sabato 1 luglio 2017

La truffa del futuro in politica

I nuovi politici non si guardano indietro. Hanno lo sguardo puntato in avanti, in direzione del futuro. Lo guardano e lo vedono. E vedendolo loro, riescono a mostrarlo anche a noi. Attraverso il loro sguardo, fisso in avanti, un mondo nuovo ci si aprirà davanti. Incerto, ma pulito dagli inganni avrebbe continuato Pierangelo Bertoli. ( Voglia di libertà 1985
A differenza di quello cantato da Bertoli, il mondo nuovo dei nuovi politici è sì incerto, obiettivamente, ma pulito dagli inganni...be'...non esattamente. Se non altro, dipende dagli occhi di guarda. Qualcuno pur ci crede ai nuovi politici, qualcuno di essi, oltralpe, vince persino le elezioni. Qui in Italia è più complicato, ma perlomeno a vincere le Primarie ci si arriva. Che poi non è neanche vero che i nuovi politici parlino proprio tutti uguale uguale, dicano esattamente le stesse identiche cose. Guardano nella stessa direzione, pensano sempre al futuro, fanno o vogliono fare le stesse politiche (qualcuno con minore riuscita, qualcuno con una maggiore) ma delle percepibili differenze nei concetti e nella esposizione di essi pur esiste. Ammettiamolo, per quello che conta. Perché conta poco. Quello che davvero conta, in sostanza, non è se Macron magari sia un politico più raffinato e avveduto e se Renzi, magari, sia una mezza pippa (sempre in termini di raffinatezza e avvedutezza politica parlando). La sostanza è che coloro che dissentono, coloro che effettivamente si oppongono o semplicemente ne hanno in animo, coloro che non vi credono, tendenzialmente sono da essi destinati ad essere liquidati come scorie del passato, negazionisti del mondo nuovo, negatori e sottrattori del futuro. Nostalgici, per rimanere alla stretta attualità e ad una definizione obiettivamente più docile.
Come se, in politica, futuro e nostalgia fossero categorie che avessero un senso qualsiasi. Fosse così, ma invece non ce l'hanno. Invece è una truffa. Tanto per cominciare, il passato, in politica come dappertutto, è necessario per interpretare il presente e provare a programmare il futuro. E, tanto per finire, il futuro, in politica, è un guscio vuoto. Va riempito di contenuti, di progetti, di idee, di ideali innazitutto. Senza questo blaterare di futuro vuol dire blaterare di nulla, proclamarsi apostoli del futuro significa essere degli impostori. 
Perché, per esempio, quando io nacqui, un politico che avesse visto il mondo nuovo che mi si apriva davanti, avesse visto il futuro, avrebbe dovuto vedere che poco più di 30 anni dopo esso sarebbe stato un mondo in cui le disuguaglianze economiche nella popolazione sarebbero aumentate e incruditesi tristemente. In cui le opportunità di occupazione e di realizzazione professionale sarebbero diventate sicuramente più complesse. In cui la mobilità sociale sarebbe drammaticamente diminuita. In cui la partecipazione politica e l'effettiva rappresentanza dei cittadini da parte della classe politica si sarebbe ulteriormente incrinata. E mi fermo qui, si potrebbe pure continuare, ma mi pare già abbastanza. Poi, certo, qualcosa è migliorata, in qualcosa sono stati fatti dei passi avanti. Quindi, cosa avrebbe significato 30 anni fa parlare di futuro? Niente. Al contrario, avrebbe significato parlare di diseguaglianza, di giustizia sociale, di politiche di investimenti e di ricerca per sostenere una perequata crescita economica, di stato sociale. Per esempio. E cosa significa, oggi, parlare di futuro? Lo stesso identico niente. Il futuro è un guscio vuoto che proprio la politica deve riempire di contenuti, idee e ideali. Che continuano ad essere e continuano a riguardare diseguaglianza, giustizia sociale e le altre cose di cui sopra. Soprattutto se si è di sinistra. E, soprattutto, se si è di sinistra, parlandone e affrontandole in un certo modo. 
Allora, cari nuovi politici, chiunque voi siate, lasciate perdere il futuro, il passato, la nostalgia. Il tempo corre in avanti da solo, non va all'indietro, non c'è bisogno per questo del vostro intervento. Il mondo va avanti da solo, fidatevi. Voi pensate piuttosto a che tipo di mondo volete costruire. Non prendeteci per il culo.

