giovedì 16 febbraio 2017

Meno parole più calcio

Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Servono a poco persino quelle di Maradona prima di una partita, che lui il calcio praticamente l'ha inventato. Figuriamoci a cosa servono dopo una partita, quei fiumi di parole di questi altri, che esondano dappertutto, fino a sommergerci. Lasciateli parlare quanto vogliono, evitate di ascoltarli, se la scimmia dalla spalle riuscite a scrollarvela. 
Il senso di Real Madrid-Napoli è quasi tutto in una sequenza. Cristiano Ronaldo fa il doppio passo sul lato destro dell'area di rigore, Koulibaly gli annaspa dietro, il portoghese finta il cross, Kalidou si sdraia tutto su un fianco sull'erba del Bernabeu, con una goffaggine che induce sinceramente in compassione, poi quando si rialza quello ha già preso la linea di fondo, ha tempo per sistemarsi il pallone, guardare in mezzo e scegliere il destinatario preferito per il suo passaggio.
Non c'è nient'altro da capire. Vedere questo colosso, abituato a svettare fiero e sovrastante sugli attaccanti della nostra serie A, a giganteggiare imponendo la sua forza e la sua maestosa predominanza, arrancare spaurito e confuso, quasi disperato lasciarsi in scivolata dove presumeva avrebbe trovato il pallone e invece erano rimasti solo erba e vuoto, riesce a spiegare perfettamente il senso di una serata.
Insomma, ieri sera era un'altra cosa. Non era la serie A, non era il Bologna, non era il Cagliari, non era il Torino. Era il Real Madrid, al Bernabeu, e il Napoli, ieri sera, non è stato all'altezza.
E mi fanno ridere quelli che s'industriano ad argomentare "il Napoli non ha giocato da Napoli". Mi fanno venire in mente il Petisso, Bruno Pesaola, quando allenava il Bologna. Una domenica la sua squadra andò a giocare sul campo dell'Atalanta e lui, baldanzoso, nel prepartita profetizzò: "giocheremo una partita all'attacco. Aggrediremo l'Atalanta fin dall'inizio, imporremo il nostro gioco  dall'inizio alla fine, come sempre." Poi, sul campo, le cose andarono in maniera piuttosto diversa. L'Atalanta schiacciò i rossoblu del Petisso fin dal primo minuto, novanta minuti di difesa strenua, a strattoni, calci e pure qualche morso. Superando il centrocampo tra le 3 e le 4 volte in tutto l'arco della partita. Finì 0 a 0 e i cronisti dell'epoca lo accerchiarono, chiedendogli di rendere conto della clamorosa discordanza tra i fatti e le sue parole. Lui rispose: " e se vede che l'Eatalanta ci ha rubato la idea."
Ecco, il concetto è che nel calcio si possono avere tutte le idee brillanti, i buoni propositi e le impostazioni filosofiche che si vogliono, però c'è un dettaglio al quale proprio non si riesce a sfuggire in nessuna maniera. L'avversario. 
Se giochi contro il Bologna di Donadoni e sei il Napoli, allora è facile che il tuo calcio lo riesci a realizzare. Se sei sempre lo stesso Napoli, però giochi contro il Real Madrid, accade che non ci riesci.
E neanche perchè si sia trattato del Real Madrid nella versione più sfolgorante e spaventosa possibile. No. Semplicemente era il Real Madrid e il Napoli, almeno per ora, viaggia ad altezze decisamente diverse. 
Quindi lasciate perdere le chiacchiere, De Laurentiis contro Sarri, Sarri che analizza, Sacchi che spiega, tutti i gran ciarlieri di Sky. Lasciate perdere. Tanto più che gli stessi che ora prendono una parte nella gran commedia che si sta recitando in queste ore, e magari difendono Sarri, rendendosi solo ora conto della sproporzione di forze in campo, magari sono gli stessi che fino a una settimana fa andavano blaterando che il Napoli "giocava il miglior calcio d'Europa". Non dategli credito.
Insomma, è andata così. Poteva andare pure peggio e almeno su questo ha ragione De Laurentiis. Ora siamo diventati una squadra di brocchi? Assolutamente no. Semplicemente erano ridicoli coloro che prima parlavano di "miglior calcio d'Europa". 
E oltretutto non è neanche detto abbiamo perso ogni speranza. I valori, nel calcio, non necessariamente esprimono un risultato prima che la partita si giochi. Il Real è di un'altra dimensione, noi non vi apparteniamo, ma ciò non toglie che al San Paolo possa avvenire il miracolo. Altrimenti, se tutto fosse già scritto e già previsto, questo gioco non sarebbe bello come continua ancora ad essere. Malgrado ormai se ne parli troppo troppo troppo. Meno parole più calcio. In tempi di slogan, tiriamone fuori uno anche noi.

