martedì 19 settembre 2017

Io non ho le prove, non so, ma scrivo

Io non ho le prove, e non solo. Si dà pure il caso che io non sappia. Sono uno che prova ad usare il proprio cervello, prova a connettere, legare, pensare, a tirare pure delle conclusioni. Non lo nego, però non so. Non so perchè non sono addentro, non sono un addetto ai lavori, non ho i collegamenti giusti. Insomma sono fuori e, per definizione, quelli che sanno è luogo comune della contemporaneità ritener essere coloro che ci stanno dentro. Dunque, io che ne sono fuori, non so. 
Io non ho le prove, non so, ma scrivo. Scrivo così come mi riesce, provando usare il mio cervello, contando su quello che esso connette, lega, pensa, e affidandogli pure le conclusioni. 
Scrivo non avendo paura, talvolta, di partire da una banalità. Come in questo caso, partendo dal banale dato di fatto che nei campi di calcio moderni si segnano molti più gol rispetto a quelli un po' meno moderni. Non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, perché qui, prima, si segnava proprio poco. Non dipende certo dai materiali con cui i campi sono costruiti, nè dalle dimensioni del terreno da gioco o delle porte (quelle fortunatamente sono rimaste più o meno uguali). Non dipende manco dal fatto che i campi di calcio moderni in Italia sono decisamente più vuoti rispetto a quelli un po' meno moderni. Di persone intendo, sempre banalmente. Eppure si è sempre detto che il pubblico vuole vedere i gol, ora se ne vedono così tanti di più, ma diserta. Strano.
Quelli che sono addentro, e di conseguenza sanno, dicono che è questione di evoluzione tattica del gioco, di una diversa velocità dello stesso, dell'evoluzione fisica e tecnica dei calciatori. Poi vi è anche l'allargamento della serie a 20 squadre, la B a 22, il dislivello economico, etc. Circostanze che tendono ad aumentare le diseguaglianze e le disparità tra le contendenti, come tristemente avviene pure tra gli esseri umani nostri e loro contemporanei. Non fa una piega. Non lo nego affatto manco io, che non so. Anzi, lo penso e lo scrivo, tuttavia non concludo qui e così. 
Io continuo a riflettere, provando ad usare il mio cervello. Il fatto è che io ne ho visti di recenti scoppiettanti 5 a 4 sui nostri campi, di imponderabili 3 a 3, di dilaganti 5 a 0, 5 a 1, 6 a 0 e chi più ne ha, più ne metta. Li ho visti inquadrati da diverse prospettive, spostandomi da diversi lati, variando punto di osservazione. Cocciutamente quello che attraverso la retina finisce per essere trasmesso al mio cervello sono papere dei portieri, difensori che lisciano goffamente la palla o mantengono un'inquietante distanza di sicurezza dagli attaccanti che dovrebbero invece marcare. Inopinati  e disarmanti ruzzoloni per terra proprio quando si stava per raggiungere quella maledetta palla e spazzarla, intravedo vuoti di memoria, "fasi amnesiache" direbbe il nostro Eziolino Capuano. Sarà forse un problema mio? E, nel caso, attiene alla retina o al cervello?
Io scrivo e se scrivo è perchè penso che non sia un problema mio. Perchè penso anche che la teoria secondo cui i difensori moderni siano così tanto più scarsi di quelli un po' meno moderni non regge, logicamente ed empiricamente. E pure perché penso ancora che sì, Dybala è fortissimo, decidano quelli che sono addentro se paragonarlo o no a Messi. Tuttavia se Maradona in un anno vinceva il titolo di capocannoniere segnando 16 gol e questo va a finire che a novembre avrà fatto già più gol di  Maradona, i conti proprio non tornano. Con tutta la buona volontà.
A questo punto, cosa concludere? Vi confesso che è difficile, non avendo io le prove e perdipiù non sapendo. Non mi resta che guardare gli higlights (si chiamano così) dell'ultima giornata di campionato. Quando non si sa, meglio lasciare da parte le opinioni e fare parlare i fatti. Affidarsi alla cronaca. C'è questo ragazzino, 16 anni, entra a partita in corso e fa doppietta in serie A. Guardo il suo primo gol. Egli attacca la profondità, Taarabt verticalizza in sua direzione, De Vrij entra in scivolata fa sbattere la palla sul viso del suo compagno Radu e la palla arriva al giovin virgulto. Costui, Pellegri per chi non ancora non lo sapesse, ciabatta di prima intenzione di destro un tiretto innocuo, Radu ci mette lo zampone e spiazza il proprio portiere. Poi guardo il suo secondo gol. Zukanovic avanza indisturbato sulla sinistra, con l'avversario più vicino a 10 metri, egli ha tempo e modo per far girare un cross alle spalle di Leiva, piuttosto disinteressato alla vicenda, sulla palla piomba appunto il ragazzino Pellegri, che l'arpiona in spaccata con un gesto atletico di gran vigoria, spedendola di piatto verso il centro della porta. Il portiere laziale Strakosha si sdraia sgraziatamente a terra e se la fa sfliare sotto i guantoni. Doppietta del ragazzino Pellegri, nuova stella del firmamento calcistico italiano, valore di mercato immediato un bel tot (per me incalcolabile) di milioni di euro. Dall'altra parte passano 10 minuti e Gentiletti, ex della Lazio, manovra indisturbato un pallone in disimpegno nella propria metà campo, passaggio in orizzontale (Eziolino ai tempi dei Pulcini ti ci avrebbe fatto fare 27 giri di campo pietroso a piedi nudi) che finisce per servire l'avversario Immobile. Costui indisturbato si avvia verso la porta e sigla il 2 a 3 finale. 
Così è, se vi pare.

