prima che il film cominciasse. Tra queste tante e tali cose c’è la voce fuori campo che al termine del film recita le parole di un uomo a cui la vita aveva riservato un numero impressogli sul braccio e un biglietto di andata e ritorno per l’inferno:
- Poi, durante l’inferno, anche noi dall’altro lato del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così, una forma infinita che stordisce. Bella, pigra e ferma. Che non ha voglia di fare nulla. Come certe donne che da ragazzi abbiamo solo sognato.-

venerdì 31 agosto 2012

Discorsi vani nell'era post-postideologica


Nel furore post-postideologico le idee perdono qualsiasi forma di consistenza. Non sembrano neanche più pensate, tantomeno ideate da qualcuno. Le idee vengono espulse, come una vecchia marmitta catalitica espellerebbe gas di scarico prodotto da un vecchio motore poco ecologico. L’era post-postideologica ha bisogno di nuovi media e di nuovi santoni. Ci vorrebbe anche un mondo nuovo da profetizzare, un nuovo orizzonte da indicare, ma i nuovi santoni non riescono ad arrivare a tanto. Essi furoreggiano. Scrivono e stampano parole roboanti, espressioni forti,  fanno venire il giorno del giudizio a cadenza più o meno bisettimanale. Anche tre volte a settimana, se gli gira. Sparano con cartucce enormi, sempre a salve e quasi sempre a cazzo, ma ai seguaci dei santoni dell’era post-postideolgica va bene così. Purchè si faccia rumore, anzi più forte è il rumore meglio è per loro, perché risulta più facile ottundere il pensiero. Pensare è complicato, si sa. Io a volte ci provo, ma sinceramente non sempre ci riesco. Fare rumore è più facile. Ci riescono tutti e il rumore tutti lo capiscono.
Così nel furore post-postideologico ci si convince che la politica è qualcosa di strano. Magari ci si convince che la politica non esiste, un po’ come si diceva a Palermo della mafia in tempi “non” sospetti. Solo che quando si diceva della mafia era perché non la si voleva combattere, la si voleva far prosperare. Al contrario quando i santoni e i loro seguaci vomitano sulla politica e su chiunque faccia politica in questa disastrata Repubblica, lo fanno perché così credono di potergli fare la guerra e di far prosperare pace, giustizia, fraternità e solidarietà. Nel furore post-postideologico si dice di sognare una nuova rivoluzione. Contro cosa di preciso e in prospettiva di quale nuovo orizzonte non è dato saperlo, ma in fondo nell’era post-postideologica non è questa la cosa importante.
Sarebbe importante in altre condizioni, in un’era diversa. Sarebbe importante se il pensiero “si posasse sui clivi e sui colli”, se le idee avessero una loro consistenza e si potrebbero respirare come aria pura. Allora magari si capirebbe che è importante, oltre che necessario, distinguere la lana della seta. Che non si ha torto o ragione a prescindere, ma su basi logiche, morali ed etiche. Che ci sono diversi modi di fare politica e diversi modi d’intenderla. Che in una democrazia funzionante e sana si deve avere il giusto e sacrosanto rispetto delle istituzioni e chi per primo deve assolutamente averlo è proprio chi è delegato al compito di rappresentarle. Insomma ci sono dei concetti filosofici, delle leggi, delle regole etiche che starebbero alla base e da questi si dovrebbe partire per decidere come comportarsi e cosa fare. Da qui si può decidere chi ha torto o ragione. Perché, tra l’altro, non c’è nessuno che abbia torto o ragione a prescindere. Dipende dai casi e chi ha ragione una volta, non è detto che non possa avere torto la volta successiva.
Sono tutte cose, però, che in questo furore oramai contano davvero poco. I nuovi santoni puntano il dito e cercano la luna, senza sapere però neanche la luna dove sia. Risulta consequenziale che i loro seguaci guardino il dito e non guardino la luna.