lunedì 10 aprile 2017

Nel blu dipinto di blu

A un certo punto devono essersi convinti che il metodo più efficace per calmierare il dissenso è sabotarlo per sfinimento dei potenziali dissenzienti. Cospargere di una melassa uniforme e perpetua ogni centimetro di spazio possibile entro cui è opportunamente confinato e imprigionato qualsiasi alito di dibattito pubblico, affinchè qualsiasi parola, qualsiasi voce finisce per perdere consistenza e convinzione. A ripetere sempre le stesse cose, i primi che si stancano sono quelli che ci credono davvero. Quelli che non credono davvero a quello che dicono, non si stancano mai di ripetere. Essi ripetono per contratto, in un certo senso, direi meglio di mestiere.
Così, risulta possibile dimettersi da Presidente del Consiglio, affinché si possa partire da una posizione di vantaggio per ricandidarsi appunto a Presidente del Consiglio. Dimettersi da segretario di un partito, per poter farsi incoronare il più presto possibile a capo di quello stesso partito, sperando di tacitare definitivamente i propri avversari interni. Ripetere, ripetere, ripetere. Dire le stesse cose prive di qualsiasi sostanza politica, non cambiando neanche il modo, cambiando al massimo il colore del vestito. Blu. Come blu deve essere lo sfondo contro cui stagliare la propria figura. Se non si ha niente di diverso da dire, perché non pensare di evitare il rischio di sembrare troppo uguali cambiando colore? Sedurre il popolo con il blu, la nuova frontiera della comunicazione politica.
Ti sentiresti, allora, quasi costretto anche tu a ripetere le stesse cose, a dire quello che hai già detto riguardo all'esperienza politica di Renzi e riguardo all'essenza stessa del renzismo. Però ti sei stancato, e soprattutto ti sei convinto che se c'è qualcuno che non ha capito ancora, non potrà essere certo colui che capirà adesso. Perché ora, a differenza di quattro anni fa, c'è la Storia che ci parla. Più di mille giorni di governo sono lì a fornire sicura testimonianza. 
Lo avrebbe certamente evitato, se avesse potuto, ma è costretto a farci i conti anche lui. Lui quindi, ora, diventerebbe colui che "ha fatto". Gli altri sono quelli che sanno dire solo no. La fantasmagorica stagione delle cosidette Riforme, cui il suo avvento avrebbe dovuto aprire le porte, compare ormai sullo sfondo, nelle pieghe di quel blu dipinto di blu alle sue spalle. Non può apparire più in primo piano, come ai tempi delle vecchie Leopolde, prima che la Storia parlasse con i fatti e con i Referendum. Cosa rimane delle sue fantasmagoriche Riforme? La Buona Scuola, che è tutto dire, il jobs act, attraverso cui prova disperatamente ad aggrapparsi a ipotetici decimali, interpretandoli a proprio uso e consumo, come gli ubriachi si aggrapperebbero a qualche lampione per strada, in una notte scura. E poi gli 80 euro. I famosi 80 euro. Quanto gli basta, secondo lui, per poter dire, "io ho fatto", "gli altri sanno dire solo no". Perché, sia chiaro, effettivamente il M5S tutto rappresenta tranne che un'alternativa politica credibile. Tocca ripetersi anche in questo caso, sempre più stancamente. Come ritengo superfluo, addirittura ridondante esprimermi sulla credibilità politica di Salvini, con quell'altra robaccia che aspira a posizionarsi a destra. Ciò però non rende il jobs act più accettabile, la Buona Scuola meno urticante. Soprattutto non rende un'esperienza politica meno dannosa, pur nella relativa brevità che l'ha contraddistinta. E non rende migliori una concezione che definirei culturale, un'operazione che definirei strategica per impadronirsi del potere, svilendo e mortificando aspirazioni ideali e identità politica attraverso le quali e in direzione delle quali un popolo di sinistra dovrebbe riconoscersi, agire e lottare.
Magari gli basta per riprendersi la sua corona di cartone a capo del Pd blu, triste caricatura di un partito mai nato. Magari gli basterà pure per riciclarsi a capo di una rinnovata ammucchiata di coalizione (per non usare accozzaglia, il cui copyright è a suo appannaggio). Per costringerci a continuare a ripeterci, per continuare a provare a prenderci per sfinimento.