domenica 13 agosto 2017

Scrivere è

Scrivere è un'irriducibile professione di speranza. Scrivere è un audace atto di resistenza, compiuto dall'animo indomito di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi, di chi ha voglia di lottare fino all'ultimo, fino alla fine. Scrivere è lottare, combattere. Ci vuole il fegato, ci vuole l'anima, ci vuole il coraggio. Ci vuole presunzione, a voler essere onesti. Scrivere è un'azione temeraria, spericolata, eroica. Scrivere è illudersi anche un po', però per scrivere bisogna crederci davvero.
Bisogna credere incrollabilmente nel genere umano, bisogna convincersi che ne valga la pena. Bisogna credere che un senso ci sia o, perlomeno, che valga la pena di cercarlo. Bisogna credere nella possibilità di un mondo migliore, che valga la pena di lottare per esso. 
Scrivere è sperare che ci sia qualcuno che possa capire, che ci sia qualcosa da capire, che ci sia qualcosa da spiegare. Scrivere è credere di essere depositari di un qualche pezzo di mondo, che è patrimonio degli uomini e che gli altri devono poter conoscere, attraverso di noi, attraverso parole che abbiamo solo il compito di cercare e di trovare, perché al mondo ci sono già. Bisogna inflarsi nel buio, buttarsi a testa in giù, non aver paura di perdersi e farsi male per trovarle. Quindi tesserle una con l'altra con cura e precisione tali da farle diventare le nostre parole. Le nostre parole che gli altri devono assolutamente leggere. Qualcuno capirà.