martedì 7 febbraio 2017

Eravamo 4 amici al bar

Quando la cosa esplose, inglobando spaventosamente dal nulla quasi 9 milioni di voti alla Camera dei Deputati, io ne rimasi sinceramente turbato. La vicenda non mi aggradava per niente. Non ho alcuna intenzione di nascondere che, piuttosto, mi disturbava pesantemente. 
Non me lo aspettavo affatto, seppur avrei dovuto custodire una profonda abitudine all'inevitabile tendenza del mio prossimo a deludermi profondamente, che fossero elettori italiani, allenatori e dirigenti calcistici campani, direttori ed editori di giornali, studentesse Erasmus tedesche, ragazze russe nate in Tagikistan misteriosamente sbarcate in Campania, in giovane età. La delusione causata dal prossimo, insomma, è assidua compagna di viaggio, tanto che avrebbe già dovuto da tempo smettere di turbarmi. Tuttavia, l'entità numerica di quella delusione specifica, una delusione composta di quasi 9 milioni di unità, inevitabilmente ebbe un certo impatto. 
Essi avevano impedito il governo di Bersani e questa cosa m'intristitiva tremendamente. Eppure quasi 20 anni di insipide e insulse politiche di centro-sinistra mi avevano fatto già perdere gran parte del mio entusiasmo per determinate prospettive che esistevano, direi poco consapevolmente nella mia pur consapevole mente. L'appoggio al governo Monti era stata una scelta politica che rendeva ancor più dubbio il mio effettivo grado di consapevolezza, però io nel governo Bersani, pervicacemente, ci speravo. Un po' quell'ultima possibilità che ti dai, prima di arrenderti definitivamente alla delusione e arrivare a giustificare persino quella ragazza russa nata in Tagikistan, perché in fondo che colpa le vuoi dare che lei aveva comunque i suoi problemi e qua,in fondo, obiettivamente è tutto uno schifo? L'ultima carta, in pratica. Prima di abdicare definitivamente sia alle prospettive politiche che a quant'altro la mia mente fosse, più o meno consapevolmente, in grado di partorire. 
Invece, questa cosa che non aveva forma, non aveva storia, non aveva popolo, incamerò 9 milioni di voti e mi tolse la possibilità di arrivare fino in fondo, la possibilità di quest'ultima e definitiva delusione. Oppure, del suo contrario. A questo punto, a causa di essa e di quei 9 milioni non potremo mai saperlo.
E allora, in preda a questa nuova, ma inaspettata forma di delusione oltre che ad un quasi vorticoso giramento di palle, espressi nell'auto di un ex militante dei Ds, poi Pd, ormai politicamente sbandato, la mia frustazione e direi anche il mio sdegno. Così potetti accorgermi che in macchina con noi c'era chi non la vedeva affatto come me. Enzo, mio compagno di scuola per circa un mese, dopodichè era stato più lucido di me nel capire che quello non era affatto il posto migliore dove spendere una così larga fetta di quei 5 anni di vita. Ebbene costui, che all'epoca stava per laurearsi in ingegneria, coltivava una neanche tanto segreta speranza, se non addirittura fiducia in questa cosa che lui chiamava Movimento. Non arrivò al punto di confessare di averla votato, se non sbaglio ammise una sorta di voto disgiunto. Tipo al Senato loro, alla Camera Sel. Una cosa del genere, una roba strana insomma, non è importante. All'epoca eravamo tutti un po' confusi, oggi forse pure di più. Il punto era che lui credeva effettivamente nella possibilità che questa cosa potesse trasformarsi in una nuova frontiera politica, in un nuovo modello di partecipazione e in una nuova modalità di attivismo politico. Che potesse essere pure sensato e oltretutto più efficace, e magari pure più giusto.
Ricordo che il mio turbamento aumentò, e pure il mio sdegno. Gli dicevo: " ma scusami, ma questa cosa che cosa cazzo è? Cosa vogliono? Chi rappresentano? Soprattutto e di nuovo, cosa cazzo sono?" Non era semplicemente una questione di sinitra o di destra, era proprio un problema d'identità. Come cazzo poteva succedere che 9 milioni di esseri umani vanno a votare una cosa che non si sa minimamente che sia? Io provavo a spiegargli che la mia non era un'impuntatura, ma era un' incrollabile posizione circa la natura e la concezione della politica. Gli dicevo: "su qualsiasi tema, da quelli macro a quelli contingenti, come faceva questa sterminata pletora di elettori a pensare di conoscere quale sarebbe potuta essere la posizione politica che gli chiedevano di rappresentare?"
Su qualsiasi questione economica, sull'immigrazione, sul lavoro, sui diritti civili, potenzialmente avrebbero potuto sostenere e perseguire di tutto. La qualunque. Senza un sistema di valori di riferimento, un sistema d'idee, una concezione del mondo comune e riconosciuta, una visione storica e una finalità ideale. "Non hanno storia e, soprattutto, non hanno identità, perdonami. Non sono nulla. E, per come la vedo io, una cosa che non è niente, non esiste."
Lui mi ribatteva che: " ti sbagli. La loro identità è proprio questa. Mettere tutto in discussione e in mano ai cittadini. Un'identità in progressiva e perenne costruzione. Le posizioni politiche non si decidono una volta per tutte, ma si espongono alla contesa popolare sistematicamente. Così ciascun cittadino ha il suo peso specifico su qualsiasi decisione politica. Si può fare, il web lo permette."
Insomma, aveva un'altra idea. Non la condividevo. A prescindere dal fatto che non la ritenevo poi così tanto possibile, malgrado il web. A prescindere ancora che dubitavo seriamente fosse quella la reale finalità cui quella cosa e la sua organizzazione fosse predisposta. Non capivo in base a quale criterio 9 milioni di persone erano giunti e sarebbero dovute giungere alla conclusione di congiungersi per poi affidare all'unione dei loro voti dissonanti e dissociati la posizione politica che sarebbe venuta, imprevedibilmente fuori.  E poi, una volta che questa fosse venuta fuori, quando questa fosse stata assolutamente in contraddizione e in contrasto con quella espressa nel proprio voto e nella propria mente, perché uno avrebbe dovuto continuare a far parte e votare un movimento che esprimeva posizioni politiche contrarie e in contrasto con le proprie? In attesa che qualcuno si redimesse e quindi cambiasse il risultato della prossima votazione? E non è cervellotico?
A parte che una visione del genere configura una subdola premessa di totalitarismo, perché presuppone l'assenza di avversari politici e anestetizza il confronto e la lotta tra posizione politiche contrastanti, premessa inevitabile oltre che irrinunciabile per il compiersi della democrazia.
Ad ogni modo era un'idea, diversa dalla mia, ma rispettabile in quanto tale.
Ora, a quasi 4 anni di distanza, con le mie idee che non sono cambiate, con le delusioni che sono aumentate, con quella delusione finale che non è potuta arrivare e quindi mi permette di aspettarne pervicacemente un'altra, io mi chiedo cosa resta di quell'idea?
Guardatelo ora questo M5S, guardatelo così com'è. Scevri da qualsiasi pregiudizio, lasciate perdere le vostre faziosità. Dov'è quell'idea, dov'è quell'identità speciale? Dove sono quei cittadini che hanno preso in mano il proprio destino, dov'è ognuno di quelli che vale uno, esattamente come gli altri?
Lo riconoscete, ora? Riconoscete il vostro voto? Dov'è? Quanto vale? 
Eravate 4 amici al bar, volevate cambiare il mondo. Il bar è ancora aperto, voi ci siete? Vi ci hanno fatto entrare in questo benedetto bar o questi 4 amici in realtà sono altri. Li conoscete? Avete capito chi sono?