lunedì 27 febbraio 2017

Dubbio interno al calcio moderno



Le partite non sono mai durate solo 90 minuti più recupero. Sono sempre cominciate prima del fischio d’inizio, specie quelle più importanti. Una partita la vivevi per parecchi giorni, prima che si giocasse, come accadeva a me da bambino, attraverso il riflesso del mondo dei grandi che mi circondava. E non finivano certo al triplice fischio dell’arbitro. Continuavano ad essere raccontate, spiegate, ad essere vissute. Quei 90 minuti più recupero potevano contenere una gioia, un’esaltazione, o una delusione e una frustrazione, che si prolungavano ben oltre il loro puro spazio cronologico. Da sempre. Il calcio è un fenomeno popolare, innanzitutto. Ha le sue liturgie, le sue congregazioni, i suoi dogmi, i suoi luoghi di culto, le sue divinità. È una religione, a suo modo. Un oppio dei popoli alternativo, direbbe Marx. Ora, semplicemente, si tenta di ricavarne il massimo possibile, di sfruttarlo al pieno delle sue potenzialità commerciali. Come, d’altronde, avviene per ogni umana attività contemporanea. Le domande non prevedono una risposta, probabilmente neanche l’attendono più. Ad ogni domanda, qualsiasi, deve corrispondere un’offerta. Le cose, ormai, devono funzionare così. Il calcio è un fenomeno popolare, a suo modo una religione, e quindi una domanda. Le pay tv, le pay per view, i canali satellitari, l’alluvione di calcio parlato in tv, sul web e su qualunque mezzo attualmente a disposizione, il rutilante mercato delle scommesse, sono l’offerta. È diventato un’altra cosa, ovviamente. Dilatata, ingrossata, ingrassata. Quasi non lo riconosci più, tanto che fai quasi fatica a continuare ad amarlo. In quegli studi televisivi, in quel rumore di fondo incessante che ti accompagna ad ogni ora, in cui tutti hanno le loro verità, ognuna sinistramente troppo simile all’altra, senti che comincia a sfuggirtene il senso. Il pallone lo perdi, proprio come se un arcigno difensore te lo portasse via in scivolata. Non ti resta che provare a concentrarti sul campo, liberandoti dalle sovrastrutture, provare a rintracciarne l’essenza.