mercoledì 22 agosto 2012

Sul tennis, sulla vita, sul senso e su altre sciocchezze


A volte capita di riflettere intorno al tennis, alla vita, al suo senso e ad altre sciocchezze. E capita, immergendosi in tali amene riflessioni, di sentirsi di voler scegliere se si preferisce Sampras o Federer. Nel microcosmo tennistico questo confronto risulta automatico, rivelandosi la carriera del secondo un incessante e sempre più proficuo inseguimento ai numeri e ai record del primo. Sono nati a dieci anni di distanza uno dall’altro e non appena la stella abbagliante dell’uno ha deciso di smettere d’illuminare il tennis, quella luce è stata di colpo sostituita dalla stella dell’altro. In molti individuano l’avvenimento campale nel luglio 2001 sull’erba di Wimbledon. Un Sampras che sembrava oramai raggrinzito nello spirito prima ancora che nei colpi, venne battuto dal 20enne avversario in 5 lunghi e combattuti set. Il momento fu particolarmente simbolico. Il campione assoluto, vincitore per ben sette volte sull’erba londinese sembrava cadere definitivamente e a raccogliere le sue spoglie e la sua eredità era un Achille proveniente dalla Svizzera. Sembrava incredibile che Achille potesse venire proprio dalla Svizzera, eppure era proprio così.
Il fondo il vecchio e stanco campione parve toccarlo  l’anno seguente, sempre sugli stessi campi e sempre inciampando in qualcosa proveniente dalla Svizzera, questo Paese non certo prodigo di campioni sportivi né tantomeno di tennisti fenomenali. E in effetti stavolta di tutto si trattava tranne che di un  campione. George Bastl era un onesto mestierante dei campi da tennis, che mai prima di quel giorno (e neanche mai dopo quel giorno) si era reso in grado di qualsivoglia impresa sportiva, non solo nel tennis ma neanche nell’hockey, sport nel quale pure si era cimentato da giovane e che secondo alcuni maligni pare si addicesse di più alle sue attitudini. Chi non aveva visto coi propri occhi un ragazzone languido, oramai profondamente stempiato e dallo sguardo un po’ spento, trascinarsi per il campo sotto i colpi martellanti e parecchio sgraziati di uno svizzero ex giocatore di hockey, di certo deve aver pensato ad uno scherzo apprendendo la notizia della sconfitta di Sampras contro un tale George Bastl.  
Sarebbe stata la fine peggiore, ma non era la fine. Sampras aveva toccato il fondo, ma non sarebbe diventato Pete Sampras se non avesse avuto dentro di sé la forza per reagire e dimostrare a tutti, ancora una volta, chi era Pete Sampras. Soli due mesi più tardi quel ragazzone stempiato decise di entrare sui campi di Flushing Meadows e batterli di nuovo tutti, un’altra volta, un’ultima volta. E li battè tutti, schiantando in finale Andrè Agassi, il suo avversario di sempre, quello che sistematicamente doveva inchinarsi alla sua classe e alla sua potenza. Fu la sua ultima partita. A 30 anni, con 14 titoli dello Slam vinti Pete si ritirò. Da lì cominciò la rincorsa di Roger ai suoi primati, tutti superati o almeno eguagliati. Roger di titoli dello Slam ne ha vinti 16, ha vinto anche il Roland Garros dove Sampras mai ha saputo trionfare, il mese scorso ha superato il record di settimane consecutive in vetta alla classifica mondiale, ha eguagliato il numero di sette vittorie al torneo di Wimbledon. Ha fallito solo la medaglia d’oro olimpica, che Sampras tra l’altro non ha mai vinto perché ai suoi tempi il tennis alle Olimpiadi c’entrava solo di striscio. Per non farsi mancare niente, però, Federer la medaglia d’oro alle Olimpiadi l’ha vinta 4 anni fa nel doppio e quest’anno. E se non vi fa schifo, nel singolare ha portato a casa l’argento. Credo che la Svizzera possa essere contenta comunque. Roger ha vinto tutto, sembra quasi perfetto. Il suo gioco non ha punti deboli. Sì, il rovescio è meno forte del dritto e spesso i suoi avversari provano a scardinarlo attaccandolo su quel colpo, ma Federer a 30 anni continua ancora a migliorare e anche il suo rovescio sembra essere diventato più efficace. I suoi gesti sono elegantissimi e spettacolari, il suo tennis è fantasioso. Per molti dalla sua racchetta sembra uscire l’espressione del tennis più vivida e cristallina che nessun uomo sia mai riuscito a rappresentare. Probabilmente è tutto vero. Va anche detto che, siccome tra gli umani nessuno è perfetto, neanche Roger sfugge a questo destino. Questo destino ha la nazionalità spagnola,  di nome fa Rafael e di cognome Nadal. Tanto è pulito il tennis di Federer quanto è sporco quello di Nadal, tanto è compunto lo svizzero quanto è ruspante lo spagnolo, ma quando giocano contro spesso e volentieri la spunta Rafa. Gli martella con quel suo dirittaccio mancino il rovescio, lo carica come se fosse un toro di fronte ad un torero timido e Federer rincula, si abborraccia. E spesso perde. Non a caso l’ unica vittoria al Roland Garros per lo svizzero si è verificata quando un ginocchio fuori uso e uno svedesone di nome Soderling, hanno tolto Rafa dalla sua strada. E non a caso l’inestinguibile ritorno di fiamma, dopo un paio d’anni e vari tornei dello Slam di digiuno, è coinciso ancora una volta con l’allontanamento dai campi di gioco dello spagnolo, sempre a causa delle sue ginocchia traditrici.
Questa evidente idiosincrasia e questo evidente complesso che attanaglia il Re del tennis, tuttavia nulla toglie alla sua grandezza. Anzi, lo rende più umano e quindi paradossalmente ancora più perfetto, proprio in quanto umano.
Sampras invece l’idea della perfezione non la dava affatto. Basti pensare che soffriva di anemia mediterranea, che per un campione assoluto dello sport rappresenta senz’altro un’anomalia. Ma lui se ne fregava dell’anemia. Quando si preparava al servizio, tirava fuori la lingua e caricava la bordata, pareva che nessuna cosa del mondo, nessun affanno esistenziale, nessuna offesa potesse turbarlo. Boom! La palla esplodeva dalla racchetta emettendo non un suono ma una musica e rispondergli era una faccenda non comune tra gli umani. Il gioco di Pete non era perfetto, il suo rovescio talvolta era alquanto fragile e, se gli avversari l’attaccavano, quel colpo rappresentava davvero il suo punto debole. Eppure di lui si ricordano anche rovesci sontuosi, incantevoli. Tanto che, chi lo conosceva bene, diceva che per stabilire se in campo Pete fosse sceso con la vena giusta bisognava guardare come giocava di rovescio. Se il rovescio funzionava, allora voleva dire che l’ispirazione artistica quel giorno lo percorreva. Perché lui era così, pare non avesse molta voglia di ammazzarsi d’allenamento, preferiva affidarsi alla vena, all’arte. La terra rossa non gli piaceva, questa roba che si appiccicava sotto ai piedi e che lui, americano nato da genitori greci, nei suoi States non aveva mai visto. Per questo il Roland Garros non lo vinse mai. Non gli piaceva giocare sulla terra, quindi a Parigi l’ispirazione faticava a percorrerlo e lui, semplicemente, non vinceva. Eppure una volta dovette battersi per la propria nazione proprio sulla terra rossa, in finale di Coppa Davis contro la Russia. Il suo avversario era un terraiolo provetto di nome Chesnokov. Come da suo costume su quella superficie il greco-americano faceva una fatica enorme, ma quella volta non poteva mollare. Bisognava vincere per il proprio Paese. E vinse dopo 3 ore e 38 minuti di lotta senza esclusioni di colpi. Alla fine non ebbe neanche il modo di alzare le braccia al cielo perché, neanche un secondo dopo la conclusione del match, lo colsero crampi  al polpaccio così lancinanti da costringerlo a lasciare il campo sdraiato su una barella. Anche questo era Sampras.
Sampras aveva addirittura inventato un colpo, lo smash al salto. Era il colpo che più gli piaceva e più lo faceva sentire il campione che era. Appena, proveniente dall’altro lato del campo, si avvicinava una pallina alta eccolo che si coordinava, spiccava il salto e boommete! Schiacciava in modo imprendibile come i neri americani fanno nei canestri gettandovi dentro, oltre alla palla, anche la loro voglia di reagire alle discriminazioni e di esigere con orgoglio il rispetto. Sì, perché Sampras era anche questo, figlio di immigrati greci, un campione del tennis proletario.
Oppure come quando si trovava sballottato dalla parte destra del campo e rincorreva una pallina che umanamente sembrava impossibile da ribadire e lui, invece, sparava dei proiettili di dritto in corsa che non si capiva neanche bene da dove e come uscivano. Anche questo era un suo colpo peculiare e anche per questo colpo lo chiamavano Pistol Pete. In quei momenti Pistol Pete interpretava il sogno di parecchi di noi, che avrebbero voluto sentirsi per una volta Clint Eastwood. Quegli eroi duri e puri che al di fuori dei film è così difficile essere e che il greco-americano, su un campo da tennis, aveva trovato il modo d’impersonare, perché l’unica cosa che si può accettare di sparare sono soltanto palline di tennis.
Quindi in conclusione di questa estemporanea riflessione, mi pare appaia chiaro a chi ha letto chi tra Sampras e Federer io preferisca e per quali motivi. Come cantava Finardi riguardo alla radio: “forse è proprio questo che me la fa preferire: è che con la radio non si smette di pensare”. Riguardo a Sampras invece io direi: “forse è proprio questo che me lo fa preferire: è che il tennis di Pistol Pete ci permetteva di sognare”.