sabato 1 luglio 2017

La truffa del futuro in politica

I nuovi politici non si guardano indietro. Hanno lo sguardo puntato in avanti, in direzione del futuro. Lo guardano e lo vedono. E vedendolo loro, riescono a mostrarlo anche a noi. Attraverso il loro sguardo, fisso in avanti, un mondo nuovo ci si aprirà davanti. Incerto, ma pulito dagli inganni avrebbe continuato Pierangelo Bertoli. ( Voglia di libertà 1985
A differenza di quello cantato da Bertoli, il mondo nuovo dei nuovi politici è sì incerto, obiettivamente, ma pulito dagli inganni...be'...non esattamente. Se non altro, dipende dagli occhi di guarda. Qualcuno pur ci crede ai nuovi politici, qualcuno di essi, oltralpe, vince persino le elezioni. Qui in Italia è più complicato, ma perlomeno a vincere le Primarie ci si arriva. Che poi non è neanche vero che i nuovi politici parlino proprio tutti uguale uguale, dicano esattamente le stesse identiche cose. Guardano nella stessa direzione, pensano sempre al futuro, fanno o vogliono fare le stesse politiche (qualcuno con minore riuscita, qualcuno con una maggiore) ma delle percepibili differenze nei concetti e nella esposizione di essi pur esiste. Ammettiamolo, per quello che conta. Perché conta poco. Quello che davvero conta, in sostanza, non è se Macron magari sia un politico più raffinato e avveduto e se Renzi, magari, sia una mezza pippa (sempre in termini di raffinatezza e avvedutezza politica parlando). La sostanza è che coloro che dissentono, coloro che effettivamente si oppongono o semplicemente ne hanno in animo, coloro che non vi credono, tendenzialmente sono da essi destinati ad essere liquidati come scorie del passato, negazionisti del mondo nuovo, negatori e sottrattori del futuro. Nostalgici, per rimanere alla stretta attualità e ad una definizione obiettivamente più docile.
Come se, in politica, futuro e nostalgia fossero categorie che avessero un senso qualsiasi. Fosse così, ma invece non ce l'hanno. Invece è una truffa. Tanto per cominciare, il passato, in politica come dappertutto, è necessario per interpretare il presente e provare a programmare il futuro. E, tanto per finire, il futuro, in politica, è un guscio vuoto. Va riempito di contenuti, di progetti, di idee, di ideali innazitutto. Senza questo blaterare di futuro vuol dire blaterare di nulla, proclamarsi apostoli del futuro significa essere degli impostori. 
Perché, per esempio, quando io nacqui, un politico che avesse visto il mondo nuovo che mi si apriva davanti, avesse visto il futuro, avrebbe dovuto vedere che poco più di 30 anni dopo esso sarebbe stato un mondo in cui le disuguaglianze economiche nella popolazione sarebbero aumentate e incruditesi tristemente. In cui le opportunità di occupazione e di realizzazione professionale sarebbero diventate sicuramente più complesse. In cui la mobilità sociale sarebbe drammaticamente diminuita. In cui la partecipazione politica e l'effettiva rappresentanza dei cittadini da parte della classe politica si sarebbe ulteriormente incrinata. E mi fermo qui, si potrebbe pure continuare, ma mi pare già abbastanza. Poi, certo, qualcosa è migliorata, in qualcosa sono stati fatti dei passi avanti. Quindi, cosa avrebbe significato 30 anni fa parlare di futuro? Niente. Al contrario, avrebbe significato parlare di diseguaglianza, di giustizia sociale, di politiche di investimenti e di ricerca per sostenere una perequata crescita economica, di stato sociale. Per esempio. E cosa significa, oggi, parlare di futuro? Lo stesso identico niente. Il futuro è un guscio vuoto che proprio la politica deve riempire di contenuti, idee e ideali. Che continuano ad essere e continuano a riguardare diseguaglianza, giustizia sociale e le altre cose di cui sopra. Soprattutto se si è di sinistra. E, soprattutto, se si è di sinistra, parlandone e affrontandole in un certo modo. 
Allora, cari nuovi politici, chiunque voi siate, lasciate perdere il futuro, il passato, la nostalgia. Il tempo corre in avanti da solo, non va all'indietro, non c'è bisogno per questo del vostro intervento. Il mondo va avanti da solo, fidatevi. Voi pensate piuttosto a che tipo di mondo volete costruire. Non prendeteci per il culo.