mercoledì 25 gennaio 2017

Stan, Grigor e l'ombra di Obdulio Varela su Roger e Rafa

Potrei scommetterci tutti i soldi che ho perso in questo Australian Open, e pure quelli di tutti e quattro i tornei dello Slam dello scorso anno, sul fatto che nè Grigor Dimitrov nè Stanislas Wawrinka sanno chi diavolo fosse Obdulio Varela. D'altronde perché mai due campioni del tennis, uno ancora in cerca dell'autore giusto, l'altro che le sue pagine di storia scritta ce l'ha già in tasca, insieme a 3 titoli dello Slam, dovrebbero avere idea di quello che successe il 16 luglio del 1950, al Maracana di Rio De Janeiro?
Il bulgaro Grigor vorrebbe finalmente veder scritta la sua pagina, quella cui sembrava predestinato da tempo, ma che poi sembrava essere volata via, soffiata dal vento di una crisi chissà quanto interiore e dai turbini chissà quanto alimentati dalla storia d'amore con Maria la siberiana, la più desiderata del circuito.
Lo svizzero Stan, invece, quando le rotelline del suo ingranaggio chissà quanto mentale non s'inceppano, serve palle infuocate e martella imperterrito il suo violento tennis da fondocampo, con quel rovescio a una mano che sembra la più tremenda delle scudisciate. Le sue palle sono il terrore di ogni avversario, compresi quelli che paiono invincibili e che, invece, con lui sanno di poter perdere. E infatti a volte ci perdono. Stan ha vinto un Australian Open, un Roland Garros e un Us Open. Eppure il suo destino l'ha sempre confinato all'ombra di qualcuno. Prima di tutto e di tutti a quella di un suo connazionale, solo di qualche anno più vecchio di lui, accidente storico che l'ha costretto a condividerne il tempo della sua carriera agonistica. Accidente storico che è diventato per Stan una condanna da scontare, perché il fato ha voluto che questo suo connazionale fosse leggenda, e che s'interstadisse a prolungare l'aura della sua sacralità ben oltre i tempi mediamente consentiti. Insomma, Stan è stato condannato a non poter essere mai il numero 1, e anche quando la leggenda pareva potesse imboccare la via del declino, egli ha trovato sulla sua strada un serbo di nome Novak e poi addirittura uno scozzese di nome Andy. 
Il tennis è uno sport strano. Il tennis è una questione di un uomo contro un uomo. O di una donna contro una donna. Di mezzo c'è una rete e per tirarsi contro le palline serve un attrezzo. Sì, d'accordo, quell'attrezzo non è una cosa di poco conto, la racchetta ha il suo peso, la tecnologia conta. La tecnologia ha creato le nuove racchette, le ha forgiate alle sue esigenze, in un certo senso, ha forgiato questo sport rispetto ad essa. Ora il tennis è quasi un altro sport confontato a quello che era solo 30 anni fa. Figuriamoci prima. 
Epperò questa tecnologia, in campo, in questo momento, è a disposizione di tutti. La stessa. E allora il senso rimane quello. Un uomo contro un uomo, una donna contro una donna. Certo, ci sono pure i doppi, ma non perdiamoci nei dettagli. La verità è che quando vai in campo ci porti te stesso, solo e tutto intero. Le tue paure, le tue aspirazioni, i tuoi sogni, la tua voglia di vincere, il limite oltre il quale sei disposto ad arrenderti. E lo stesso vale per il tuo avversario. Devi vincere prima contro te stesso e quindi, solo di conseguenza, contro di lui.
In questo Australian Open il tennis è apparso ancora più strano del solito. Il dominatore più recente ha perso al secondo turno contro un trentenne uzbeko che si chiama Denis Istomin e che risultava al numero 117 della classifica mondiale. Il dominatore attuale è inciampato negli ottavi di finale in Misha Zverev, un talentuoso russo di nascita e geni, cresciuto in Germania e diventato tedesco, ormai famoso soprattutto per essere il fratello più vecchio di un ragazzo che gli addetti ai lavori profetizzano come il dominatore del futuro. E allora, fuori Djokovic e Murray, magari ti aspetteresti che questo futuro potesse emettere i primi vagiti. Ti aspettavi magari Raonic, magari proprio Alexander Zverev, chissà forse Thiem. Vien fuori, invece, che il tennis non sembra affatto essere più una cosa per giovani. 
Il passato è arrivato come un treno, nel suo inatteso e leggendario viaggio di ritorno. E allora ti rendi conto che se sei sorpreso, in fondo, eri tu ad aver fatto male i conti. Il tennis è uno sport strano, certo, ma tra gli sport forse è quello più onesto di tutti. Se giochi meglio del tuo avversario, vinci. Non ci sono pali nè traverse, non ci sono rigori non dati, non ci sono fuorigioco non visti, accidenti del caso e capricci del destino. Uomo contro uomo, donna contro donna, se sei più forte del tuo avversario e riesci davvero ad esserlo in campo, a dimostrarlo al momento decisivo, sei tu che vinci. 
Roger contro Rafa, la leggenda che va per i 36 contro la sua nemesi ormai 30enne, alle prese con la calvizie. Due reduci, praticamente. I due, sicuramente, che hanno saputo conquistare il mondo come nessun altro nel tennis moderno.
Sono tornati a vincere prima di tutto contro se stessi, perché quando sei stato in grado di battere i tuoi limiti e quindi tutti i tuoi avversari, poi ti accorgi che non è ancora finita. Devi lottare contro altri limiti, te li trovi sulla tua strada senza che essi dipendano affatto da te.
Federer lotta contro i limiti del tempo, e a 35 anni suonati sta riuscendo a battere anche quelli. Nadal lotta contro i suoi problemi al ginocchio e a chissà quale altra articolazione e giuntura di un corpo ormai, varcata la soglia dei 30 anni, portato quasi allo stremo. Ha perso i capelli, ma ha ritrovato la forza. Rafa è tornato.
Ora non gli resta altro che sfidarsi di nuovo, giocare uno contro l'altro. In finale. Uomo contro uomo. Tutto il mondo lo vuole, in ogni angolo del Pianeta qualcuno vuole e aspetta che accada. Di mezzo ci sono loro, Grigor e Stanislas. Domattina Stanislas sfiderà il suo connazionale, venerdì il bulgaro sfiderà Nadal. Hanno tutto il mondo contro e loro lo sanno. Quando scenderanno in campo, il peso lo sentiranno, potete giurarci. Per loro non sarà solo uomo contro uomo, come sempre, ma sarà loro, soli, contro un po' tutto il mondo. 
Proprio come capitò ad Obdulio Varela e il suo Uruguay, il 16 luglio 1950 al Maracanà. Di fronte avevano il Brasile e il Maracanà pieno. Centomila persone. Certo, il calcio è uno sport di squadra, la faccenda è un po' diversa, ma in siffatti momenti ti senti comunque solo. Se leggessero Osvaldo Soriano, i nostri due sfidanti capirebbero bene le parole di Varela: Quando siamo arrivati in finale, nessuno dubitava che ci avrebbero fatto a pezzettini. Avevano una formazione tremenda, giocavano in casa e il mondo intero s'aspettava che vincessero il Mondiale. Diciamo pure che noi giocavamo contro il mondo.
Quella volta andò a finire che il Brasile andò in vantaggio e il destino pareva doversi compiere inesorabilmente, insieme al tripudio, alla gioia e alla festa che vi erano sottesi, come il più implacabile dei sillogismi. Invece Obdulio Varela, centromediano metodista e capitano dell'Uruguay, prese il pallone dal fondo della rete e si diresse, con tutta la lentezza di cui era capace, a centrocampo. Quando vi giunse, non lo posò a terra, ma si piantò quasi petto contro petto all'arbitro per reclamare un presunto fuorigioco. Passò ancora almeno un altro minuto, in cui gli 11 avversari e i 100mila spettatori transitarono gradualmente dall'esaltazione alla sorpresa, allo sbigottimento e infine allo sdegno. Il gol fu ritenuto valido, ma da quando il pallone fu rimesso in gioco cominciò un'altra partita. Vinse l'Uruguay, il mondo sprofondò nell'incredulità e il Brasile nelle lacrime. Più tardi, passeggiando per Rio de Janeiro, Obdulio si accorse improvvisamente della portata dell'evento di cui si era reso protagonista e, secondo Soriano, pensò: Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?
 