venerdì 10 agosto 2012

Gli 800 metri di una donna

 



Un’ Olimpiade è mille e più storie di uomini e donne. Uomini e donne che vincono e uomini e donne che perdono. Storie dove vincere o perdere non significa solo conquistare una medaglia. Non è la qualità del metallo che ci si appende al collo o il voto di un giudice di gara a dare il senso di una vittoria o di una sconfitta. Una storia per essere degna di essere raccontata non necessariamente deve celebrare una medaglia d’oro. All’Olimpiade, come nella vita, vincere non significa arrivare per forza primi. La storia di Caster Semenya è una di queste mille e più storie. Caster correrà domani sera 800 metri che valgono qualcosa di diverso dalla medaglia d’oro.
Del resto lei sa già cosa significa tagliare il traguardo prima delle altre. Tre anni fa, a soli 18 anni, la sua corsa mangiò pista e avversarie e stravinse i Campionati del Mondo a  Berlino. Batterle tutte, però, non le servì a farla sentire come loro. Caster, infatti, è una ragazza sudafricana che sembra un ragazzo. Anzi, averle battute peggiorò la situazione. Si sa, è più facile tollerare chi è diverso quando se ne sta nel suo angolino senza dare fastidio. Diventa più difficile  quando pretende di toglierci spazio e gloria.  Così i sorrisini, i pettegolezzi e le toccatine di gomito diventano frustrazioni, reclami, proteste. Così la ragazza sudafricana viene messa all’indice e sottoposta a indagine, vietandole di correre fino a quando la Federazione di Atletica non riterrà di aver avuto il responso finale.
 È difficile immaginare cosa possa aver provato in quei mesi Caster Semenya, quello che è certo è che lei non si è arresa, non è crollata e ha continuato a credere nel suo sogno che chi ha un minimo di sensibilità capisce che non è solo correre gli 800 metri. Si può capire però anche che, a volte, 800 metri possono dare un senso alla vita. Di certo ha avuto bisogno di molta forza Caster, in quei momenti e un po’ di quella forza magari l’ha avuta perché è stata costretta a darsela fin da bambina, per combattere contro il suo destino di donna che non sembra una donna, nata negli ultimi anni dell’apartheid.
Caster non sembra una donna, ma è una donna.  Il doping non c’entra nulla e anche la Iaaf (Associazione internazionale di atletica) ha decretato che  ha pieno diritto a gareggiare con le donne.  Il diritto a essere donna non gliel’avrebbe mai potuto togliere nessuno, neanche la Iaaf. Del resto il saggio ci ammonisce che non tutto è come sembra e quindi sarebbe buona regola non affidarsi semplicemente all’apparenza ma avere la forza e la sensibilità per spingersi all’essenza.
Le Olimpiadi sono queste. Vedere ieri la gioia negli occhi di questa ragazza mentre torna a correre e a poter essere se stessa a dispetto dei pregiudizi. E vederla correre domani sera per provare a vincere la sua medaglia d’oro, magari con Mandela Day dei Simple Minds in sottofondo.


venerdì 29 giugno 2012

I protagonisti




                             


Cesare Prandelli è una persona educata. Non gli appartengono pretese “superomiste”. All’interno di un bengodi irrorato da getti irreali di denaro e in cui la fama ti segue ad ogni passo che muovi, pure se lo muovi per sbaglio, a molti suoi colleghi capita facilmente di sentirsi Napoleone. Prandelli non solo non si sente Napoleone, ma non si sente nemmeno Mourinho. Si porta addosso come se fosse una filosofia di vita quello che gli inglesi chiamano understatement, ma lo fa con sicurezza e convinzione. Mai una parola sopra le righe, mai un’alzata di volume eppure la sua autorevolezza si sente, si pesa dentro e fuori lo spogliatoio. Cesare Prandelli ha stile, un suo stile non copiato da nessun altro e non studiato a tavolino, ma proprio suo. Ha preso in mano la Nazionale italiana di calcio in uno dei suoi momenti più bassi, dopo essere stata eliminate ai mondiali da Slovacchia, Paraguay e Nuova Zelanda, senza vincere nemmeno una partita, neanche con la Nuova Zelanda. Più in basso di così, sarebbe risultato difficile anche scavare. Eppure i risultati non raccontano tutto. Il momento era tra i più bassi perché anche gli Italiani parevano aver smesso di amarla. E quello che è successo dopo, tra scandali, scommesse e putridumi vari non aveva certo aiutato a renderla più attraente e appassionante. Lui però non ha abbandonato la sua strada, ha continuato dritto con le sue idee e ha proseguito il suo lavoro, facendolo sempre e comunque col suo stile. In quei giorni caldi si ricorda solo una frase apparentemente stridente, quando disse: “ se ce lo doveste chiedere, noi siamo anche pronti a restare a casa” o qualcosa del genere. In realtà anche in questa frase c’è tutto Cesare Prandelli. Uno a cui le storie di scommesse e di partite truccate non riescono proprio ad andare giù e che chiama se stesso e coloro che guida, alle proprie responsabilità e al compito di dover emendare questo disonore. Giocando a calcio. Ed è proprio questo che questa Nazionale, pur passando per vicissitudini e piccoli inciampi iniziali sta facendo. Come l’Italia oramai non faceva da tempo immemore e come non ha fatto neanche quando a Berlino alzò la Coppa del Mondo. Quella era un’altra Nazionale e sulla panchina c’era un’altra persona.
Marcello Lippi è un allenatore vincente. Così lo ritengono tutti e così ovviamente si sente anche lui. Del resto ha vinto campionati e trofei italiani, ha vinto la Champions League e nel 2006 anche i Mondiali. Proprio l’ebbrezza di quest’ultimo successo, probabilmente gli ha dato un po’ alla testa. Dopo due anni ritornò su quella panchina e voleva vincere di nuovo, ma stavolta voleva che la sua impronta fosse ancora più chiara, che fosse chiaro a tutti che questa vittoria appartenesse anche a lui. E così costruì un abbozzo di Nazionale della quale facevano parte quelli che, a suo insindacabile giudizio, erano “bravi ragazzi”. Quindi, per esempio, a Cassano sbattè la porta in faccia. L’irrequieto barese non corrispondeva a quella che era la sua concezione di bravo ragazzo. Marcello Lippi vagheggiava una squadra di soldatini ubbidienti, pronti ad adempiere coscienziosamente ai suoi ordini. Il problema fu che i suoi ordini si rivelarono perlopiù sballati, i giocatori si trovarono piuttosto a disagio nei panni di soldatini e uscimmo giocando da cani e non riuscendo a battere neanche la Nuova Zelanda. Magari sarebbe stato d’aiuto anche possedere consapevolezza del fatto che i Mondiali del 2006 l’ avevamo vinti non senza merito, ma comunque anche parecchio per caso e comunque dando molto vagamente l’idea di giocare a calcio in un modo piacevole e apprezzabile.
In questa Nazionale invece c’è Cassano e c’è anche Balotelli, un altro che con Lippi non avrebbe mai giocato. Invece Prandelli col suo stile e col suo understatement ha fatto capire ai due che in campo ci si comporta in un certo modo e a lui basta che loro in campo in questo modo si comportino. Poi fuori dal campo le persone non sono tutte uguali e non spetta certo ad un allenatore dare patenti di bravi o di cattivi ragazzi.
C’è ancora una finale da giocare che ovviamente può essere vinta o persa, ma ora gli Italiani amano questa Nazionale, perché fa l’unica cosa che un appassionato di calcio chiede o dovrebbe chiedere alla squadra per cui fa il tifo e cioè giocare davvero a calcio.