lunedì 10 aprile 2017

Nel blu dipinto di blu

A un certo punto devono essersi convinti che il metodo più efficace per calmierare il dissenso è sabotarlo per sfinimento dei potenziali dissenzienti. Cospargere di una melassa uniforme e perpetua ogni centimetro di spazio possibile entro cui è opportunamente confinato e imprigionato qualsiasi alito di dibattito pubblico, affinchè qualsiasi parola, qualsiasi voce finisce per perdere consistenza e convinzione. A ripetere sempre le stesse cose, i primi che si stancano sono quelli che ci credono davvero. Quelli che non credono davvero a quello che dicono, non si stancano mai di ripetere. Essi ripetono per contratto, in un certo senso, direi meglio di mestiere.
Così, risulta possibile dimettersi da Presidente del Consiglio, affinché si possa partire da una posizione di vantaggio per ricandidarsi appunto a Presidente del Consiglio. Dimettersi da segretario di un partito, per poter farsi incoronare il più presto possibile a capo di quello stesso partito, sperando di tacitare definitivamente i propri avversari interni. Ripetere, ripetere, ripetere. Dire le stesse cose prive di qualsiasi sostanza politica, non cambiando neanche il modo, cambiando al massimo il colore del vestito. Blu. Come blu deve essere lo sfondo contro cui stagliare la propria figura. Se non si ha niente di diverso da dire, perché non pensare di evitare il rischio di sembrare troppo uguali cambiando colore? Sedurre il popolo con il blu, la nuova frontiera della comunicazione politica.
Ti sentiresti, allora, quasi costretto anche tu a ripetere le stesse cose, a dire quello che hai già detto riguardo all'esperienza politica di Renzi e riguardo all'essenza stessa del renzismo. Però ti sei stancato, e soprattutto ti sei convinto che se c'è qualcuno che non ha capito ancora, non potrà essere certo colui che capirà adesso. Perché ora, a differenza di quattro anni fa, c'è la Storia che ci parla. Più di mille giorni di governo sono lì a fornire sicura testimonianza. 
Lo avrebbe certamente evitato, se avesse potuto, ma è costretto a farci i conti anche lui. Lui quindi, ora, diventerebbe colui che "ha fatto". Gli altri sono quelli che sanno dire solo no. La fantasmagorica stagione delle cosidette Riforme, cui il suo avvento avrebbe dovuto aprire le porte, compare ormai sullo sfondo, nelle pieghe di quel blu dipinto di blu alle sue spalle. Non può apparire più in primo piano, come ai tempi delle vecchie Leopolde, prima che la Storia parlasse con i fatti e con i Referendum. Cosa rimane delle sue fantasmagoriche Riforme? La Buona Scuola, che è tutto dire, il jobs act, attraverso cui prova disperatamente ad aggrapparsi a ipotetici decimali, interpretandoli a proprio uso e consumo, come gli ubriachi si aggrapperebbero a qualche lampione per strada, in una notte scura. E poi gli 80 euro. I famosi 80 euro. Quanto gli basta, secondo lui, per poter dire, "io ho fatto", "gli altri sanno dire solo no". Perché, sia chiaro, effettivamente il M5S tutto rappresenta tranne che un'alternativa politica credibile. Tocca ripetersi anche in questo caso, sempre più stancamente. Come ritengo superfluo, addirittura ridondante esprimermi sulla credibilità politica di Salvini, con quell'altra robaccia che aspira a posizionarsi a destra. Ciò però non rende il jobs act più accettabile, la Buona Scuola meno urticante. Soprattutto non rende un'esperienza politica meno dannosa, pur nella relativa brevità che l'ha contraddistinta. E non rende migliori una concezione che definirei culturale, un'operazione che definirei strategica per impadronirsi del potere, svilendo e mortificando aspirazioni ideali e identità politica attraverso le quali e in direzione delle quali un popolo di sinistra dovrebbe riconoscersi, agire e lottare.
Magari gli basta per riprendersi la sua corona di cartone a capo del Pd blu, triste caricatura di un partito mai nato. Magari gli basterà pure per riciclarsi a capo di una rinnovata ammucchiata di coalizione (per non usare accozzaglia, il cui copyright è a suo appannaggio). Per costringerci a continuare a ripeterci, per continuare a provare a prenderci per sfinimento.