venerdì 13 gennaio 2017

Il lavoro è un diritto

Comunità disfatta, società corrotta, democrazia infetta. Non sto scimmiottando un vecchio, glorioso titolo dell'Espresso, rievocandolo nei bassi tempi di Mafia Capitale. Sto riflettendo sulla piaga, ormai ridottasi in cancrena, della raccomandazione. Sto pesando il concetto di meritocrazia, ormai invocata come una divinità greca. Sto cercando la libertà, come spesso mi capita, come se fosse un'apocalisse. 
Sono in mezzo a noi, sono intorno a noi, in molti casi siamo noi e non a fare promesse, come sostiene il pezzo rap, ma ad essere raccomandati. Non facciamo quello che sappiamo fare, non sappiamo fare quello che facciamo e, soprattutto, non lo facciamo come si deve fare. La conseguenza è il disfacimento e la decomposizione del concetto di democrazia e il risultato finale è la privazione della libertà. 
La raccomandazione è il modo più efficace attraverso cui il Potere riproduce se stesso, all'infinito, annichilendo ogni possibilità di cambiamento, annientando ogni possibilità di opposizione. Si tratta del più bieco dei ricatti sociali. L'ingiustizia e l'umiliazione, patita da chi avrebbe diritto a svolgere alcune mansioni, a ricoprire alcuni ruoli, a fare il proprio lavoro e avrebbe davvero voglia e volontà di farlo come si deve, rappresentano un fatto drammatico, ma incidentale. C'è un disegno al di sopra, direbbe qualcuno. Non so quanto intelligente e quanto, invece, esso derivi semplicemente dalla sozza pratica. Con la raccomandazione si creano uomini sottoposti, subalterni, sottomessi, ubbidienti. Si toglie la libertà. Perché se c'è qualcuno che ha il potere di mettermi a fare il mio lavoro, ne deriva che costui possiede anche il potere di togliermelo. In qualsiasi momento. Dover ricambiare il favore, in qualche modo, rappresenta una conseguenza perversa e vergognosa, ma (anche in questo caso) solo incidentale. Egli custodisce la mia libertà. E io non potrò mai fare qualcosa, qualunque cosa, che possa scontentarlo. Non potrò mai correre il rischio di danneggiarlo o infastidirlo, nello svolgimento delle mie mansioni. Quindi non sarò mai pienamente libero di svolgerle nel modo giusto e corretto. Così il Potere cresce, si fortifica, si riproduce e diventa indistruttibile, inghiottendo tutto il resto. Attraverso la creazione di tanti soldatini ubbidienti e mai insubordinati e il loro posizionamento a partire dai ranghi secondari fino a sublimarsi nella loro collocazione nei gangli vitali del sistema. 
Sono decenni che la scena mediatica vomita il termine meritocrazia. Il fatto è che si tratta di una parola vuota. I meriti, per definizione, sono sempre relativi. La democrazia non è un campo di battaglia, dove sfidarsi un contro l'altro armati. Il termine meritocrazia tradisce la medesima, sotterranea volontà di continuare a produrre soldatini, schierati uno contro l'altro. Vogliono tenerci al guinzaglio, premiare con una caramella quello di noi che salta più in alto, e poi chiamare questo meritocrazia. Noi, invece, quel guinzaglio dovremmo slacciarcelo, sfilarcelo senza remore.
Chi lo decide cosa merita un premio e cosa no? E soprattutto, perchè? Maradona non avrebbe mai potuto saltare in alto quanto Sotomayor, Jimmy Hendrix non avrebbe saputo dirigere la Filarmonica di Vienna, Eugenio Montale non avrebbe saputo scrivere una canzone di successo come Bob Dylan. Eppure ognuno di questi qualche merito pur ce l'avrebbe, mi sembra. E così ognuno di noi non sarebbe assolutamente in grado di fare un mucchio di cose, però, qualcuna magari sì, e di farla anche bene, con passione e dedizione, tanto da meritarsi qualcosa. Se non altro di essere libero di farla, che gliene sia data la possibilità. La vostra rancida meritocrazia, invece, pretende che tutti facciano più o meno la stessa cosa, ringhiando uno contro l'altro intorno allo stesso osso. Non me la bevo, la vostra rancida meritocrazia. Tutti meritano qualcosa, ognuno merita di essere libero di poterlo dimostrare. L'aspirazione più elevata che la democrazia si porta con sè è la conquista di questo diritto.