lunedì 25 giugno 2012

Idee di democrazia grillesche e idee cirilliche

Beppe Grillo in risposta ad un editoriale di Scalfari su Repubblica ha pubblicato questa postilla sul suo blog:

Ps: Io non ho proposto l'uscita dall'Euro come vorrebbe Scalfari, che incassa la pensione da ex parlamentare, ma un'analisi di costi e benefici reali dettagliata prima di proseguire su una strada che dei premi Nobel, non un miserabile demagogo come il sottoscritto, ritengono insensata. La mia idea di democrazia, comunque, è che una decisione così importante come l'ingresso nell'euro andasse a suo tempi sottoposta a referendum, non decisa sopra le teste degli italiani.  
Beppe Grillo

Io, nel mio piccolo, ho un'idea di democrazia un po' diversa e ho pubblicato su quel blog questo commento:

Ritengo che corrisponda a un'idea di democrazia alquanto balzana prevedere e sostenere che le decisioni di politica monetaria vadano sottoposte a referendum. La costruzione dell'Europa e la sue speranze di salvezza derivano dalla capacità che essa avrà di liberarsi dal nodo scorsoio stretto al collo dei cittadini europei per mano della finanza e della politica senz'anima che finora l'ha governata. La parola più adatta a sciogliere questo nodo scorsoio è senza dubbio "democrazia". Il punto è che democrazia non significa mettere la crocetta in un referendum. E soprattutto democrazia non significa che i cittadini devono mettere una crocetta per scegliere se vogliono l'euro o la lira.
La democrazia si realizza quando i cittadini sono in grado di poter esprimere un governo che li rappresenti e questo governo sia in grado di prendere responsabilmente scelte di politica monetaria, tenendo ben presente che è la moneta a dover essere al servizio della politica e soprattutto dei cittadini.


Raffaele Cirillo

Il post completo di Grillo a cui questa postilla e il mio commento si riferiscono è rintracciabile ovviamente sul famosissimo blog del momento.

lunedì 4 giugno 2012

Uscite fuori luogo e parate fuori tempo





Proprio quando la “parata del 2 giugno” è scomparsa dalla hit parade delle polemiche della settimana mi è venuto in mente di dedicare una fugace parte dei miei pensieri all’argomento. Oramai questi batti e ribatti noiosi, questi rimpalli vacui e smorti che, a turno e con cadenza regolare, occupano inutilmente la scena pubblica hanno completamente smesso di catturare la mia attenzione. La polemica infuria e a me fa lo stesso effetto della pubblicità che interrompe un programma che mi piace o dell’intervallo di un minuto nei games dispari delle partite di tennis. Mi distraggo, perdo interesse, tanto che poi a volte dimentico di continuare a seguire il programma o la partita di tennis. Ieri però quelle informazioni che il mio cervello aveva rifiutato di elaborare sono ricomparse in superficie e mi hanno condotto ad un’associazione (non so quanto sia presuntuoso chiamarla di “idee”, quindi evito di farlo). Avevo sentito che la spesa dello Stato per la tanto dibattuta parata militare del 2 giugno si aggirava sui 2,5 milioni di euro. Per divertirsi in scommesse a Buffon è bastato un milione di euro in meno. Così, tanto per fare un confronto, per stabilire un un’unita di misura: le scommesse di Buffon costano  circa 2/3 di parata. Lascio a voi trarre le riflessioni e le considerazioni in proposito che più vi aggradano. Tralascio anche di esercitarmi nel fin troppo facile gioco linguistico che piacerebbe ai “maligni”,  individuando in 2,5 milioni il costo della parata e in 1,5 milioni il costo di una "non parata".  In questo caso oltre ad essere meno costosa, la “non parata” sarebbe decisamente molto più remunerativa. Si tratterebbe di un’autentica sperequazione. Io mi dissocio da queste interpretazioni, sono insinuazioni malevoli che non mi appartengono. Io, notoriamente, sono “buono” quasi quanto Fabio Fazio.
Oggi intanto il presidente Napolitano ha inteso incoraggiare la Nazionale e con essa lo spirito patriottico degli sportivi italici, manifestando la propria vicinanza di spirito e di corpo ai colori azzurri. Il 10 giugno il Capo dello Stato sarà a Danzica per Italia-Spagna.
Caso vuole che La7 lo scorso sabato sera abbia trasmesso la finale Italia-Germania. Quella con Pertini in tribuna che balzava in piedi ad ogni gol degli azzurri e che al terzo gol, con un sorriso che a distanza di trent’anni a guardarlo contagia ancora, si rivolge con indice e pollice tesi al cancelliere Schmidt: “non c’è più trippa per gatti”.  E allora pensi che in fondo è vero che il calcio è il gioco più bello del mondo, e pensi a quant’era bella e forte quella Nazionale. Che poi gli scandali, i sospetti , gli imbrogli sono sempre esistiti. In quel caso qualcuno disse che la qualificazione al turno successivo ce la conquistammo fuori dal rettangolo verde, offrendo una manciata di euro al Camerun e al suo pittoresco portiere N’Kono. Oliviero Beha ci scrisse anche un libro, dal titolo Mundial gate. Il libro fu stampato, ma poi non fu messo in vendita. Quei momenti, quelle immagini sono rimaste però ancora lì, niente ha potuto sporcarne la purezza e inficiarne il sentimento collettivo di gioia che evocano.
Poi ripenso a Buffon, alla Nazionale, ad Euro 2012 e stavolta associazioni non me ne vengono. Ripasso a voi la palla e lascio che ognuno tragga le riflessioni e le considerazioni che preferisce.