lunedì 27 febbraio 2017

Dubbio interno al calcio moderno



Le partite non sono mai durate solo 90 minuti più recupero. Sono sempre cominciate prima del fischio d’inizio, specie quelle più importanti. Una partita la vivevi per parecchi giorni, prima che si giocasse, come accadeva a me da bambino, attraverso il riflesso del mondo dei grandi che mi circondava. E non finivano certo al triplice fischio dell’arbitro. Continuavano ad essere raccontate, spiegate, ad essere vissute. Quei 90 minuti più recupero potevano contenere una gioia, un’esaltazione, o una delusione e una frustrazione, che si prolungavano ben oltre il loro puro spazio cronologico. Da sempre. Il calcio è un fenomeno popolare, innanzitutto. Ha le sue liturgie, le sue congregazioni, i suoi dogmi, i suoi luoghi di culto, le sue divinità. È una religione, a suo modo. Un oppio dei popoli alternativo, direbbe Marx. Ora, semplicemente, si tenta di ricavarne il massimo possibile, di sfruttarlo al pieno delle sue potenzialità commerciali. Come, d’altronde, avviene per ogni umana attività contemporanea. Le domande non prevedono una risposta, probabilmente neanche l’attendono più. Ad ogni domanda, qualsiasi, deve corrispondere un’offerta. Le cose, ormai, devono funzionare così. Il calcio è un fenomeno popolare, a suo modo una religione, e quindi una domanda. Le pay tv, le pay per view, i canali satellitari, l’alluvione di calcio parlato in tv, sul web e su qualunque mezzo attualmente a disposizione, il rutilante mercato delle scommesse, sono l’offerta. È diventato un’altra cosa, ovviamente. Dilatata, ingrossata, ingrassata. Quasi non lo riconosci più, tanto che fai quasi fatica a continuare ad amarlo. In quegli studi televisivi, in quel rumore di fondo incessante che ti accompagna ad ogni ora, in cui tutti hanno le loro verità, ognuna sinistramente troppo simile all’altra, senti che comincia a sfuggirtene il senso. Il pallone lo perdi, proprio come se un arcigno difensore te lo portasse via in scivolata. Non ti resta che provare a concentrarti sul campo, liberandoti dalle sovrastrutture, provare a rintracciarne l’essenza.