sabato 31 dicembre 2016

Come cani di fronte al mare

Certe volte bisogna avere la forza per fermarsi, perchè un passo più avanti potremmo pentircene di averlo fatto, quel passo più avanti. Come pure di esserci fermati, potremmo pentirci, in verità. Sarebbe bello poter prevedere esattamente, sapere con certezza le conseguenze di qualsiasi nostro passo avanti, indietro, dell'assenza di movimento. Sarebbe tutto molto più facile, certo. Però, prima o poi, potremmo pentirci lo stesso di aver fatto quel passo avanti, così come di non averlo fatto. Perchè magari le circostanze poi mutano o, più semplicemente, muta intrinsecamente il nostro modo di pensare, di vedere le cose. E allora le stesse conseguenze di quel passo in avanti che ci avevano convinto a farlo o, piuttosto, a fermarci, ad un tratto ci convincono che sarebbe stato conveniente fare il contrario, se non addirittura più giusto. E allora ci pentiamo lo stesso, solo più tardi e pure con maggiore recrudescenza. 
Sarebbe bello non pentirsi mai. Sarebbe l'unica soluzione, probabilmente. Ci fermiamo, non ci fermiamo, facciamo quel benedetto passo in avanti, pestiamo una maledetta merda, non lo facciamo, evitiamo la merda. Qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi sia la conseguenza, non pentirsene. Sarebbe bello. Ma che senso ha una vita in cui non ci sarebbe niente di cui pentirsi? Nessuno. Significherebbe appunto arrendersi una volta per tutte alla disarmante consapevolezza che la vita non ha senso, e allora qualsiasi cosa uno faccia, una cosa o il suo contrario, ha esattamente il medesimo valore. Una goccia nel mare, pure meno. Niente vale niente. E allora non varrebbe la pena mai pentirsene. Ma davvero sarebbe bello?
Certe volte sarebbe stato meglio fermarsi, a un certo punto è meglio fermarsi, in un determinato momento bisognerebbe essere capaci di fermarsi. Solo che è impossibile saperlo prima, quali sarebbero state quelle volte, qual è questo punto, quale sarebbe questo determinato momento. Non lo sapevo, non lo so, non lo saprò. 
Lo vedi siamo come cani davanti al mare, cantava il solito De Gregori in Battere e levare. Basta solo essere senza collare, senza padroni, diceva pure sempre lui. Certe volte bisogna fermarsi, certe volte bisogna andare, quasi sempre toccherà pentirsene comunque, ogni maledetta volta ci vuole coraggio, ci vuole la forza di decidere. Senza collare, senza padroni, come cani davanti al mare.
A Liudmyla (penso ancora a te, certe volte)

martedì 6 dicembre 2016

E l'analisi della sconfitta?