giovedì 16 febbraio 2017

Meno parole più calcio

Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Servono a poco persino quelle di Maradona prima di una partita, che lui il calcio praticamente l'ha inventato. Figuriamoci a cosa servono dopo una partita, quei fiumi di parole di questi altri, che esondano dappertutto, fino a sommergerci. Lasciateli parlare quanto vogliono, evitate di ascoltarli, se la scimmia dalla spalle riuscite a scrollarvela. 
Il senso di Real Madrid-Napoli è quasi tutto in una sequenza. Cristiano Ronaldo fa il doppio passo sul lato destro dell'area di rigore, Koulibaly gli annaspa dietro, il portoghese finta il cross, Kalidou si sdraia tutto su un fianco sull'erba del Bernabeu, con una goffaggine che induce sinceramente in compassione, poi quando si rialza quello ha già preso la linea di fondo, ha tempo per sistemarsi il pallone, guardare in mezzo e scegliere il destinatario preferito per il suo passaggio.
Non c'è nient'altro da capire. Vedere questo colosso, abituato a svettare fiero e sovrastante sugli attaccanti della nostra serie A, a giganteggiare imponendo la sua forza e la sua maestosa predominanza, arrancare spaurito e confuso, quasi disperato lasciarsi in scivolata dove presumeva avrebbe trovato il pallone e invece erano rimasti solo erba e vuoto, riesce a spiegare perfettamente il senso di una serata.
Insomma, ieri sera era un'altra cosa. Non era la serie A, non era il Bologna, non era il Cagliari, non era il Torino. Era il Real Madrid, al Bernabeu, e il Napoli, ieri sera, non è stato all'altezza.
E mi fanno ridere quelli che s'industriano ad argomentare "il Napoli non ha giocato da Napoli". Mi fanno venire in mente il Petisso, Bruno Pesaola, quando allenava il Bologna. Una domenica la sua squadra andò a giocare sul campo dell'Atalanta e lui, baldanzoso, nel prepartita profetizzò: "giocheremo una partita all'attacco. Aggrediremo l'Atalanta fin dall'inizio, imporremo il nostro gioco  dall'inizio alla fine, come sempre." Poi, sul campo, le cose andarono in maniera piuttosto diversa. L'Atalanta schiacciò i rossoblu del Petisso fin dal primo minuto, novanta minuti di difesa strenua, a strattoni, calci e pure qualche morso. Superando il centrocampo tra le 3 e le 4 volte in tutto l'arco della partita. Finì 0 a 0 e i cronisti dell'epoca lo accerchiarono, chiedendogli di rendere conto della clamorosa discordanza tra i fatti e le sue parole. Lui rispose: " e se vede che l'Eatalanta ci ha rubato la idea."
Ecco, il concetto è che nel calcio si possono avere tutte le idee brillanti, i buoni propositi e le impostazioni filosofiche che si vogliono, però c'è un dettaglio al quale proprio non si riesce a sfuggire in nessuna maniera. L'avversario. 
Se giochi contro il Bologna di Donadoni e sei il Napoli, allora è facile che il tuo calcio lo riesci a realizzare. Se sei sempre lo stesso Napoli, però giochi contro il Real Madrid, accade che non ci riesci.
E neanche perchè si sia trattato del Real Madrid nella versione più sfolgorante e spaventosa possibile. No. Semplicemente era il Real Madrid e il Napoli, almeno per ora, viaggia ad altezze decisamente diverse. 
Quindi lasciate perdere le chiacchiere, De Laurentiis contro Sarri, Sarri che analizza, Sacchi che spiega, tutti i gran ciarlieri di Sky. Lasciate perdere. Tanto più che gli stessi che ora prendono una parte nella gran commedia che si sta recitando in queste ore, e magari difendono Sarri, rendendosi solo ora conto della sproporzione di forze in campo, magari sono gli stessi che fino a una settimana fa andavano blaterando che il Napoli "giocava il miglior calcio d'Europa". Non dategli credito.
Insomma, è andata così. Poteva andare pure peggio e almeno su questo ha ragione De Laurentiis. Ora siamo diventati una squadra di brocchi? Assolutamente no. Semplicemente erano ridicoli coloro che prima parlavano di "miglior calcio d'Europa". 
E oltretutto non è neanche detto abbiamo perso ogni speranza. I valori, nel calcio, non necessariamente esprimono un risultato prima che la partita si giochi. Il Real è di un'altra dimensione, noi non vi apparteniamo, ma ciò non toglie che al San Paolo possa avvenire il miracolo. Altrimenti, se tutto fosse già scritto e già previsto, questo gioco non sarebbe bello come continua ancora ad essere. Malgrado ormai se ne parli troppo troppo troppo. Meno parole più calcio. In tempi di slogan, tiriamone fuori uno anche noi.