giovedì 16 febbraio 2017

Meno parole più calcio

Di parole quasi mai ne servono troppe. Soprattutto per spiegare il senso di una partita di calcio. Il calcio è proprio una di quelle cose in cui le parole servono meno. Servono a poco persino quelle di Maradona prima di una partita, che lui il calcio praticamente l'ha inventato. Figuriamoci a cosa servono dopo una partita, quei fiumi di parole di questi altri, che esondano dappertutto, fino a sommergerci. Lasciateli parlare quanto vogliono, evitate di ascoltarli, se la scimmia dalla spalle riuscite a scrollarvela. 
Il senso di Real Madrid-Napoli è quasi tutto in una sequenza. Cristiano Ronaldo fa il doppio passo sul lato destro dell'area di rigore, Koulibaly gli annaspa dietro, il portoghese finta il cross, Kalidou si sdraia tutto su un fianco sull'erba del Bernabeu, con una goffaggine che induce sinceramente in compassione, poi quando si rialza quello ha già preso la linea di fondo, ha tempo per sistemarsi il pallone, guardare in mezzo e scegliere il destinatario preferito per il suo passaggio.
Non c'è nient'altro da capire. Vedere questo colosso, abituato a svettare fiero e sovrastante sugli attaccanti della nostra serie A, a giganteggiare imponendo la sua forza e la sua maestosa predominanza, arrancare spaurito e confuso, quasi disperato lasciarsi in scivolata dove presumeva avrebbe trovato il pallone e invece erano rimasti solo erba e vuoto, riesce a spiegare perfettamente il senso di una serata.
Insomma, ieri sera era un'altra cosa. Non era la serie A, non era il Bologna, non era il Cagliari, non era il Torino. Era il Real Madrid, al Bernabeu, e il Napoli, ieri sera, non è stato all'altezza.
E mi fanno ridere quelli che s'industriano ad argomentare "il Napoli non ha giocato da Napoli". Mi fanno venire in mente il Petisso, Bruno Pesaola, quando allenava il Bologna. Una domenica la sua squadra andò a giocare sul campo dell'Atalanta e lui, baldanzoso, nel prepartita profetizzò: "giocheremo una partita all'attacco. Aggrediremo l'Atalanta fin dall'inizio, imporremo il nostro gioco  dall'inizio alla fine, come sempre." Poi, sul campo, le cose andarono in maniera piuttosto diversa. L'Atalanta schiacciò i rossoblu del Petisso fin dal primo minuto, novanta minuti di difesa strenua, a strattoni, calci e pure qualche morso. Superando il centrocampo tra le 3 e le 4 volte in tutto l'arco della partita. Finì 0 a 0 e i cronisti dell'epoca lo accerchiarono, chiedendogli di rendere conto della clamorosa discordanza tra i fatti e le sue parole. Lui rispose: " e se vede che l'Eatalanta ci ha rubato la idea."
Ecco, il concetto è che nel calcio si possono avere tutte le idee brillanti, i buoni propositi e le impostazioni filosofiche che si vogliono, però c'è un dettaglio al quale proprio non si riesce a sfuggire in nessuna maniera. L'avversario. 
Se giochi contro il Bologna di Donadoni e sei il Napoli, allora è facile che il tuo calcio lo riesci a realizzare. Se sei sempre lo stesso Napoli, però giochi contro il Real Madrid, accade che non ci riesci.
E neanche perchè si sia trattato del Real Madrid nella versione più sfolgorante e spaventosa possibile. No. Semplicemente era il Real Madrid e il Napoli, almeno per ora, viaggia ad altezze decisamente diverse. 
Quindi lasciate perdere le chiacchiere, De Laurentiis contro Sarri, Sarri che analizza, Sacchi che spiega, tutti i gran ciarlieri di Sky. Lasciate perdere. Tanto più che gli stessi che ora prendono una parte nella gran commedia che si sta recitando in queste ore, e magari difendono Sarri, rendendosi solo ora conto della sproporzione di forze in campo, magari sono gli stessi che fino a una settimana fa andavano blaterando che il Napoli "giocava il miglior calcio d'Europa". Non dategli credito.
Insomma, è andata così. Poteva andare pure peggio e almeno su questo ha ragione De Laurentiis. Ora siamo diventati una squadra di brocchi? Assolutamente no. Semplicemente erano ridicoli coloro che prima parlavano di "miglior calcio d'Europa". 
E oltretutto non è neanche detto abbiamo perso ogni speranza. I valori, nel calcio, non necessariamente esprimono un risultato prima che la partita si giochi. Il Real è di un'altra dimensione, noi non vi apparteniamo, ma ciò non toglie che al San Paolo possa avvenire il miracolo. Altrimenti, se tutto fosse già scritto e già previsto, questo gioco non sarebbe bello come continua ancora ad essere. Malgrado ormai se ne parli troppo troppo troppo. Meno parole più calcio. In tempi di slogan, tiriamone fuori uno anche noi.