Un prevedibile rigurgito di sarcasmo, nelle pieghe della tanto composita quanto scomposta schiera di professionisti e aficionados del commento politico, aveva individuato nell' inopinata  scelta di campo, operata im extremis da Gianni Cuperlo, un intrinseco e auspicato effetto benefico nelle schiere del renzismo tranvato al Referendum. Almeno, si era detto, la presenza di Cuperlo sarebbe potuta risultare preziosa nell'analisi della sconfitta.
La madre di tutte le battaglie, avevano detto loro. Quella in cui o si cambiava l'Italia o si moriva. Alla fine nessuno è morto, per fortuna. Una schiacciante maggioranza del popolo italiano ha ritenuto di rigettare questa Riforma. Si sprecano, ovviamente, le analisi del voto. Altrettanto ovviamente il voto non è riducibile  ad essere incasellato in comparti rigidi e definiti. Non è che puoi trovare una, due e nemmeno tre spiegazioni. Sono milioni di voti, circa 35 milioni per avvicinarsi meglio alla precisione. A voler essere pignoli, quindi, si potrebbero trovare milioni di spiegazioni. Ognuno vota mosso da motivazioni personali. Certo,talvolta, assimilabili tra loro, ma non è certo il caso di ridurle troppo all'osso (neanche quello che voleva succhiare Prodi).
Io, per esempio, ho trovato ridicolo che si volessero spiegare le difficoltà e, talvolta, le nefandezze della politica dell'ultimo ventennio (e anche ben oltre, tra l'altro) con il sistema del bicameralismo perfetto. Ho trovato raccapriccianti i manifesti in giro per le città che invitano a votare sì per diminuire il numero dei politici. Ho trovato deprimente lo slogan con cui s'invitava i cittadini a porre il proprio consenso alla Riforma, ammonendoli che bastava un sì, un po' come nelle televendite delle pentole si dice che "basta una telefonata". Per ridare, invece, dignità alla politica e forza alla democrazia non basta affatto che i cittadini si limitano a dover mettere una croce, sul sì o sul no che sia. C'è bisogno di partecipazione, di condivisione. Perché, davvero, la dignità della politica e la forza della democrazia rischiano di ridursi ai minimi termini. E non sono cose trascurabili, sono cose fondamentali. Per essere liberi non basta un sì (o un no), bisogna poter partecipare davvero. In fondo a queste motivazioni di forma e di sostanza, che erano rafforzate anche dal principio secondo cui la Costituzione non si cambia a semplice maggioranza parlamentare, perchè a quel punto si giungerebbe all'assurdo che ogni maggioranza potrebbe volersi fare la propria Costituzione, c'erano poi le motivazioni solo di sostanza. Sulle quali non intendo tediarvi a lungo, ora che il pericolo è scampato. Mi basta solo ribadire che non mi pare una buona cosa pensare di superare il bicameralismo perfetto creando una sorta di bicameralismo "arravugliato". E mi basta aggiungere che quando s'intende risolvere la conflittualità tra livelli governativi, armonizzandoli, prima si dovrebbe decidere bene come farlo. Evitando il paradosso di voler risolvere i conflitti, con altri conflitti, magari ancor più irriducibili.
Ma tanto è tutto finito, finalmente. Il popolo ha votato e i giochi sono fatti. Per chi ha perso, sarebbe il momento dell'analisi della sconfitta. Gianni Cuperlo, però, non ha funzionato neanche nella versione che i commentatori ritengono essere a lui più congeniale. O forse, semplicemente, non è stato ascoltato.
Renzi si è dimesso, ha fatto il suo discorso, molti hanno apprezzato. Mattarella l'ha richiamato al suo dovere istituzionale, invitandolo a rimanere lì fino all'approvazione della Legge di Bilancio. Fin qui, tutto regolare. Un attimo dopo, tuttavia, i nodi sono venuti al pettine. Questa benedetta analisi della sconfitta o non è stata fatta proprio o, nella migliore delle ipotesi, è stata fatta a cazzo di cane. Colui che, in una mia definizione recente, avevo individuato come il Mourinho di Rignano sull'Arno, per il tramite del sempre fidato Lotti, si è preso i voti del sì e se li è messi in tasca. Tutti. Pronto ad usarli come una clava, per continuare a battere sulla testa della minoranza del suo partito e per tenere in ostaggio un Paese intero sotto la minaccia del terrore di Grillo.