martedì 7 febbraio 2017

Eravamo 4 amici al bar

Quando la cosa esplose, inglobando spaventosamente dal nulla quasi 9 milioni di voti alla Camera dei Deputati, io ne rimasi sinceramente turbato. La vicenda non mi aggradava per niente. Non ho alcuna intenzione di nascondere che, piuttosto, mi disturbava pesantemente. 
Non me lo aspettavo affatto, seppur avrei dovuto custodire una profonda abitudine all'inevitabile tendenza del mio prossimo a deludermi profondamente, che fossero elettori italiani, allenatori e dirigenti calcistici campani, direttori ed editori di giornali, studentesse Erasmus tedesche, ragazze russe nate in Tagikistan misteriosamente sbarcate in Campania, in giovane età. La delusione causata dal prossimo, insomma, è assidua compagna di viaggio, tanto che avrebbe già dovuto da tempo smettere di turbarmi. Tuttavia, l'entità numerica di quella delusione specifica, una delusione composta di quasi 9 milioni di unità, inevitabilmente ebbe un certo impatto. 
Essi avevano impedito il governo di Bersani e questa cosa m'intristitiva tremendamente. Eppure quasi 20 anni di insipide e insulse politiche di centro-sinistra mi avevano fatto già perdere gran parte del mio entusiasmo per determinate prospettive che esistevano, direi poco consapevolmente nella mia pur consapevole mente. L'appoggio al governo Monti era stata una scelta politica che rendeva ancor più dubbio il mio effettivo grado di consapevolezza, però io nel governo Bersani, pervicacemente, ci speravo. Un po' quell'ultima possibilità che ti dai, prima di arrenderti definitivamente alla delusione e arrivare a giustificare persino quella ragazza russa nata in Tagikistan, perché in fondo che colpa le vuoi dare che lei aveva comunque i suoi problemi e qua,in fondo, obiettivamente è tutto uno schifo? L'ultima carta, in pratica. Prima di abdicare definitivamente sia alle prospettive politiche che a quant'altro la mia mente fosse, più o meno consapevolmente, in grado di partorire. 
Invece, questa cosa che non aveva forma, non aveva storia, non aveva popolo, incamerò 9 milioni di voti e mi tolse la possibilità di arrivare fino in fondo, la possibilità di quest'ultima e definitiva delusione. Oppure, del suo contrario. A questo punto, a causa di essa e di quei 9 milioni non potremo mai saperlo.
E allora, in preda a questa nuova, ma inaspettata forma di delusione oltre che ad un quasi vorticoso giramento di palle, espressi nell'auto di un ex militante dei Ds, poi Pd, ormai politicamente sbandato, la mia frustrazione e direi anche il mio sdegno. Così potetti accorgermi che in macchina con noi c'era chi non la vedeva affatto come me. Enzo, mio compagno di scuola per circa un mese, dopodichè era stato più lucido di me nel capire che quello non era affatto il posto migliore dove spendere una così larga fetta di quei 5 anni di vita. Ebbene costui, che all'epoca stava per laurearsi in ingegneria, coltivava una neanche tanto segreta speranza, se non addirittura fiducia in questa cosa che lui chiamava Movimento. Non arrivò al punto di confessare di averla votato, se non sbaglio ammise una sorta di voto disgiunto. Tipo al Senato loro, alla Camera Sel. Una cosa del genere, una roba strana insomma, non è importante. All'epoca eravamo tutti un po' confusi, oggi forse pure di più. Il punto era che lui credeva effettivamente nella possibilità che questa cosa potesse trasformarsi in una nuova frontiera politica, in un nuovo modello di partecipazione e in una nuova modalità di attivismo politico. Che potesse essere pure sensato e oltretutto più efficace, e magari pure più giusto.