martedì 7 febbraio 2017

Eravamo 4 amici al bar

Quando la cosa esplose, inglobando spaventosamente dal nulla quasi 9 milioni di voti alla Camera dei Deputati, io ne rimasi sinceramente turbato. La vicenda non mi aggradava per niente. Non ho alcuna intenzione di nascondere che, piuttosto, mi disturbava pesantemente. 
Non me lo aspettavo affatto, seppur avrei dovuto custodire una profonda abitudine all'inevitabile tendenza del mio prossimo a deludermi profondamente, che fossero elettori italiani, allenatori e dirigenti calcistici campani, direttori ed editori di giornali, studentesse Erasmus tedesche, ragazze russe nate in Tagikistan misteriosamente sbarcate in Campania, in giovane età. La delusione causata dal prossimo, insomma, è assidua compagna di viaggio, tanto che avrebbe già dovuto da tempo smettere di turbarmi. Tuttavia, l'entità numerica di quella delusione specifica, una delusione composta di quasi 9 milioni di unità, inevitabilmente ebbe un certo impatto. 
Essi avevano impedito il governo di Bersani e questa cosa m'intristitiva tremendamente. Eppure quasi 20 anni di insipide e insulse politiche di centro-sinistra mi avevano fatto già perdere gran parte del mio entusiasmo per determinate prospettive che esistevano, direi poco consapevolmente nella mia pur consapevole mente. L'appoggio al governo Monti era stata una scelta politica che rendeva ancor più dubbio il mio effettivo grado di consapevolezza, però io nel governo Bersani, pervicacemente, ci speravo. Un po' quell'ultima possibilità che ti dai, prima di arrenderti definitivamente alla delusione e arrivare a giustificare persino quella ragazza russa nata in Tagikistan, perché in fondo che colpa le vuoi dare che lei aveva comunque i suoi problemi e qua,in fondo, obiettivamente è tutto uno schifo? L'ultima carta, in pratica. Prima di abdicare definitivamente sia alle prospettive politiche che a quant'altro la mia mente fosse, più o meno consapevolmente, in grado di partorire. 
Invece, questa cosa che non aveva forma, non aveva storia, non aveva popolo, incamerò 9 milioni di voti e mi tolse la possibilità di arrivare fino in fondo, la possibilità di quest'ultima e definitiva delusione. Oppure, del suo contrario. A questo punto, a causa di essa e di quei 9 milioni non potremo mai saperlo.
E allora, in preda a questa nuova, ma inaspettata forma di delusione oltre che ad un quasi vorticoso giramento di palle, espressi nell'auto di un ex militante dei Ds, poi Pd, ormai politicamente sbandato, la mia frustrazione e direi anche il mio sdegno. Così potetti accorgermi che in macchina con noi c'era chi non la vedeva affatto come me. Enzo, mio compagno di scuola per circa un mese, dopodichè era stato più lucido di me nel capire che quello non era affatto il posto migliore dove spendere una così larga fetta di quei 5 anni di vita. Ebbene costui, che all'epoca stava per laurearsi in ingegneria, coltivava una neanche tanto segreta speranza, se non addirittura fiducia in questa cosa che lui chiamava Movimento. Non arrivò al punto di confessare di averla votato, se non sbaglio ammise una sorta di voto disgiunto. Tipo al Senato loro, alla Camera Sel. Una cosa del genere, una roba strana insomma, non è importante. All'epoca eravamo tutti un po' confusi, oggi forse pure di più. Il punto era che lui credeva effettivamente nella possibilità che questa cosa potesse trasformarsi in una nuova frontiera politica, in un nuovo modello di partecipazione e in una nuova modalità di attivismo politico. Che potesse essere pure sensato e oltretutto più efficace, e magari pure più giusto.