I soliti retroscena che non sono retroscena, raccontano che il segretario del Pd avrebbe deciso di regolare i conti in Primarie lampo nel suo partito e poi riandare di corsa alle urne, senza affatto cambiare l'Italicum alla Camera e senza fare alcuna legge elettorale al Senato. Come a dire, vi siete voluti tenerlo sto Senato? E io ve lo buco. Mandandovi a votare con una legge che, nella migliore delle ipotesi, non consentirà che in quella Camera si configuri alcuna maggioranza. E chi c'è con lui? Non certo la minoranza del suo partito, ma Alfano in prima linea e, ovviamente, si prevede lo siano anche Verdini e i suoi. E io mi chiedo, che senso ha dire che ci si dimette "perché non si vuole vivacchiare" e un attimo dopo andare a votare con l'aspirazione massima di raggiungere alla Camera la stessa identica maggioranza che c'è ora, per essere poi costretti al Senato a raccattare, chissà in quale pozzo, i voti che servirebbero a configurare una maggioranza anche lì. Se ora si è dovuti ricorrere a Verdini etc., stavolta fin verso dove ci si spingerà?
Se questa è una strategia politica degna di questo nome, io sono Diego Armando Maradona. In conclusione, lasciatemi dire che questa storia del "ripartiamo dal 40%" di Lotti è una mastodontica fesseria. Non sono, in ogni caso, voti del Pd. Al limite rappresentano la massima aspirazione cui si può arrivare, neanche un voto oltre. Imbarcando Casini, Alfano, Verdini, Confindustria, pezzi di centrismo raccattati qua e là e grumi di potere incrostati per benino. Oltre non è possibile andare, neanche un voto in più. Almeno il 60 per cento del Paese non è solo contro di te, ma è disposto a tenersi il Cnel, Razzi e Scilipoti pur di liberarsi di te. Fermo restando che quel 20% (nell'ipotesi a Renzi più gradita) del tuo stesso partito che già questa volta ha deciso di abbandonarti, fregandosene di qualsiasi ricatto e conseguenza,  a queste condizioni sarebbe tendenzialmente destinato ad ingrossarsi, non certo a restringersi.  E quindi, facciamoli bene i conti con il tuo Lotti, caro Renzi. Ricordando anche che, alle Politiche del 2008, Veltroni si presentò solo insieme all'Italia dei Valori, e prese 14 milioni di voti. Erano un milione in più dei sì al Referendum e fu la sconfitta più clamorosa del centro-sinistra in questo ventennio.
Perchè vedi, caro Renzi, effettivamente risulta statisticamente molto probabile che quella soglia del 40 per cento è difficilmente sfondabile per il partito che tu dirigi. Qualsiasi sia la coalizione che possa sostenerlo.
Se, però, il Pd sceglie di compattarsi su una forma, un'identità di centrosinistra, ancora meglio direi se riesce davvero a darsi un'anima, allora a quel punto potrebbe tornare a comprendere quei voti che sono scappati via già da dopo le famose Europee, quelli che sono scappati ora, quelli che scapperebbero tra poco. E potrebbe far convergere, in un'alleanza politica, quelle forze che erano nel No e che sono di sinistra, come Possibile, Sinistra Italiana, Fassina etc. Insomma si perderebbero per strada  Alfano, Verdini, Casini, Marchionne, Rondolini e Chicchi Testa vari, ma si recuperebbe qualcosa che ora non può esserci. Alla fine, probabilmente, la somma numerica non si discosterebbe di molto. Probabilmente. Questo Referendum e le Elezioni più recenti, tuttavia,  dimostrano chiaramente che non si perderebbe niente. Con questa configurazione  a te cara, con queste alleanze, non esiste possibilità di sfondare questo muro. Non un voto di più. Veltroni ne prese, invece, un milione in più, e ce li facemmo fritti.
Ecco, questo è quello che un'analisi della sconfitta dovrebbe suggerirti, caro segretario. Perchè questi sono i fatti. Se poi tu vuoi interpretarli a modo tuo, perché ti conviene dire che ad allearti con Alfano, Verdini, etc. sei costretto, mentre la verità che vuoi andar celando è che tu con questi ti ci vuoi proprio alleare perché così ti piace, così ti conviene e così vuoi che sia il tuo partito, allora non continuare a contare sulla nostra ingenuità. Questo è un momento in cui, volente o nolente, un politico è costretto a gettare la maschera. E gli elettori sono costretti a guardarlo in faccia, scegliendo loro qual è il partito che vogliono, scegliendo loro qual è l'anima politica che hanno, scegliendo loro, infine, a quale segretario affidarla.