Ricordo che il mio turbamento aumentò, e pure il mio sdegno. Gli dicevo: " ma scusami, ma questa cosa che cosa cazzo è? Cosa vogliono? Chi rappresentano? Soprattutto e di nuovo, cosa cazzo sono?" Non era semplicemente una questione di sinitra o di destra, era proprio un problema d'identità. Come cazzo poteva succedere che 9 milioni di esseri umani vanno a votare una cosa che non si sa minimamente che sia? Io provavo a spiegargli che la mia non era un'impuntatura, ma era un' incrollabile posizione circa la natura e la concezione della politica. Gli dicevo: "su qualsiasi tema, da quelli macro a quelli contingenti, come faceva questa sterminata pletora di elettori a pensare di conoscere quale sarebbe potuta essere la posizione politica che gli chiedevano di rappresentare?"
Su qualsiasi questione economica, sull'immigrazione, sul lavoro, sui diritti civili, potenzialmente avrebbero potuto sostenere e perseguire di tutto. La qualunque. Senza un sistema di valori di riferimento, un sistema d'idee, una concezione del mondo comune e riconosciuta, una visione storica e una finalità ideale. "Non hanno storia e, soprattutto, non hanno identità, perdonami. Non sono nulla. E, per come la vedo io, una cosa che non è niente, non esiste."
Lui mi ribatteva che: " ti sbagli. La loro identità è proprio questa. Mettere tutto in discussione e in mano ai cittadini. Un'identità in progressiva e perenne costruzione. Le posizioni politiche non si decidono una volta per tutte, ma si espongono alla contesa popolare sistematicamente. Così ciascun cittadino ha il suo peso specifico su qualsiasi decisione politica. Si può fare, il web lo permette."
Insomma, aveva un'altra idea. Non la condividevo. A prescindere dal fatto che non la ritenevo poi così tanto possibile, malgrado il web. A prescindere ancora che dubitavo seriamente fosse quella la reale finalità cui quella cosa e la sua organizzazione fosse predisposta. Non capivo in base a quale criterio 9 milioni di persone erano giunti e sarebbero dovute giungere alla conclusione di congiungersi per poi affidare all'unione dei loro voti dissonanti e dissociati la posizione politica che sarebbe venuta, imprevedibilmente fuori.  E poi, una volta che questa fosse venuta fuori, quando questa fosse stata assolutamente in contraddizione e in contrasto con quella espressa nel proprio voto e nella propria mente, perché uno avrebbe dovuto continuare a far parte e votare un movimento che esprimeva posizioni politiche contrarie e in contrasto con le proprie? In attesa che qualcuno si redimesse e quindi cambiasse il risultato della prossima votazione? E non è cervellotico?
A parte che una visione del genere configura una subdola premessa di totalitarismo, perché presuppone l'assenza di avversari politici e anestetizza il confronto e la lotta tra posizione politiche contrastanti, premessa inevitabile oltre che irrinunciabile per il compiersi della democrazia.
Ad ogni modo era un'idea, diversa dalla mia, ma rispettabile in quanto tale.
Ora, a quasi 4 anni di distanza, con le mie idee che non sono cambiate, con le delusioni che sono aumentate, con quella delusione finale che non è potuta arrivare e quindi mi permette di aspettarne pervicacemente un'altra, io mi chiedo cosa resta di quell'idea?
Guardatelo ora questo M5S, guardatelo così com'è. Scevri da qualsiasi pregiudizio, lasciate perdere le vostre faziosità. Dov'è quell'idea, dov'è quell'identità speciale? Dove sono quei cittadini che hanno preso in mano il proprio destino, dov'è ognuno di quelli che vale uno, esattamente come gli altri?
Lo riconoscete, ora? Riconoscete il vostro voto? Dov'è? Quanto vale? 
Eravate 4 amici al bar, volevate cambiare il mondo. Il bar è ancora aperto, voi ci siete? Vi ci hanno fatto entrare in questo benedetto bar o questi 4 amici in realtà sono altri. Li conoscete? Avete capito chi sono?