mercoledì 30 maggio 2012

Anna ed Eva


Anna vive a Melfi. Ha poco più di 20 anni. La sua vita somiglia a un orologio. La lancetta più grande è la nonna malata, che non può alzarsi dal suo letto e che sembra essere l’unica persona che Anna ama davvero. La lancetta più piccola scandisce il tempo delle tante, troppe ore passate in fabbrica. Ore consumate a guadagnare i soldi per pagare le cure della nonna, per pagare le spese della propria famiglia, con un padre disoccupato che ha una Tv come migliore amico e con una madre che lavora anche lei e che svolge il proprio ruolo familiare con rassegnazione. In un alba gelida che sembra come tutte le altre Anna raggiunge la sua macchina per andare in fabbrica, ma dentro ci trova Eva. Eva stava dormendo, dice che è entrata perché fuori faceva troppo freddo, si scusa. Poi si sposta al lato passeggero, pronta ad andare dovunque Anna voglia portarla. Eva è coetanea di Anna, ha due occhi verdi che paiono reclamare dal mondo l’amore che il mondo, bastardo, le nega. È bella Eva, ma di una bellezza dimessa, completamente innocente.
Anna deve andare al lavoro e non può portarla con sé, la può far salire però in casa. Come se fosse la scelta più naturale del mondo la fa entrare, va al letto della nonna per avvertirla della sua presenza e corre al lavoro. Avviene così l’incontro tra la giovane operaia italiana e la giovane operaia rumena, licenziata nel suo Paese e che arriva in Italia per rivedere sua madre. Questo incontro e la storia che da esso nasce è raccontato in un film di Massimo Coppola, uscito nelle sale circa un anno fa e che io ho visto ieri in tv. Hai paura del buio è un film originale, inconsueto, dissonante per certi aspetti. Vi scorre dentro la disperazione della vita vera, la forza della gioventù e della bellezza, la ribellione del dolore più che la ribellione al dolore. Le due ragazze il loro dolore se lo portano dentro, con la consapevolezza che esso fa parte di loro, della propria anima. Non lo rifiutano, ma ne traggono forza, caparbia voglia di vivere. Così Eva, dopo aver “spiato” la vita della madre per giorni,nascondendosi mentre la guardava portare al parco la bimba degli “Italiani” e poi seguendola fino a dove abitava per scoprire che soggiaceva alle voglie di un balordo che “commerciava” i corpi delle rumene in quella zona, decide che è arrivato il momento di guardarla in faccia. Non c’è spazio per la retorica nelle parole in lingua rumena che Eva dice alla madre e non c’è spazio neanche per il perdono. Sua madre è colpevole dei nove anni in cui l’ha lasciata sola, di non essere mai ritornata neanche quando era morta la sua di madre. Mentre qui in Italia badava ai figli degli altri e andava al funerale dei vecchi di cui faceva la badante. Per soldi. Come per soldi magari aveva anche battuto in strada. A niente servono le strazianti lacrime della madre, alla parola sacrificio Eva sente scoppiare dentro di sé di nuovo tutto il dolore dei nove anni passati senza la propria mamma. Eva non può sopportare che lei possa pensare che i soldi possano ripagare anche una sola parte di tutto questo dolore. La madre in questi nove anni le ha mandato 28000 euro, a cui l’unico valore che lei può dare è quello delle cose che ci ha comprato, per esempio le pasticche per sballarsi in qualche sabato notte di Bucarest. Restituirà tutto alla madre, fino all’ultimo centesimo e quando la madre le chiede “perché sei venuta fin qui?”, lei risponde: “ per convincermi che non esisti più”.
Così Anna alla morte della nonna si trova con la consapevolezza di doversi reinventare una vita. Daccapo. Senza più la fabbrica che la vita gliel’avrebbe mangiata soltanto. 

lunedì 28 maggio 2012

La notte oscura (ermetismo impanato e fritto)