lunedì 28 novembre 2016

Il record di Eziolino Capuano

Se volete provare a capire cosa significa il pallone per Ezio Capuano, cosa significa per lui il mestiere di allenatore, come lo vive, dentro di sè, fino alle viscere, quello che mi viene in mente per aiutarvi è una canzone di Sergio Endrigo. Ascoltatela. Lo so, è vecchia, ma ne vale la pena. Non pensate a quei fessi che vogliono convincervi che dare valore alle cose vecchie è una debolezza, un mutilante eccesso di sentimentalismo, quasi come fosse una malattia. Dicono un sacco di stronzate, non dategli retta quando andate a votare al Referendum e non dategli retta neanche riguardo a Sergio Endrigo e a questa bellissima canzone. 
Ascoltatela e immaginate che al posto di Sergio Endrigo ci sia Eziolino, che sia lui a cantarla. Ecco, se la cantasse lui, la canterebbe per una panchina. E neanche una specifica. Non quella della Salernitana, che pure è quella che ha sognato e continua a sognare forse più di tutte. Potrebbe essere indifferentemente quella dell'Ebolitana, della Libertas Gromola, della Poseidon, dell'Altamura, della Cavese, della Puteolana etc. etc. etc., fino ad arrivare a oggi. Al Modena. 
C'è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene, tutto il male del mondo. Eziolino pure, per carità. Come tutti. Ma la panchina lui proprio non la può lasciare. Non può, né ha alcuna intenzione di cercare altro. Perché è solo in panchina che lui è lui, Eziolino Capuano. Anzi non in panchina, davanti ad essa, nello sforzo per lui innaturale di contenersi nei limiti dell'area tecnica.
Una delle prime cose che mi ha detto, quando l'ho incontrato 25 anni dopo che era stato il mio allenatore, quando io giocavo solo nei Pulcini, mi ha detto: " alleno dall'89/90 senza essermi fermato una sola stagione. Ininterrotamente. Io dico che è un record. Controlla. Sicuramente lo è tra quelli in attività. Ormai pure Ferguson si è fermato." 
Avrei potuto dirgli, mister ma probabilmente, per il record, le stagioni nei campionati dilettantistici non contano, ma sarebbe stato come imbrattare il foglio su cui è scritta una poesia con una sporca macchia d'inchiostro. Perché lui è così. Alle cose dà il valore e il significato che vuole lui, che sente come il suo. Se ne frega di quello che esse valgono e che esse significano per gli altri. E, soprattutto, perché per lui fare l'allenatore della Libertas Gromola e contemporaneamente riuscire a seguire tutte le squadre di ragazzi dell'Herajon ( compresa quella mia, dei Pulcini), fare l'allenatore dell'Arezzo, del Modena o del Barcellona, non significa niente di diverso e non vale niente di meno uno dall'altro.
Il tuo record continua. In bocca al lupo mister e, permettimi di dire, questo calcio senza te avrebbe meno senso.