mercoledì 25 gennaio 2017

Stan, Grigor e l'ombra di Obdulio Varela su Roger e Rafa

Potrei scommetterci tutti i soldi che ho perso in questo Australian Open, e pure quelli di tutti e quattro i tornei dello Slam dello scorso anno, sul fatto che nè Grigor Dimitrov nè Stanislas Wawrinka sanno chi diavolo fosse Obdulio Varela. D'altronde perché mai due campioni del tennis, uno ancora in cerca dell'autore giusto, l'altro che le sue pagine di storia scritta ce l'ha già in tasca, insieme a 3 titoli dello Slam, dovrebbero avere idea di quello che successe il 16 luglio del 1950, al Maracana di Rio De Janeiro?
Il bulgaro Grigor vorrebbe finalmente veder scritta la sua pagina, quella cui sembrava predestinato da tempo, ma che poi sembrava essere volata via, soffiata dal vento di una crisi chissà quanto interiore e dai turbini chissà quanto alimentati dalla storia d'amore con Maria la siberiana, la più desiderata del circuito.
Lo svizzero Stan, invece, quando le rotelline del suo ingranaggio chissà quanto mentale non s'inceppano, serve palle infuocate e martella imperterrito il suo violento tennis da fondocampo, con quel rovescio a una mano che sembra la più tremenda delle scudisciate. Le sue palle sono il terrore di ogni avversario, compresi quelli che paiono invincibili e che, invece, con lui sanno di poter perdere. E infatti a volte ci perdono. Stan ha vinto un Australian Open, un Roland Garros e un Us Open. Eppure il suo destino l'ha sempre confinato all'ombra di qualcuno. Prima di tutto e di tutti a quella di un suo connazionale, solo di qualche anno più vecchio di lui, accidente storico che l'ha costretto a condividerne il tempo della sua carriera agonistica. Accidente storico che è diventato per Stan una condanna da scontare, perché il fato ha voluto che questo suo connazionale fosse leggenda, e che s'interstadisse a prolungare l'aura della sua sacralità ben oltre i tempi mediamente consentiti. Insomma, Stan è stato condannato a non poter essere mai il numero 1, e anche quando la leggenda pareva potesse imboccare la via del declino, egli ha trovato sulla sua strada un serbo di nome Novak e poi addirittura uno scozzese di nome Andy. 
Il tennis è uno sport strano. Il tennis è una questione di un uomo contro un uomo. O di una donna contro una donna. Di mezzo c'è una rete e per tirarsi contro le palline serve un attrezzo. Sì, d'accordo, quell'attrezzo non è una cosa di poco conto, la racchetta ha il suo peso, la tecnologia conta. La tecnologia ha creato le nuove racchette, le ha forgiate alle sue esigenze, in un certo senso, ha forgiato questo sport rispetto ad essa. Ora il tennis è quasi un altro sport confontato a quello che era solo 30 anni fa. Figuriamoci prima. 
Epperò questa tecnologia, in campo, in questo momento, è a disposizione di tutti. La stessa. E allora il senso rimane quello. Un uomo contro un uomo, una donna contro una donna. Certo, ci sono pure i doppi, ma non perdiamoci nei dettagli. La verità è che quando vai in campo ci porti te stesso, solo e tutto intero. Le tue paure, le tue aspirazioni, i tuoi sogni, la tua voglia di vincere, il limite oltre il quale sei disposto ad arrenderti. E lo stesso vale per il tuo avversario. Devi vincere prima contro te stesso e quindi, solo di conseguenza, contro di lui.
In questo Australian Open il tennis è apparso ancora più strano del solito. Il dominatore più recente ha perso al secondo turno contro un trentenne uzbeko che si chiama Denis Istomin e che risultava al numero 117 della classifica mondiale. Il dominatore attuale è inciampato negli ottavi di finale in Misha Zverev, un talentuoso russo di nascita e geni, cresciuto in Germania e diventato tedesco, ormai famoso soprattutto per essere il fratello più vecchio di un ragazzo che gli addetti ai lavori profetizzano come il dominatore del futuro. E allora, fuori Djokovic e Murray, magari ti aspetteresti che questo futuro potesse emettere i primi vagiti. Ti aspettavi magari Raonic, magari proprio Alexander Zverev, chissà forse Thiem. Vien fuori, invece, che il tennis non sembra affatto essere più una cosa per giovani. 