La notte che è calata stanotte è nera di un buio che terrorizza gli occhi. Un velo copre la luna e serra prigioniera la luce. È un velo spesso come la vergogna. La vergogna è quella cosa che fa di un uomo un uomo, disse quel tale alla fermata del tram. In fondo poi cos’è la vergogna? Me lo domandai quella volta, dopo aver sentito le parole di quel tale, mentre correvo col cuore in gola verso la stazione. La vergogna è qualcosa di cui dobbiamo rendere conto a noi stessi o è il sentirsi nudi davanti agli occhi degli altri?  Perché se ci vergogniamo solo quando gli altri ci vedono e ci scoprono, allora in fondo non è vergogna e forse noi abbiamo fatto qualcosa che in realtà ci andava bene fare. E quindi non ci sarebbe niente di cui vergognarci. Malgrado pensassi veloce e mangiavo la strada con ancora maggiore frenesia, persi il treno, uno di quei treni che non passano più.
A questo punto il passato si dirada e vengo immerso definitivamente in questa notte nera di vergogna. La vergogna copre tutto, come un magma indistinto, dalle parti di Tivoli. Non si vedono più i fatti, non si distinguono l’una dall’altra le persone, si perde nella nebbia della vergogna anche il motivo che l’ha generata. Non si sa più né chi è in diritto di vergognarsi, né chi è in dovere di ricordarsi. Tutto scivola via in una nube nera, con le grida di sottofondo di chi dice “giustizia è fatta” o di chi dice “giustizia caina”. Mentre noi da qui vediamo solo il nero di questa notte e da qui non sappiamo certo, né potremmo, giudicare.
Chissà se poi in questa notte c’è spazio anche per la vergogna dei calciatori, degli allenatori. Difficile sostenerlo.  Se la vergogna è quella cosa che sosteneva i tale alla fermata magari, qualcuno che tra di essi è uomo, la proverà. Se non è questo, invece, venduti, imbroglioni e ciarlatani del calcio di ogni risma non hanno niente di cui sentirsi nudi dinanzi ai nostri occhi. Noi lo sapevamo già, eppure nei week end questo spettacolo brutto ed indecente siamo stati contenti come dei bambinoni di sorbircelo lo stesso. E niente c’ha tolto il gusto di spendere i nostri quattrini per giocarci sopra anche delle gran belle scommessone. Come ebbe a dire Petrolini : “ io non è che ce l’ho con te, ce l’ho con quello che hai a  fianco che nun te prende e te butta de sotto!”.
E ora mi cullo in questa notte, mentre un’ inquietante ombra di vergogna mi culla. Una vergogna che è tutta e solo mia e di cui voi non avete nulla da sapere.

venerdì 25 maggio 2012

Celestino

Da qualche giorno nelle pagine politiche compaiono cognomi nuovi. Pizzarotti, Tavolazzi, Casaleggio. Cognomi inediti, anche anomali, non privi di un certo spirito creativo, tanto da sembrare quasi inventati.
Sono cognomi verissimi, invece. La loro presenza sulle pagine politiche odierne è non solo meritata, ma anche benedetta. Soprattutto per quanto concerne il primo cognome. Di tantissime cose ha bisogno la nostra politica in questi tempi cupi e funerei. Una tra le tantissime è senz’altro l’emergere di cognomi nuovi. Evviva Pizzarotti dunque, evviva la riscoperta della partecipazione, evviva il riaffiorare del desiderio di fare politica attiva in una generazione che fino a poco tempo fa ne pareva tristemente immune.
Nelle pagine politiche di questi giorni, però, cambiano i cognomi, ma i contenuti rimangono pericolosamente simili a se stessi. Pizzarotti vorrebbe Tavolazzi, ma Casaleggio tramite Grillo non è d’accordo. Pizzarotti fa un passo indietro poi due avanti, poi due indietro più uno avanti, infine se la prende con la stampa, coi giornalisti che distorcono e interpretano male. Omette  però l’aggettivo “comunista”, a differenza del campione politico assoluto di questa specifica specialità.
 Tavolazzi litiga con Casaleggio. Grillo litiga con Tavolazzi, secondo Tavolazzi per interposta persona (il “famoso” Casaleggio di cui sopra).
Leggo stancamente risposte, contro-risposte, attacchi, contro-attacchi e mi viene in mente Nanni Moretti. Penso al Papa che non ce la fa a pensarsi Papa. Al Papa che ha una concezione così pura e alta del ruolo del Pontificato che non si sente all’altezza, che lo ritiene impossibile per lui. Gran bel film “ Habemus Papam”, mi è piaciuto molto. Mi piacque molto anche la canzone di De Gregori che prendeva spunto dalla storia di Celestino V, il Papa che nel 1294 rinunciò alla sua carica di Pontefice, ritenendo la vita monastica da benedettino eremita più adeguata a servire Dio, piuttosto che ricoprire la carica. 
Mi affascina molto la purezza mistica di chi guarda il mondo e le cose  nella loro “idealità” , di chi non sopporta che si compiano atti che ne possano intaccare o corromperne appunto l’ “idealità”.
Questa fascinazione a volte mi fa davvero pensare che l’azione più coerente a tale pensiero, la scelta più sensata sia davvero quella di “girare i tacchi e andarsene in Africa”. Metaforicamente s’intende, tecnicamente parlando al momento sto piuttosto bene qui a casa mia.
Poi per fortuna mi accorgo che si tratta solo di una suggestione. Non è sensato perdere la speranza che qualcosa di “ideale”, o più semplicemente di utile per questo mondo, si possa realizzare agendo, piuttosto che rinunciando. Non sperare e non confidare più di tanto in Pizzarotti, Tavolazzi, Grillo (o chi per loro) mi pare, intanto, molto più sensato.

martedì 22 maggio 2012

Questi fantasmi


Periodo di bombole fatte esplodere davanti alle scuole per ammazzare ragazze, periodo di terra che trema e di uomini che sudano il salario e la vita, morti di notte sotto a capannoni crollati, periodo di troppi suicidi e nessuna statistica è adatta a misurare la disperazione e la tragedia.
Le parole si muovono in questo spazio ormai sempre più angusto e sempre più invivibile. Le parole lo saturano, lo rendono irrespirabile. Le parole a volte perdono di senso e diventano solo un ulteriore peso sull’anima. Le parole a volte smettono di vivere e diventano solo una stanca recita, una consunta messa in scena.
Francesco Merlo scriveva sabato per il quotidiano “la Repubblica”, dopo l’insopportabile crimine compiuto a Brindisi: - oggi anche la scrittura più sincera e retorica e anche le mie parole sono diventate cieche-.
A distanza di tre giorni si brancola ancora nel buio. Qualcuno prova a sbattere qualche mostro in prima pagina, gli inquirenti si confondono e ci confondono, sorgono conflitti di competenza, il sindaco di Brindisi si preoccupa che la città esca dai cataloghi Valtour.
Qualcuno ha attaccato lo Stato e lo Stato risponde come può. La risposta è che: “ si tratta di un gesto isolato, di un dissociato, di un  disadattato.” Il mostro è sempre la figura ideale per esorcizzare paure ben più profonde, per allontanare i fantasmi. Il procuratore di Brindisi già domenica mattina sfoderava addirittura un abbozzo di profilo psicologico del colpevole. E poi c’è anche un video.
Solo che ieri si diffonde nome e identità di un tizio, si diffonde l’idea che sia lui il colpevole, ma poi viene rilasciato e la Procura dichiara: “al momento non c’è nessun arrestato, neanche nessun indagato”. L’unica certezza del procuratore è che la mafia non c’entra, ne’ alcun altra entità spaventosa. Per ora la risposta dello Stato è esorcizzare i fantasmi. Per la verità ci sarà tempo. Il tempo per aspettare la verità in Italia non scade mai per chi piange i morti delle bombe, degli attentati, degli aerei disintegrati senza motivo apparente.
Sono troppi coloro che la verità l’hanno attesa invano da troppo, troppo tempo.