Ricordo che il mio turbamento aumentò, e pure il mio sdegno. Gli dicevo: " ma scusami, ma questa cosa che cosa cazzo è? Cosa vogliono? Chi rappresentano? Soprattutto e di nuovo, cosa cazzo sono?" Non era semplicemente una questione di sinitra o di destra, era proprio un problema d'identità. Come cazzo poteva succedere che 9 milioni di esseri umani vanno a votare una cosa che non si sa minimamente che sia? Io provavo a spiegargli che la mia non era un'impuntatura, ma era un' incrollabile posizione circa la natura e la concezione della politica. Gli dicevo: "su qualsiasi tema, da quelli macro a quelli contingenti, come faceva questa sterminata pletora di elettori a pensare di conoscere quale sarebbe potuta essere la posizione politica che gli chiedevano di rappresentare?"
Su qualsiasi questione economica, sull'immigrazione, sul lavoro, sui diritti civili, potenzialmente avrebbero potuto sostenere e perseguire di tutto. La qualunque. Senza un sistema di valori di riferimento, un sistema d'idee, una concezione del mondo comune e riconosciuta, una visione storica e una finalità ideale. "Non hanno storia e, soprattutto, non hanno identità, perdonami. Non sono nulla. E, per come la vedo io, una cosa che non è niente, non esiste."
Lui mi ribatteva che: " ti sbagli. La loro identità è proprio questa. Mettere tutto in discussione e in mano ai cittadini. Un'identità in progressiva e perenne costruzione. Le posizioni politiche non si decidono una volta per tutte, ma si espongono alla contesa popolare sistematicamente. Così ciascun cittadino ha il suo peso specifico su qualsiasi decisione politica. Si può fare, il web lo permette."
Insomma, aveva un'altra idea. Non la condividevo. A prescindere dal fatto che non la ritenevo poi così tanto possibile, malgrado il web. A prescindere ancora che dubitavo seriamente fosse quella la reale finalità cui quella cosa e la sua organizzazione fosse predisposta. Non capivo in base a quale criterio 9 milioni di persone erano giunti e sarebbero dovute giungere alla conclusione di congiungersi per poi affidare all'unione dei loro voti dissonanti e dissociati la posizione politica che sarebbe venuta, imprevedibilmente fuori.  E poi, una volta che questa fosse venuta fuori, quando questa fosse stata assolutamente in contraddizione e in contrasto con quella espressa nel proprio voto e nella propria mente, perché uno avrebbe dovuto continuare a far parte e votare un movimento che esprimeva posizioni politiche contrarie e in contrasto con le proprie? In attesa che qualcuno si redimesse e quindi cambiasse il risultato della prossima votazione? E non è cervellotico?
A parte che una visione del genere configura una subdola premessa di totalitarismo, perché presuppone l'assenza di avversari politici e anestetizza il confronto e la lotta tra posizione politiche contrastanti, premessa inevitabile oltre che irrinunciabile per il compiersi della democrazia.
Ad ogni modo era un'idea, diversa dalla mia, ma rispettabile in quanto tale.
Ora, a quasi 4 anni di distanza, con le mie idee che non sono cambiate, con le delusioni che sono aumentate, con quella delusione finale che non è potuta arrivare e quindi mi permette di aspettarne pervicacemente un'altra, io mi chiedo cosa resta di quell'idea?
Guardatelo ora questo M5S, guardatelo così com'è. Scevri da qualsiasi pregiudizio, lasciate perdere le vostre faziosità. Dov'è quell'idea, dov'è quell'identità speciale? Dove sono quei cittadini che hanno preso in mano il proprio destino, dov'è ognuno di quelli che vale uno, esattamente come gli altri?
Lo riconoscete, ora? Riconoscete il vostro voto? Dov'è? Quanto vale? 
Eravate 4 amici al bar, volevate cambiare il mondo. Il bar è ancora aperto, voi ci siete? Vi ci hanno fatto entrare in questo benedetto bar o questi 4 amici in realtà sono altri. Li conoscete? Avete capito chi sono?