Il passato è arrivato come un treno, nel suo inatteso e leggendario viaggio di ritorno. E allora ti rendi conto che se sei sorpreso, in fondo, eri tu ad aver fatto male i conti. Il tennis è uno sport strano, certo, ma tra gli sport forse è quello più onesto di tutti. Se giochi meglio del tuo avversario, vinci. Non ci sono pali nè traverse, non ci sono rigori non dati, non ci sono fuorigioco non visti, accidenti del caso e capricci del destino. Uomo contro uomo, donna contro donna, se sei più forte del tuo avversario e riesci davvero ad esserlo in campo, a dimostrarlo al momento decisivo, sei tu che vinci. 
Roger contro Rafa, la leggenda che va per i 36 contro la sua nemesi ormai 30enne, alle prese con la calvizie. Due reduci, praticamente. I due, sicuramente, che hanno saputo conquistare il mondo come nessun altro nel tennis moderno.
Sono tornati a vincere prima di tutto contro se stessi, perché quando sei stato in grado di battere i tuoi limiti e quindi tutti i tuoi avversari, poi ti accorgi che non è ancora finita. Devi lottare contro altri limiti, te li trovi sulla tua strada senza che essi dipendano affatto da te.
Federer lotta contro i limiti del tempo, e a 35 anni suonati sta riuscendo a battere anche quelli. Nadal lotta contro i suoi problemi al ginocchio e a chissà quale altra articolazione e giuntura di un corpo ormai, varcata la soglia dei 30 anni, portato quasi allo stremo. Ha perso i capelli, ma ha ritrovato la forza. Rafa è tornato.
Ora non gli resta altro che sfidarsi di nuovo, giocare uno contro l'altro. In finale. Uomo contro uomo. Tutto il mondo lo vuole, in ogni angolo del Pianeta qualcuno vuole e aspetta che accada. Di mezzo ci sono loro, Grigor e Stanislas. Domattina Stanislas sfiderà il suo connazionale, venerdì il bulgaro sfiderà Nadal. Hanno tutto il mondo contro e loro lo sanno. Quando scenderanno in campo, il peso lo sentiranno, potete giurarci. Per loro non sarà solo uomo contro uomo, come sempre, ma sarà loro, soli, contro un po' tutto il mondo. 
Proprio come capitò ad Obdulio Varela e il suo Uruguay, il 16 luglio 1950 al Maracanà. Di fronte avevano il Brasile e il Maracanà pieno. Centomila persone. Certo, il calcio è uno sport di squadra, la faccenda è un po' diversa, ma in siffatti momenti ti senti comunque solo. Se leggessero Osvaldo Soriano, i nostri due sfidanti capirebbero bene le parole di Varela: Quando siamo arrivati in finale, nessuno dubitava che ci avrebbero fatto a pezzettini. Avevano una formazione tremenda, giocavano in casa e il mondo intero s'aspettava che vincessero il Mondiale. Diciamo pure che noi giocavamo contro il mondo.
Quella volta andò a finire che il Brasile andò in vantaggio e il destino pareva doversi compiere inesorabilmente, insieme al tripudio, alla gioia e alla festa che vi erano sottesi, come il più implacabile dei sillogismi. Invece Obdulio Varela, centromediano metodista e capitano dell'Uruguay, prese il pallone dal fondo della rete e si diresse, con tutta la lentezza di cui era capace, a centrocampo. Quando vi giunse, non lo posò a terra, ma si piantò quasi petto contro petto all'arbitro per reclamare un presunto fuorigioco. Passò ancora almeno un altro minuto, in cui gli 11 avversari e i 100mila spettatori transitarono gradualmente dall'esaltazione alla sorpresa, allo sbigottimento e infine allo sdegno. Il gol fu ritenuto valido, ma da quando il pallone fu rimesso in gioco cominciò un'altra partita. Vinse l'Uruguay, il mondo sprofondò nell'incredulità e il Brasile nelle lacrime. Più tardi, passeggiando per Rio de Janeiro, Obdulio si accorse improvvisamente della portata dell'evento di cui si era reso protagonista e, secondo Soriano, pensò: Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?