domenica 20 maggio 2012

Il destino di vincere e il destino di perdere









Una partita di calcio è una partita di calcio. Anche quando ci sono svariate decine di milioni di persone a guardarla. Anche quando vale la coppa più importante d’Europa. Anche quando risulta piuttosto noiosa e pare rappresentare al meglio l’immagine della bruttezza, intesa come concetto filosofico. Resta comunque una partita di calcio, niente di più niente di meno. Nonostante la bruttezza evidente e inconfutabile che l’ha contraddistinta, una partita come quella di ieri sera ha un potere e un senso speciali. Raramente si è avuta la percezione di assistere al compimento ineluttabile di un destino sportivo come è stato sul prato dell’Allianz Arena il 19 maggio del 2012.
I confusi, volenterosi e talvolta sgangherati attacchi dei padroni di casa parevano doversi irrimediabilmente infrangersi su quel muro blu, sorretto da chissà quale forza misteriosa, da un fato sfuggente e irriducibile agli affanni umani. Pareva ovvio che non ci fosse verso di abbatterlo. Se quel muro non era caduto di fronte agli assalti di Messi e di tutto il Barcellona come avrebbe mai potuto cadere? Il destino aveva portato il Chelsea fin lì e il destino non l’ avrebbe abbandonato prima di concludere la sua opera.
I tedeschi erano consapevoli di giocarsi la partita che vale l’intera carriera, l’occasione della vita. Erano arrivati proprio lì dove avevano sognato, a giocarsi la finale nel loro stadio.  Anche loro invocavano il loro destino. Ed esso non gli ha fatto mancare, supremo oltraggio, l’illusione di averli accontentati. Mancavano soli sette minuti quando il colpo di testa di Muller poteva valere la vittoria. La Coppa distava soli sette minuti. Da quello che si era visto in campo l’idea che in sette minuti il Chelsea avrebbe potuto imprimere un clamoroso cambiamento di direzione alla vicenda appariva al di fuori di qualsiasi normale logica calcistica. Il Chelsea, in 83 minuti, non aveva mai tirato in porta se non in un unico fiacco e flaccido tentativo di Kalou, dove avrebbe potuto trovare la forza e la capacità di fare un gol in sette minuti? Eppure nell’aria si avvertiva qualcosa di strano, eppure oltre alla logica calcistica ieri sera in campo c’era dell’altro. Ed ecco arrivare il ruggito dall’Africa. Il 34enne ivoriano Didier Drogba, all’ultimo atto di una carriera brillante ma contraddistinta anche da sogni infranti, svetta di testa nell’area avversaria e s’impadronisce della scena. Questa doveva essere la sua serata. Non c’è errore o leggerezza umana che possa interrompere il fiero cammino degli eroi scelti dal fato. Infatti quando nei supplementari Didier fa la sciocchezza e stende Ribery in area causando inopinatamente un rigore, ecco comparire l’altra faccia della medaglia. L’eroe sfortunato, colui che il fato ha ripudiato: Arjen Robben. Probabilmente il calciatore di maggior talento in campo, va sul dischetto e sbaglia il rigore. Quello che succede dopo è solo il compimento e l’epilogo di qualcosa che oramai era già stato definitivamente scritto. Come ogni vittoria ha un volto e un simbolo, così lo ha ogni sconfitta. Quello della sconfitta è il volto di quest’olandese 28enne, stempiato e incompiuto. Due anni fa Arjen Robben aveva incantato l’Europa con il suo magnifico sinistro a rientrare, ma poi al momento decisivo era comunque inciampato. Nella finale dei Mondiali, lanciato verso la porta spagnola con davanti il destino di portare l’Olanda alla conquista del suo primo titolo mondiale, vide improvvisamente quella porta chiudersi in faccia e calciò fuori sull’uscita di Casillas la palla della vittoria. Vinse la Spagna. Stavolta ha vinto il Chelsea. Chissà se prima della fine della sua carriera il destino concederà la sua possibilità di rivincita anche ad Arjen. Stavolta toccava a Didier.


mercoledì 16 maggio 2012

Uscire fuori dalla melma


Ieri sera passando per il noto blog Piovono Rane una riflessione mi ha coinvolto. Alessandro Gilioli, l’autore, toccava il tema del momento. Nel suo post si parlava, insomma, del bubbone che con le recenti elezioni amministrative è diventato fin troppo evidente sulla faccia della politica nostrana per poter continuare ancora a far finta di niente. Gilioli scrive che c’è dell’altro oltre le malefatte, le indegnità e le ruberie di cui quelli che lui chiama “i rappresentati del popolo” si sono impudentemente macchiati in questi anni ad aver fatto venire una tremenda voglia ai cittadini di fare a meno di loro. Questo “altro” secondo Gilioli è la sensazione sempre più chiara che le decisioni vere, le vere dinamiche del potere stanno altrove.  A questi rappresentanti del popolo pare non restare altro che il disperato tentativo di – conservare poltrone e incarichi che oramai servono soltanto a loro- mentre chi prende le decisioni importanti sta altrove, mentre sono altri e più o meno oscuri i poteri che indirizzano la politica dei nostri Stati. Ciò che se ne ricava è – la percezione di non essere più in democrazia, o meglio di essere in una democrazia senza braccia e senza mani-, per cui risulta normale come  conseguenza di questa percezione, il desiderio di smetterla di votare quelli che in realtà appaiono ormai più che altro come fantocci, talvolta inoltre anche poco onesti e poco degni. Io credo che Giglioli abbia ragione. Insomma, siamo alquanto nella merda. La consapevolezza di essere alquanto nella merda si trascina con sé anche un portato che non faticherei a considerare positivo. Quando si capisce di essere arrivati a questo punto, del resto, è inevitabile sentire l’impulso a reagire. L’istinto di sopravvivenza, se non altro, ci spinge a spendere le nostre forze per evitare di essere sopraffatti. 
I prodromi di questo impulso a reagire io li vedo nel rinnovato interesse che gran parte della popolazione in età più o meno giovane ri-mostra per la politica. Li vedo nella rediviva consapevolezza della necessità e della bellezza della “partecipazione”. E non è un caso che siano soprattutto i giovani a rendersene protagonisti. La sensazione di non contare nulla e di essere soltanto i bersagli delle decisioni altrui e tutta la frustrazione che da ciò deriva le si hanno ancora più facilmente quando si è impigliati in un lavoro precario e si vive la quotidiana angoscia di poter ricevere un calcio in culo da un momento all’altro da un “padrone” che magari non si conosce e capisce manco bene chi sia. E allora a questa frustrazione si sente la necessità di reagire, si sente il bisogno di riprendersi in mano il proprio futuro agendo in prima persona.
Si spiega anche così il successo di Grillo e del Movimento 5 stelle. Attraverso di esso i giovani hanno senza dubbio una possibilità più consistente e reale di mettersi in gioco in prima persona di quanto ne offrano gli odierni consunti e sgangherati partiti. Non si può negare questo. Non si può non riconoscere questo merito sia a Grillo che al Movimento 5 stelle.
Allo stesso modo non si può negare che Grillo sia un personaggio piuttosto equivoco e che non ha evitato di macchiarsi di pacchiane incoerenze oltre che di profferire sonore sciocchezze. Una volta pare volesse disintegrare in pubblico un pc, in quanto simbolo della “tirannide della tecnologia”. Una volta montò un can can perché voleva candidarsi a segretario del Pd, proprio lui che aveva sempre professato e continua a professare di voler ardere vivi tutti i partiti. Recentemente ha sostenuto che nelle ruberie della Lega in fondo non c’era “il reato” e che la mafia non strangòla (sì proprio così, con l’accento sulla o) mentre lo Stato che chiede troppe tasse sì. In quest’ultimo caso giova ricordare che ha sostenuto di essere stato male interpretato, ma evidentemente è un vecchio trucco.  Comunque passino pure gli strafalcioni, le imprudenze e le bizzarrie di Grillo, non è giusto ingabbiare il Movimento nella personalità del suo ispiratore. Quello che va imputato, tuttavia, al Movimento 5 stelle è di non avere un’identità riconoscibile, di non avere una fisionomia politica e ideale nitida. Quindi di non avere ancora mostrato e dato prova di avere delle idee originali e plausibili in grado di permetterci di sperare concretamente che proprio il Movimento 5 stelle rappresenti l’entità attraverso cui la voglia di reagire e di riprendersi il proprio futuro possa avere il suo sbocco felice. In sintesi non credo sarà così che usciremo dalla merda. In ogni caso, quello che emerge di positivo, è quantomeno la voglia di tirarsene fuori. E non è cosa da poco. Mi pare una buona base di partenza.

lunedì 14 maggio 2012

Riflessioni pre-notturne




L’increspatura su cui la scricchiolante barchetta finisce per impennarsi ed essere sbatacchiata pericolosamente, è una stropicciata definizione burocratese. Il nuovo sindaco del Comune di Capaccio ha avuto l’ardire di nominare un assessore all’identità culturale.
La definizione a me, oltre che stropicciata, pare meritare almeno un altro paio di aggettivi. Impropria oltre che improvvida. Mi provoca straniamento il sostantivo “identità” fatto precedere all’aggettivo “culturale”. L’idea che ho io della cultura, da colto mediamente incolto quale sono e amo considerarmi, fa piuttosto a pugni (sempre secondo me) con ciò che ha  a che fare con l’identità.
La cultura nasce e vive se c’è uno scambio, un passaggio, un incontro. La cultura quindi ha bisogno della contaminazione, dell’interferenza, del contatto. Altrimenti muore.
Pur essendo mediamente incolto per essere colto so anche che l’identità non è qualcosa di fisso, di intangibile e che per svilupparsi e consolidarsi necessita della relazione. Tuttavia il sostantivo “identità” fatto precedere all’aggettivo “culturale” mi pare comunque ingabbi  l’aggettivo. Mi pare faccia perdere un po’ il senso del bisogno della contaminazione, dell’interferenza , del contatto di cui la cultura necessita per vivere e svilupparsi, per non morire.
Poi pensandoci bene non capisco che ruolo e che senso possa avere un assessore comunale all’identità culturale. Che compito dovrebbe avere? Salvaguardare l’identità culturale del proprio paese dagli influssi esterni, proteggerla dalla possibilità di confusione con le identità culturali dei paesi confinanti o lontani? Impedire la contaminazione? Non capisco. Non mi pare proprio accettabile l’idea di suddividere le culture in compartimenti stagni, di separarle in blocchi divisi. Se già la definizione “identità culturale” mi straniava, il pensare che ci sia un assessore all’identità culturale mi crea ancora maggiore turbamento.
Allora mi si dice:   -ma sai un paese come Paestum è attraversato da così tanta storia, ha un patrimonio così grande per cui possiede davvero una specificità e per cui c’è davvero bisogno che se ne acquisti consapevolezza. Purtroppo questa consapevolezza manca e per questo c’è bisogno di un assessorato all’identità culturale-.   Il mio turbamento, tuttavia, non svanisce affatto. Credo che ogni territorio, ogni popolo, ogni aggregazione umana presenti delle significative specificità. Credo anche che quelle che Paestum ha avuto in eredità dagli antichi Greci siano specificità particolarmente valorose e, per l’appunto, speciali e che meritino molto di più di quello che i Pestani e le loro sgangherate amministrazioni comunali hanno riservato ad esse finora. Tuttavia credo che la definizione di “ assessore per la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale” sia molto più indicata a designare chi debba assolvere a questo compito. La mia definizione non piace affatto al mio interlocutore, a lui sta bene l’assessore all’identità culturale. La mia barchetta si cappotta e io faccio un tonfo nell’acqua. Lo scambio non ha funzionato, la contaminazione è naufragata. Anche questa è cultura. Tentativi di contaminazione andati a vuoto. Le nostre identità sarebbero rimaste più o meno separate in ogni caso e con ogni risultato, ma sarebbero comunque esistite. Senza la possibilità di provare ad ottenere un passaggio, ad effettuare uno scambio, senza contaminazione, invece la cultura non esisterebbe.